Fotogrammi in movimento

Bushido mutante

di Nicola Franco 19 gennaio 2014Commenti

Nel corso degli anni l’arte delle figure in movimento è riuscita a guadagnarsi con notevoli sforzi da parte di animatori, studi d’animazione e speranzosi produttori, un posto di rilievo nel panorama cinematografico attuale convincendo anche i critici più diffidenti che hanno sempre marchiato il prodotto destinandolo ad un pubblico di soli giovanissimi.

Sempre più facile azzeccare il film giusto, grazie anche all’attuale considerazione del contesto sociale odierno che permette così di sviluppare una serie di personaggi caratterizzati secondo i princìpi di gradimento del pubblico; ben più arduo invece cercare di iconizzare nel tempo un prodotto e dare vita a un settore innovativo. I colorati anni ’80 vedono nascere una notevole lista di produzioni cinematografiche sperimentali dallo spirito fantasioso, diventate dei cult generazionali indelebilmente impressi nella memoria di molti spettatori. La forza creativa di registi come Joe Dante, James Cameron e Paul Verhoeven diventa fonte d’ispirazione per l’animazione e il fumetto e spinge una coppia di giovani disegnatori a impegnarsi in un progetto destinato a diventare un autentico colosso.

Nel 1984 Kevin Eastman e Peter Laird concepiscono una serie a fumetti ispirata al cruento universo legato al mito dei ninja, facendo ironicamente il verso all’autore Frank Miller e ai suoi “Daredevil” e “Ronin”; nascono le famigerate “Tartarughe Ninja“, conosciute in patria come “Teenage Mutant Ninja Turtles“. Nonostante l’iniziale rifiuto di più editori, Eastman e Laird continuano il loro percorso creando una propria casa editrice indipendente, chiamata suggestivamente “Mirage” a causa della totale assenza di un effettivo studio di lavoro, e una volta distribuito il primo numero riscuotono un incredibile successo di pubblico dando il via a costanti uscite seriali e ad una fortunatissima serie animata.

Il piccolo schermo vede quindi protagoniste le tartarughe adolescenti con i nomi dei pittori rinascimentali Leonardo, Raffaello, Donatello e Michelangelo, in una veste grafica e narrativa assai diversa rispetto alla loro originale controparte cartacea, le cui atmosfere riflettono un tono più “dark” e violento. La storia delle quattro tartarughe antropomorfe mutate dal liquido “Ooze“, e addestrate alle arti del Ninjutsu dal topo Splinter, vede cambiare continuamente le loro origini attraverso molteplici riadattamenti dagli anni novanta a oggi. Dopo il notevole successo delle puntate animate classiche, punto di partenza per una considerevole “sfornata” di action figures e tre versioni cinematografiche live-action scolpite nella mente fanciullesca dei trentenni di oggi e supportate dai costumi “animatronic” creati dal team di Jim Henson (“papà” dei Muppets), il calore del pubblico diventa sempre più tiepido e il “mondo mutante” si perde nel dimenticatoio. La richiesta di numerosi fan di vecchia data, affezionati alla linea narrativa del fumetto e meno a quella bambinesca della versione animata con le fasce multicolore (i comics vedono i quattro eroi metropolitani indossare tutti bandane rosse), riaccende nell’emittente 4Kids la fiamma di un possibile ritorno visivamente più simile alle matite di Eastman e Laird, quest’ultimo coinvolto nella stesura di una nuova serie animata partita nel 2003. La nuova versione dell’universo popolato da creature mutanti rigenera quasi completamente la “Turtle-Mania“, e dopo la fine degli episodi il regista Kevin Munroe prende le redini di un lungometraggio animato in computer grafica che funge da tassello conclusivo, intitolato solamente “TMNT“.

Quest’ultima tessera del mosaico si rivela uno dei migliori prodotti filmici riguardanti le tartarughe, regalando finalmente agli appassionati una chiave rappresentativa delle atmosfere e della caratterizzazione dei personaggi che incontra il vecchio e il nuovo. Al centro della storia il ritorno all’ovile di Leonardo, dopo il ritiro per completare l’addestramento che lo vedrà emergere come leader del gruppo, e il difficile rapporto tra lui e Raffaello, mosso dal rancore nei suoi confronti a causa della lunga assenza. Il tempo è passato sia per le tartarughe che per la loro storica nemesi, l’irriducibile “Clan del piede“, che si vede sprovvista della propria figura portante – il “muso di latta” Shredder – sconfitto dalle forze del bene al termine degli episodi dell’ultima stagione.

La squadra di Splinter, seguita dagli inseparabili April O’ Neil e Casey Jones, dovrà far fronte ad una nuova minaccia e riportare la pace e l’equilibrio a New York City, ora nelle grinfie di una pericolosa armata di guerrieri di pietra venuti dal passato. La scelta stilistica del film abbraccia volutamente lo stile umoristico degli storici episodi e lo combina a sequenze solenni che rimandano ad una matrice di natura orientale; inconfondibili gli omaggi al cinema di Kurosawa e allo “Spaghetti-Western“. La pellicola ottiene ottimi risultati sia di pubblico che di critica e sulla scia del successo la famosa emittente “Nickelodeon” (già artefice della spugna marina SpongeBob e dei Rugrats) si aggiudica i diritti per un reboot delle avventure delle celebri testuggini. Si ottiene così il miglior risultato possibile per coerenza grafica, narrazione e caratterizzazione di ogni singolo elemento che sembra essere stato pensato fin dal principio per questo punto d’arrivo.

La granitica struttura della serie (attualmente in corso), che continua a fare l’occhiolino a una pressoché interminabile lista di citazioni delle passate realizzazioni, rende giustizia allo spirito iniziale del progetto e aggiorna in modo sapiente lo humor adattato all’attuale periodo. Il vero punto di svolta delle turtles “Nick” è la singola personalizzazione dei protagonisti che ottengono maggiore identità attraverso elementi chiave volti a stabilire un certo tipo di carattere rispetto ai più sterili “cugini” d’altri tempi. Particolarmente riuscite alcune trovate come il fanatismo di Leonardo per una serie televisiva che ricorda (e ridicolizza) “Star Trek“, l’inaspettato amore di Donatello per una più giovane April O’ Neil, i continui neologismi di Michelangelo e l’affetto di Raffaello per la sua tartaruga domestica. L’aspetto visivo dell’opera è incredibilmente ricercato e le animazioni sono di una minuzia tale da non credere che si tratti di una serie destinata alla televisione, riuscendo ad essere più convincenti del già citato “TMNT” che in alcuni momenti mostra qualche segno di staticità di troppo che ricorda per legnosità Star Wars-Clone Wars. La geometricità anatomica dei personaggi è l’impronta grafica più evidente e diventa il tema conduttore stilistico dell’opera come la linea continua e la rotondità per altri importanti animatori del panorama globale.

Nonostante il riavvio delle loro vicende, tra la grande mela e la dimensione X, le testuggini mantengono un certo tipo di abitudini come la passione per la pizza, i videogiochi e lo skateboard e cambiano il celeberrimo inno “Cowabunga” – vero spaccato della cultura pop anni ’90 – sostituendolo con il nuovo “Booyakasha” inventato dal “Party DudeMichelangelo; una scelta azzardata, non apprezzata da tutti, che però conferma e concretizza il distacco dalla vecchia scuola. La scelta di riportare continuamente in auge il mito delle creature di Eastman e Laird è la sicurezza e la speranza che ancora oggi è possibile credere in un prodotto non convenzionale e spesso molto più interessante e paradossalmente credibile rispetto ai recenti binari narrativi che si dimostrano sempre più asettici e privi di qualsiasi suggestione. Questa rinnovata scintilla dimostra come ultimamente si stia sbloccando qualcosa capace di risvegliare i nostri sensi e riportarci nuovamente davanti a quella lanterna magica dal tubo catodico che ha liberato la nostra fantasia, facendoci viaggiare in mondi possibili e inesplorati come il giovane Jim Hawkins al fianco di Long John Silver nelle pagine de “L’isola del tesoro“.

 

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