Peak & Weak

Burial & Childish Gambino

di Valerio Restivo 23 dicembre 2013Commenti

PEAK

BURIAL – RIVAL DEALER

12/12/2013 HYPERDUB RECORDS

Ed eccoci qua, Natale è alle porte e quest’ultima parte dell’anno rischia di chiudersi così, un po’ grevia, senza uscite di particolare rilievo. Del resto, di questo 2013 è stato già detto e scritto tutto (o quasi tutto) e sono tanti i blog e le music webzine come Pitchfork, Resident Advisor, Stereogum, per citarne alcune, che hanno stilato classifiche e controclassifiche interminabili, mettendo ai primi posti dischi come Settle, del duo britannico Disclosure, uscito lo scorso maggio, il freschissimo Reflektor degli Arcade Fire uscito a fine ottobre e Yeezus di Kanye West, di metà giugno. Insomma, in generale possiamo dire che è stato un anno pieno di botti, musicalmente ricco e soddisfacente senza però “masculiata” finale. Ma per l’appunto il caro babbo Natale, proprio per non lasciarci scontenti in questo rush finale, ci fa un altro regalo: ed ecco che a un anno esatto di distanza da Truant/Rough Sleeper esce Rival Dealer, l’ultimo lavoro di Burial.

Secondo EP di fila per l’artista che ha scelto strategicamente l’anonimato per amplificare al massimo l’evocativo del proprio discorso musicale; tre pezzi per questo mini album che ha una durata complessiva di 28 minuti. Poco, è vero, ma vale la pena parlarne. Svolta pop e svolta romantica insieme, finalmente. Il disco si apre con una sorta di dichiarazione di appartenenza, la title track è la traccia che meglio rappresenta l’oscura essenza di Burial e della sua dubstep: soundscape confuso e disturbato, raffica di bassi pesanti, synth e breakbeat  minacciosi, ovvero tutti elementi che da un lato delineano i turbamenti e le inquietudini care al nostro misterioso Will Bevan e dall’altro confermano le sue qualità e tendenze. Ma dove sta la novità? In Rival Dealer l’atmosfera cupa, fredda e malinconica dei sobborghi londinesi, che fa da sfondo a tutta la musica di Burial, pur rimanendo di base la stessa di sempre, viene questa volta trattata e ostentata con estrema dolcezza e quiete, e basta ascoltare Hiders, seconda traccia del disco – la più pop a cui Burial abbia mai dato vita, in perfetto stile eighties – per avvertire sin da subito un’importante spia di cambiamento e di acquisizione di una nuova sensibilità melodica; segnali nuovi, dunque, segnali che ritroviamo anche sulle note di Come Down To Us, traccia che chiude il disco e che, pur rimarcando ancora il senso di inquietudine e smarrimento del nostro, si conclude con un happy ending che rassicura e conduce al sicuro chi l’ascolta, attraverso una musica che si fa prima minacciosa e poi dolce e solare, accompagnata dal tipico crackling sound burialiano, da rumori di sottofondo mischiati ad echi e samples di voce eterei.

Burial ci regala un disco di culto e una musica fragile, che si nega al mondo per abbracciare come non mai lo spirito natalizio, nella gioia, nella nostalgia e nel dolore, ma senza sottrarsi, almeno per questa volta, a un breve e fugace conforto.

 

 

WEAK

CHILDISH GAMBINO – BECAUSE THE INTERNET

16/12/2013 GLASSNOTE RECORDS

 

Childish Gambino, meglio noto come Donald Glover, prima che rapper americano è scrittore, autore e attore comico di numerose sit-com;  una volta il rap altro non era che un mondo accessibile esclusivamente a un certo tipo di personaggi, a gente che faceva delle proprie storie criminali e del proprio male di vivere un modo per raccontarci del suo mondo e della sua indole. Yo. Oggi pare che questo tipo di confine sia sempre più labile e sembra anche che il background di un rapper abbia ormai un’importanza relativa. Di tutto questo ci dà conferma proprio Childish Gambino con Because The Internet , disco prodotto dalla newyorkese Glassnote Records.

Nonostante l’uso del proprio talento artistico, che spiega l’abilità di Donald di passare dalla recitazione al rap con così tanta naturalezza, riuscendo a fare ottime cose, il nostro Childish Gambino (nome d’arte pescato fuori da un generatore automatico di pseudonimi; provate a cliccare su   http://www.mess.be/inickgenwuname.php) ha molto poco di originale, soprattutto se si tiene conto  della figura di una icona rap del momento, ovvero il sopracitato Kanye West di cui Gambino ha maldestramente tentato di seguire le orme attraverso una voglia di introspezione che non poggia su nulla di reale, di vissuto. Donald Glover, del resto, è lontanissimo da tutto quello che la cultura hip-hop rappresenta, non c’è niente della disperazione, niente della ribellione alla disperazione, niente della vita in the ghetto. Unica nota positiva sono le ritmiche e alcune soluzioni melodiche. Poi basta. Un pacco ben confezionato, ma con poca sostanza al suo interno.

Un disco che si annunciava di underground-rap, pubblicato da un’etichetta indipendente e preceduto da alcune mixtapes interessanti, ma che si rivela privo di  uno stile unico che lo contraddistingua e che conferma la mania di protagonismo di un artista (ma ormai tipica di molti altri) che usa la sua abilità di giocare col linguaggio per fare ridere, servendosi di uno humor tutto americano.

Quello di Gambino finisce col sembrare più un gioco che un vero esperimento musicale, come a ricordarci che la musica, oggi, è appannaggio di pochi eletti che si distinguano per charme, bellezza o simpatia.

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