Fotogrammi in movimento

Basette romantiche

di Nicola Franco 4 maggio 2014Commenti

Credo che nessuno di voi se interrogato possa trovarsi impreparato di fronte alla domanda: “Hai mai sentito parlare di Lupin III?”. La notorietà del celebre ladro creato dalla mente geniale di Monkey Punch è un dato di fatto e una certezza indissolubile già da tempo immemore, anche se non tutti conoscono nel dettaglio alcuni lati della personalità di questo affascinante personaggio. Ispirato al ladro gentiluomo Arsenio Lupin, nato dalla penna di Maurice Leblanc, “l’incorreggibile” furfante dalle giacche multicolori è stato protagonista di tre fortunate serie televisive sempre diverse tra loro per contenuti, toni e design (nonché cambio cromatico della giacca), e una lista pressoché interminabile di lungometraggi animati volti a focalizzare alcuni punti cruciali della carriera di questa poliedrica icona della cultura pop. I film hanno quasi sempre ripreso la linea narrativa classica in maniera tale da essere immediatamente riconoscibili, e creare un punto d’incontro con gli appassionati di vecchia data. L’unico esempio che interrompe per così dire la tradizione è un lungometraggio (ahimè) non troppo conosciuto diretto dal regista Hayao Miyazaki, la mente dietro capolavori animati come La città incantata e Il mio vicino Totoro. L’opera  cinematografica in questione è Il castello di Cagliostro, e mostra il profilo del famoso ladro in una veste atipica e per certi versi completamente nuova rispetto alle sue precedenti apparizioni. Dopo aver rapinato un grande Casinò l’inseparabile duo composto da Lupin e il pistolero Jigen Daisuke scopre che tutte le banconote rubate sono false e cerca così di conoscere la matrice della loro produzione. L’odore del denaro contraffatto li porta in un tranquillo paesino di montagna (che ricorda quello di Heidi, sviluppato anch’esso da Miyazaki), dove vengono coinvolti in un pericoloso inseguimento che vede protagonista una sposa al volante in fuga da un gruppo di feroci tirapiedi. Dopo avere eliminato quest’ultimi, Lupin conosce la giovane fanciulla di nome Clarisse, che prima di essere nuovamente acciuffata dai suoi inseguitori gli lascia accidentalmente in mano un anello con sopra raffigurata l’effigie di un caprone; il ladro dalla giacca verde riconosce in quest’oggetto un qualcosa proveniente dal suo lontano passato e decide di mettersi sulle tracce della ragazza, eterna prigioniera all’interno della torre più alta del castello appartenente al perfido conte di Cagliostro. Il malvagio nobile dal mefistofelico nome ha intenzione di unirsi in matrimonio con la bella Clarisse, unica discendente del casato del caprone, per portare nuovamente alla luce l’oscuro segreto della famiglia, che si dice essere il più grande di tutti i tesori. Come cantava Enzo Draghi nella celebre sigla della serie animata: “Un tesoro al sicuro non è se c’è lì attorno Lupin”, e in questo caso il premio è doppio; il mistero del caprone e la fanciulla che richiama il passato. Il simpatico furfante sfida il conte di Cagliostro e cerca di strappare dalle sue grinfie Clarisse, che comincia a provare per lui un sentimento simile all’amore. Nel caso del denaro falso vengono poi coinvolti gli altri noti personaggi della gang, dal samurai Goemon Ishikawa all’avvenente Fujiko Mine e perfino la storica nemesi della combriccola, lispettore Zenigata (Zazà per gli amici). Insieme riusciranno a far crollare le fondamenta dell’oscuro impero del conte, riportando la luce e la serenità nel paese, risolvendo l’enigma della casata del caprone.

La prima cosa che si nota nel lungometraggio del maestro Miyazaki, già alle prese col personaggio di Lupin nella storica prima serie animata (non per niente in questo film indossa la giacca verde delle prime avventure), è la diversa natura del protagonista rispetto alla sua controparte originale, sia cartacea che televisiva. Quello sviluppato è un ladro molto più sensibile e romantico, che ha abbandonato le vecchie abitudini per fare spazio a un lato più introspettivo ed emotivo liberato completamente grazie all’incontro con la bella Clarisse. Questo particolare aspetto, legato tra l’altro a moltissime pedine del cinema di Miyazaki, mostra un interessante punto di svolta nella caratterizzazione di Lupin, trascinando lo spettatore in una vera e propria favola d’altri tempi con tanto di cavaliere coraggioso e gentile donzella in difficoltà. La favolistica struttura narrativa permette di respirare e assorbire ogni fotogramma di questo splendido capolavoro dai colori tenui, e intrappola il pubblico in una dimensione senza tempo che viene messa nuovamente in movimento solo al termine della pellicola. La linea morbida del tratto porta il character design a un livello superiore e convince notevolmente grazie alla perfetta sintonia con il contesto di cui sopra, creando un prodotto che rimanda al malinconico salice di Monet. Gli incantevoli sfondi sembrano dipinti impressionisti e l’atmosfera che si respira durante la visione è delicata e soave come un fiocco di cotone accarezzato da un vento leggero. Alcune scene, come quella in cui il ladro riesce a raggiungere la torre più alta dove è rinchiusa Clarisse o l’inseguimento nella storica Fiat 500 all’inizio del film, sono esempi della creatività visiva che lo studio Ghibli ha sempre portato avanti con inverosimile rigore e compostezza.

Inserite in questa poetica avventura con maestria e sapienza, ritroviamo anche le fantasiose macchine tanto care a papà Miyazaki, in una veste grafica che strizza l’occhio all’universo Steampunk. La colonna sonora è un altro importante tassello dell’insieme analizzato e regala uno dei brani musicali più belli ed emotivamente coinvolgenti della storia dell’animazione nipponica. Fire Treasure è appunto il tema portante del lungometraggio, capace di entrare visceralmente nell’anima e lasciare un senso di struggente nostalgia e indistruttibile speranza. Il pezzo è poi diventato uno dei simboli musicali più riconoscibili nel panorama di Lupin, secondo solo al tema classico ripreso durante la già citata scena della fuga in macchina, con un nuovo arrangiamento jazz.

Non mancano gli omaggi e i continui riferimenti ad alcuni importanti momenti della prima serie, utilizzati a mo’ di flashback, in cui vediamo un più giovane e incosciente protagonista alle prese con ogni tipo di nefandezze. Un film che riesce a combinare egregiamente lo spirito ruvido e malizioso dell’autore Monkey Punch con le più liriche e poetiche atmosfere di Miyazaki, confermandosi uno (per me il migliore) dei più riusciti lavori dello studio Ghibli. Unica pecca della prima versione distribuita in Italia, attualmente la mia preferita, l’adattamento alle volte imbarazzante di alcuni dialoghi, che rivela non pochi errori (risolti poi nella seconda versione con il cast classico dei doppiatori). Un viaggio emozionale che affascina e intriga sia i cultori del ladro più famoso del mondo, che i possibili nuovi appassionati.

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