N'aimez-vous pas le piano?

Chi è il pianista?

di Davide Bairovith 30 novembre 2013Commenti

Il pianista appare come una figura leggendaria. Sorta di eroe che lotta con difficoltà tecniche ed esigenze espressive, fa cantare la tastiera spandendo un suono che ha del soprannaturale, per il visibilio degli ascoltatori o per lo sfogo sublime dei propri sentimenti. Ancora oggi è così che istintivamente siamo toccati dall’idea di un grande pianista; è quel tipo di fascino quello che attrae un ragazzino e lo spinge ad avvicinarsi allo strumento; è quella carica iconica che seduce le fanciulle che disdegnano le hits del momento.
Ebbene tutto questo è nato durante il romanticismo musicale; il pianista come vero e proprio eroe romantico che si esprime tramite confessione sonora, è una costruzione ideologica di parte del movimento più ampiamente romantico.
Perché dunque nel 2013 il grande pubblico e parte degli specialisti sono ancora affascinati da quel grumo di sensazioni a proposito del pianista? È perché i grandi pianisti continuano a darne adito? O perché la musica occidentale continua a farlo? Cosa vuole il pubblico dal pianista? Ma soprattutto, perché e per chi suona un pianista nel 2013?
Il primo virtuoso della tastiera a fare del pianismo puro un evento per grandi platee fu nientemeno che sua maestà Franz Liszt; primo strumentista idolo delle folle in senso moderno, primo a far svenire donne tra il pubblico, alla domanda sul perché alzava così tanto le mani in stacchi e pause, ebbe a rispondere:’altrimenti come farebbero a vederle in ultima fila?’. Decine di amanti, viaggi e pellegrinaggi, abate in vecchiaia, instancabile promotore della musica nuova in tutta Europa. Tale è il personaggio che ha lanciato il pianismo da recital, il funambolismo, la preminenza del pianista sul brano che si va ad ascoltare. Significativamente, gli altri grandi pianisti-compositori del primo romanticismo (perché Liszt fu fine compositore, non solo funambolo), ebbero una carriera concertistica saltuaria, breve o assente; infatti eccetto Mendelssohn (enfant-prodige), Chopin e Schumann non ebbero carriera concertistica di rilievo. Vediamo già che le parole chiave per chiarire lo sviluppo di un certo pianismo moderno sono ‘costruzione ideologica’ ed ‘espansione spettacolare’.
Naturalmente il pianoforte ha assunto nell’epoca romantica un’ importanza musicale strutturale senza precedenti, e pienamente organica agli sviluppi di allora; si è affinato tecnicamente ed è diventato lo strumento autosufficiente per eccellenza, e ciò è stato logico, ‘giusto’, fuori discussione.
Ciò che mi sembra da capire è il perché tutti abbiamo impressa nell’immaginario quell’idea di pianista di cui sopra, ed è un’indagine che fuoriesce dal campo strettamente musicale-pianistico per toccare racconto, mito, icona, posa e anche inconscio. Ma dal momento che per trarre conclusioni sul tema non basta la storia della disciplina, né le speculazioni sul nostro immaginario, è bene volgere lo sguardo ai pianisti in carne ed ossa dell’ultimo secolo, e considerarli nella totalità della vita musicale occidentale, al pari dei compositori, e pertanto responsabili dell’icona e della passione che nutriamo per loro.
Interroghiamoli questi pianisti, per capire cosa hanno combinato, di concerto con i compositori, da quel Liszt in avanti; essi ci sveleranno i perché più nascosti del nostro senso estetico e delle nostre effusioni sentimentali, nonché la fonte dei nostri archetipi mitologici.
Questa rubrica ha la sua origine in un errore di valutazione, o meglio in un tentativo di approssimazione non riuscito. L’idea iniziale era di confrontare il pianismo di Pollini con quello di Lang Lang, soprattutto per quanto riguardava il concetto di espressione. Provenendo io da letture e convinzioni adorniane-gramsciane, la tesi che mi ero fatto era: Pollini artista ‘organico’, in senso gramsciano, o che tenta di esserlo da tutti punti di vista compreso il rigore interpretativo che poco concede a personalismi e svolazzi gratuiti; vedasi la dedizione alla contemporanea, il sodalizio con Luigi Nono, i concerti nelle fabbriche occupate negli anni ’60-’70. Lang Lang artista, nota bene artista quindi in ogni caso interprete di altissima qualità, che cede alle sirene della spettacolarità, dell’espressività corporea accentuata ad arte per conquistare lisztianamente il pubblico sempre e comunque, vendendosi dunque alla ‘società dello spettacolo’ con tradimento del senso intimo delle stesse partiture con cui ‘fa colpo’.
Questa era la tesi. Poi è arrivata la domanda: e Glenn Gould? E qui, approfondendo anche solo pochi aspetti di quello che forse più degli altri due merita l’epiteto di genio, e che si accostava ai brani in veste di artista al pari degli autori dei brani stessi, ho capito che dovevo trascendere quelle definizioni un po’ filosofiche ed ‘esterne’ per addentrarmi nell’impulso più immediato e profondo del creare note dalla tastiera. Solo capendo come i vari pianisti hanno riempito i brani con quell’impulso, qual era il loro personale impulso studiando quel tale brano, si valuterà se sono ‘organici’ o meno rispetto ad un’arte di oggi. Ammesso che esista un’arte di oggi che richieda organicità, e ammesso che non ci perderemo nei meandri meravigliosi dei suoni di corde percosse da martelletti. Il che a ben rifletterci sarebbe altrettanto desiderabile.

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