Thierry Geoffroy, in arte Colonel, insieme a Ausmund Kverneland e Stefanie Loh, irrompe nell’edizione del 2011 della Biennale di Venezia, lasciando un segno indelebile nell’animo di tutti coloro che hanno avuto la fortuna di essere presenti e di partecipare in prima persona alle sue stravaganti performance. Gli artisti presenti, tra i quali figurano Christian Costa, Fabrizio Ajello, Lidija Mirkovic e Melina Peñia, sotto la guida dell’onnipresente regista/provocatore Thierry, hanno dato vita a esperienze artistiche uniche sia per le modalità di esibizione/esecuzione che per i contenuti proposti.

Fin dal 1989, data della pubblicazione del Manifeste Moving Exhibition, “il colonello” propone le sue Art Formats in tutto il mondo coinvolgendo artisti e gente comune. Cosa realmente sia un’Art Format e in cosa realmente consista viene stabilito a priori da un manifesto che, approssimativamente, traccia le linee guida del lavoro da mettere in atto; tutto questo si va ad inserire in un contesto d’azione colmo di variabili determinate dal caso. Partendo da queste premesse, format come Biennalist, Emergency Rooms, Penetration, Dance Debate e Critical Run si traducono in performance imprevedibili e cariche di significati. Quest’anno Thierry ha cercato di muoversi su più progetti, collegandoli tra loro. Ne è un esempio la Penetration Format: scopo dell’artista era quello di riuscire a posizionare un’opera concepita nell’immediato (una sorta di istantanea) all’interno di un padiglione, come quello dello Zimbabwe ad esempio, il cui contenuto artistico era già ben definito. Si creava, in questo modo, una sorta di rapporto, di dialogo ideale, di incontro – scontro tra opere differenti per costituzione, per costruzione e per intenti.

In format come Critical Run e Dance Debate, invece, veniva offerta la possibilità di estendere la partecipazione all’esperienza, diventando in questo modo parte integrante dell’opera, a tutti coloro che lo desiderassero. Critical Run, ovvero dibattito in corsa, prevedeva una seria discussione, realizzata insieme a organizzatori, artisti o passanti, incentrata su tematiche d’attualità proposte a inizio perfomance da Thierry. L’atto della corsa, generando stanchezza, impediva un’effettiva riflessione sugli argomenti proposti; ciò costringeva i partecipanti, che non avevano alcun legame tra loro, a scambiarsi opinioni, giudizi e pensieri non – mediati, diretti.

Qualcosa di simile avviene con Dance Debate: stavolta i partecipanti, in coppia, devono discutere “a passi di danza”. Anche in questo caso il risultato della performance acquista un certo rilievo: persone sconosciute che dibattono ballando su problemi attuali che, al di là della loro appartenenza o meno all’ambito dell’arte ma per il semplice fatto che se ne dibatte, creano un’atmosfera e una situazione che non può non essere definita arte. Ne deriva un atto di sensibilizzazione collettiva, composta da innumerevoli opinioni divergenti di individui “sensibilizzati”. Thierry, sempre presente, talvolta richiama all’ordine i partecipati indisciplinati, talaltra si limita a constatare gli imprevedibili risultati, frutto del suo eccezionale genio artistico.

foto di Alessandro Di Giugno