N'aimez-vous pas le piano?

Chi va piano va sano e va lontano

di Davide Bairovith 14 dicembre 2013Commenti

La velocità. La velocità è un’ossessione che accompagna ogni studente di pianoforte da quando comincia a muovere i primi passi sullo strumento, e che in alcuni casi può non abbandonare mai il pianista medio. (Il virtuoso ovviamente ha poi con essa un rapporto un po’ meno conflittuale). Più i pezzi sono ‘difficili’, più hanno parti in cui si deve andare ‘veloce’, più mi stupiscono e mi fanno ‘gola’ quei pezzi, dunque sarò un bravo pianista e mi sentirò tale quanto più riesco a raggiungerli con la velocità delle mie mani.

Alzi la mano chi, pianista o aspirante tale, non è mai incappato in questa logica di base e istintiva, nel porsi verso le proprie qualità e verso i brani che veniva a conoscere. E questo vale anche per una consistente fetta di pubblico. La velocità. Un’ossessione appunto.

È evidente che molta musica scritta da grandi autori sia ‘difficile’ da suonare, nel senso che richiede una preparazione tecnica (fisica, atletica) onerosa, anche e molto per ciò che riguarda la velocità. Ma troppo spesso il fatto in sé che l’alta velocità delle dita sia difficile da raggiungere, costituisce un metro di giudizio estetico troppo esclusivo per amatori e ascoltatori; stupire e farsi stupire dalla virtuosità gratuita. La polemica è antica, data già al primo romanticismo.

Troviamo critici musicali e compositori che lamentano la presenza sulla scena salottiera e concertistica di giovani prodigi ‘dalle dita ben oliate’ ma privi di una adeguata sensibilità, in pratica atleti che dal punto di vista meccanico padroneggiano tutti i pezzi, ma che in complesso sono interpreti assai superficiali.

È solo una riproposizione della secolare polemica tra il gusto ‘di tutti’, più ‘semplice’ -che vuole i virtuosi del piano e della voce, le arie liriche e lineari, il divertimento- e la concezione di quei quattro rompiscatole di compositori con le loro ubbie sull’opera totale, costruita, intellettualistica, elaborata? Anche, ma non solo.

Parlando in prima persona, da pianista cadetto, l’idea che un vero capolavoro pianistico potesse situarsi come ‘difficoltà’ di esecuzione meccanica anche al di sotto di molti altri pezzi decisamente impervi tecnicamente mi è balenata molto molto tardi. E la certezza che questo avvenga spessissimo l’ho avuta solo dopo aver fatto studi compositivi. Solo recentemente sono giunto alla conclusione che anche un buon amatore può eseguire alcuni brani magari anche ‘meglio’ di un conclamato grande pianista.

Naturalmente la velocità non è l’unico ostacolo tecnico del pianoforte. Sono innumerevoli gli aspetti e diciamo i parametri da controllare: tocco, pedale, intensità, indipendenza delle dita, linee melodiche principali secondarie e altri.

La velocità però ha a che fare col ritmo, ed è l’aspetto che più facilmente soggioga musicisti e ascoltatori, poiché la velocità è ritmo, il ritmo è tempo, e il tempo ritmato è istintivo e primordiale.

E qui si ci affacciamo alla musica di consumo. A meno che chi legge non abbia più di ottant’anni, penso di poter dire che tutti siamo cresciuti in un contesto in cui musica di ogni tipo viene propinata a guisa di morfina, a getto continuo, in ogni luogo umanizzato. La gran parte di quello che esce dai ripetitori onnipresenti è musica appunto ‘di consumo’. La prima caratteristica, e troppo spesso l’unica percepibile di questa musica è una qualità ritmica assolutamente regolare e continua. Ora Pollini nella sua ultima, credo, apparizione televisiva del 2008 ha paragonato tutto ciò alle due pietre percosse l’una sull’altra dall’uomo primitivo. In soldoni ha dato del troglodita deficiente a quasi tutti quelli che fanno la musica che passa per radio e a tutti quelli che l’ascoltano. Secondo me è stata un’uscita poco felice e un po’ acritica, pur se macroscopicamente vera. Il punto è ancora un altro.

Il discorso come sempre si fa nettamente speculativo e astratto, se non vi piace potete sempre accendere la radio e buttare questa rubrica nella spazzatura.

Il ritmo costante e ossessivo tribale è tutta un’altra faccenda rispetto a quello della musica di consumo. Quello implica un’esperienza totale della comunità, un rapporto di comunicazione tra i membri, una affermazione della dimensione corporea tramite la danza, una riaffermazione di identità collettiva. Dunque quel ritmo costante e ossessivo echeggia un eterno ritorno, una mimesi delle forze immutabili ed eterne della natura, con i continui cicli di nascita e tramonto.

            (Giocando un po’ a fare gli antropologi).

Al contrario il getto continuo di ritmo delle canzonette (in senso lato), è una linea tesa indefinitamente, che pur non ripetendosi mai è ossessivamente e cupamente sempre uguale a sé stessa. La musica è l’arte del tempo. Nel senso che la musica da un senso, diciamo estetico, al tempo e così facendo sottrae un segmento di tempo allo scorrimento astratto e non-umanizzato e lo rende umanizzato. Dando un significato al tempo si annulla il tempo stesso. Questo è il cerchio magico della musica, un brano deve potersi ‘guardare’ come se fosse tutto assieme lì di fronte a noi, il prima da senso al poi e il poi al prima. Sconfitta del tempo cartesiano, meccanico ed inesorabile. La musica di consumo è esattamente il contrario: si adatta in modo grottesco al tempo tecnicizzato-meccanizzato-monetizzato in una patetica parodia dell’efficientismo borghese, e, per dirla con Ciro di Pers, va gridando continuamente ‘sempre si more’.

Ma noi resistiamo. Finché ci sarà anche solo più uno strimpellatore sgangherato di pianoforte che se ne frega altamente di non riuscire a fare gli Studi trascendentali di Liszt e suonerà ‘Per Elisa’ alla propria fidanzata lentamente, pateticamente, e pensando che il prima sta dando senso al poi e il poi al prima, fino ad allora potremo dire con Beethoven che la musica ci dona il ‘momento glorioso’.

 

 

comments powered by Disqus