Il Grande Vetro

Cut/paste/think. Camille Henrot e l’infosfera

di Davide W. Pairone 14 gennaio 2014Commenti

Man Ray, ragionando sul rapporto fra copia e originale, dichiarò: “It is marvellous that we are the only species that creates gratuitous forms”. Cosa resta di questa meraviglia quasi 100 anni dopo? Forma, percezione, creazione, come si relazionano fra loro ora che gli strumenti informatici hanno dilatato all’inverosimile le possibilità e le sensibilità dell’uomo digitale? Banalmente potremmo dire che l’immagine filtrata dai media e manipolata dai software ha perso forza espressiva, autenticità, aura. Forme anestetizzate e frammentarie si perdono come dati fra i dati nel flusso dei vari Tumblr, Pinterest, Facebook. Ancora Man Ray: “An original is a creation motivated by desire. Any reproduction of an original si motivated by necessity. To create is divine, to reproduce is human“. La riproduzione digitale di forme e immagini, dunque, come processo meccanico che si inserisce nella catena dell’infinito intrattenimento del web sembra ridotto ad un riflesso pavloviano, ad un copiare ed incollare distrattamente link sui nostri profili. Pura necessità di un’infosfera che deve alimentare se stessa schiacciando ogni reale desiderio e bisogno dello sguardo ormai impigrito ed annichilito. Un tempo moltiplicare forme voleva dire innescare processi complessi e dispendiosi: osservare, disegnare, incidere a bulino, proiettare, stampare o successivamente fotografare, emulsionare, sviluppare.

Oggi in pochi click o tap ogni immagine è disponibile all’istante, in rapida sequenza i simulacri si sovrappongono e altrettanto rapidamente scivolano nell’indifferenza scopica. L’estetica dell’archivio sembra già sorpassata e sembra lasciare il posto ad un’estetica dell’accumulo che a fatica lascia tracce dietro e oltre lo sguardo. Creare e produrre immagini conta meno che sceglierle, montarle e inserirle nei canali della comunicazione: ingegneria e strategia memetica al posto di genetica e genealogia. L’opera del 2013 che meglio incarna le potenzialità di una nuova estetica fondata sul DJing di immagini e che fissa i confini dell’anestesia scopica contemporanea è Grosse fatigue di Camille Henrot, vista all’ultima Biennale di Gioni. Il titolo è ambiguo perché può far riferimento al lavoro dell’artista che, nel corso di una residenza presso lo Smithsonian Institution ha raccolto una considerevole mole di documenti, testi sacri, iscrizioni di varia natura riguardanti la creazione e i miti cosmogonici di diverse culture. Può dunque far riferimento anche alla fatica della creazione divina, allo sforzo titanico di creare qualcosa dal nulla. Usando le finestre dei browser la Henrot ha creato una narrazione stratificata e dinamica, scandita da una colonna sonora hip hop che la rende universalmente accessibile e intellegibile grazie anche alla familiarità di un “ambiente” desktop subito riconoscibile. Ma dietro una produzione accattivante si mimetizzano temi universali e arcaici: l’anelito verso il divino, l’horror vacui, la morte, il posto dell’uomo nel mondo.

Il lavoro di sintesi e formalizzazione con cui la Henrot ha tessuto insieme questi fili in una manciata di minuti coinvolgenti, ironici, profondi e a tratti semplicemente meravigliosi si basa sul sampling e l’editing di materiali preesistenti, sulla dilatazione e compressione di un flusso visivo sempre sul punto di eccedere o sprofondare in una vertigine fine a se stessa. Così il mirabile equilibrio fra suono e immagini rende l’opera fruibile su più livelli, dalla semplice narrazione alla più raffinata riflessione sulla cultura dell’archivio e dell’accumulo, sui limiti della rappresentazione e sul ruolo dell’arte nel frastagliato panorama della comunicazione contemporanea. Ciò che appare a prima vista come un raffinato ma vacuo gioco intellettuale seduce infine lo sguardo dello spettatore e, ponendo interrogativi fuori dal tempo e dallo spazio, riscatta su più livelli la meccanicità della riproduzione digitale. Appropriarsi di testi, immagini, video e suoni; elaborarli, condividerli nell’infosfera: gesti ormai quotidiani che quest’opera ci insegna a meditare e gestire con parsimonia, poesia e responsabilità. Per un’etica ed un’ecologia dello sguardo e del mondo digitale.

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