N'aimez-vous pas le piano?

Don’t cry baby

di Davide Bairovith 28 dicembre 2013Commenti

 Sono stata ammessa! Non riesco ancora a crederci. Mi sembra che tutto sia finto, non è possibile. Da domani mi posso considerare studentessa del conservatorio, classe di pianoforte. William è un grande.

 Però è stato strano. Ho sempre suonato divertendomi, senza pensarci, così. Oggi invece è stato pazzesco. Da quando con William siamo usciti dal metrò, ho cominciato a sentirmi qualcosa allo stomaco, sentivo più freddo del normale, e mentre salivamo i gradini dell’ingresso imponente del conservatorio le mie mani hanno iniziato a sudare. Quando hanno chiamato il mio cognome dall’aula, William mi ha buttato un po’ di polverina bianca sui palmi, mi ha baciato sulla guancia e ha detto solo: ‘Benvenuta in Europa tesoro’.

Tutto quello che ho imparato sul piano, lo devo a William. Ah scusate, non mi sono presentata. Sono Caroline, ho 21 anni e sono nata in Florida, e se da oggi studierò musica in Francia è praticamente un miracolo. William lo dice sempre, dice che sono il suo miracolo più grande, anzi l’unico. ‘E se quei puzzoni non ti prendono, tu suonerai lo stesso. Non hai bisogno dei loro pezzi di carta’. In realtà un miracolo c’è stato, sei anni fa, a Jacksonville.

Io sono cresciuta in un quartiere povero di Orlando, papà era un meccanico senza un soldo e aveva sposato una messicana ancora più disgraziata di lui dopo l’amore di un mese, agosto 1910, il mio concepimento. L’infanzia è stata degna di quelle premesse e a quindici anni sono scappata a jacksonville con Peter, lo stronzo che amavo e che dopo tre giorni ha lasciato me e la baracca in cui dormivamo. Quella sera camminando ubriaca sono finita nel quartiere nero; non sapevo come avrei vissuto l’indomani, ma il miracolo lo ricordo. Due ragazzi mi seguivano, poi uno corre verso di me e prendono a strattonarmi. Devo aver urlato così tanto che un tipo esce da un portone, vede, cerca di difendermi e quando quei porci tirano fuori i coltelli lui grida

            ‘Maledetti, cosa credete? La ragazza suona nel mio locale.’ Loro ridono, ci minacciano tutti e due e vogliono una dimostrazione. Entriamo. Allora lui mi butta letteralmente sullo sgabello di un pianoforte, tira una leva e bisbiglia: ‘Fai finta’.

Non so se fu perché il rag era roba vecchia o perché quelli erano stupidi, ma se la bevvero ascoltando il rullo che suonava al mio posto. Quel tipo era William. Era un bianco, capelli biondi, più di quarant’anni, suonava al Nightingale Blue di sabato e di martedì e dal giorno dopo cercò di far sì che la bugia su me pianista, che mi aveva salvato, diventasse vera. Iniziò come un gioco, però pian piano si fece una cosa importante.

 Di giorno lezioni di musica, nella sua camera ammobiliata, di sera cameriera al Nightingale, il ‘suo’ locale, la notte su una branda, sempre nella sua camera (‘onestissimamente’ aveva proclamato, ‘i soldi per due non li ho’).

Per due mesi mi ha fatto solo cantare, mentre lui al Kimball accompagnava, insegnandomi un sacco di pezzi che sapeva a memoria. Anch’io dovevo fare tutto a memoria, anche perché non sapevo leggere una nota ovviamente. Quando poi mi mise le mani sul pianoforte disse: ‘Questa è una macchina da scrivere e bisogna farla cantare, è un bel casino ma ci riuscirai’. Insomma il tempo passava e io facevo progressi, perché imparare da William era un gioco continuo; suonavamo blues, rag, e un misto di tutto che lui chiamava jazz. Ridevamo come matti. Quando gli chiesi di insegnarmi le note mi disse che voleva che io godessi del pianoforte, non che lo studiassi; non voleva rovinarmi quel gioco. Sembrava colpito da qualcosa, turbato.

Dopo un anno di vita insieme non avevo ancora capito chi fosse veramente Will. Certo, le lezioni spassose, i concertini settimanali con la band, le notti onestissime in camera, i suoi rientri notturni in cui, strafatto, mi prendeva una mano e diceva ‘piccola Hilde’ crollando. Ma sentivo che una parte importante di lui mi era sconosciuta. Una sera rientrando dopo il cinema, (mi ci portava quando aveva qualche spicciolo in più), lui si ferma sotto per un doppio whisky; non so perché mi gira di fargli uno scherzo e striscio sotto il lettaccio della camera. Stavo già sghignazzando pensando alla faccia che avrebbe fatto vedendomi spuntare da là, quando mi accorgo di avere tra i piedi e contro la testa delle pareti di cartone. Scatole da scarpe.

Incuriosita, ne apro subito una. Dentro ci sono tre libri sgualciti e pieni di polvere. Solo di uno capisco il titolo: ‘Ricerca sull’origine delle idee del sublime e del bello’- Edmund Burke. Gli altri due sono in una lingua che non è l’americano: ‘Wilhelm Meister wanderjahre’ – Johann Wolfgang von Goethe; ‘Über die ästhetische Erziehung des Menschen’ – Friedrich Schiller. Sotto i libri, qualche foglio di musica con tutti quei pallini e quelle righette scritti a matita, quei segni che Will non aveva ancora voluto spiegarmi, con una frase in alto, sempre in quella lingua: ‘Streichquartett B-dur. Dresden, 1902‘.

Ero piccola e piuttosto ignorante, ma cominciai a intuire la verità.

In breve, Will salì in camera, vide che avevo visto, e aiutato dai tre whisky che si era fatto, mi disse tutto: che il suo vero nome era Wilhelm Giebenrath, che era tedesco di Weimar, che aveva studiato composizione a Dresda a cavallo del secolo, che aveva sognato di inseguire il momento glorioso tramite il pentagramma, perché un certo Ludwig aveva aperto una strada verso la ricerca, parlava di un poeta-veggente-scienziato che aveva lavorato nella sua città, parlava di Napoleone, Stendhal, Grand Tour, Senso e Ragione, parlava di pugnalate, moschettieri, amore cortese e Sigfrido e la Comune di Parigi…’Perdersi per ritrovarsi, piccola Hilde, perdersi per ritrovarsi’.

Capii. William aveva trovato una vita nuova da noi, ma aveva dovuto abbandonare le sue fantasie di ragazzino, si era sradicato volontariamente.

Dopo quella notte cambiò tutto tra noi, quasi più che se avessimo fatto l’amore. Fu una specie di convergenza. Io mi innamorai del suo Vecchio Mondo, mentre lui si riaffacciava piano piano al nuovo Vecchio Mondo. Le lezioni di piano erano sempre spassose, ma ora imparavo anche scale, arpeggi, diteggiatura e tutto ciò che ‘quei puzzoni dell’accademia considerano più importante della musica stessa’. Ero incantata dalle sonate di Mozart, mi portavano in un mondo ordinato e dolce che non avevo mai immaginato; poi Scarlatti, Haydn e le Partite di Bach ‘padre della tonalità‘. Ma non era più solo musica. Nelle scatole da scarpe trovai un sacco di libri anche in inglese, che Will aveva ricomprato ma mai riletto. Scoprii che erano stati scritti volumi interi pensando ad una donna; che in nome di amore si erano fatte guerre, che per difendere la propria terra schiere di persone avevano riso davanti alla morte, che alcuni avevano riso di tutto e che altri, addirittura, per un’idea avevano consumato una vita. Intanto Will parlava di un rinnovamento della musica, aveva comprato un buffo aggeggio con alcuni dischi di un compositore moderno, Arnold Schönberg, dicendo che la tonalità era morta e i suoni di nuovo liberi, anche se a me quelle sembravano solo note a caso; parlava di un’arte finalmente moderna (‘Più nessuna Brünhilde, più nessuna redenzione!’), diceva ‘avanguardia‘ ogni tre parole, e che pittori e compositori erano ora attivi in Europa, anche un giovane scrittore americano era là, a Parigi, ‘il nuovo e sempiterno focolaio’.

Già, Parigi. Con qualche difficoltà riuscimmo a farci spedire il programma di ammissione al 5º anno di pianoforte del Conservatoire national supérieur e per Will con un altro anno di studio sarei stata pronta. Nessun problema: il viaggio lo avrebbe pagato con la rottamazione della carcassa del Kimball; quanto a come vivere una volta là, non ci pensava neanche. (Insomma parliamo di Will).

Ricorderò sempre ciò che mi disse l’ultima nostra sera americana. Era deciso e appassionato, così solenne non l’avevo mai visto: ‘Mademoiselle-sì non conosce vie di mezzo tra honey e mademoiselle- presto farai il tuo ingresso nella città più affascinante del mondo, terra di arte e follia. Suonerai perché hai talento. Pensa solo a te stessa, al suono e al futuro. Non legarti mai sentimentalmente ai brani: la musica è per noi ora, non per piangere su un passato ereditato. Non contaminare l’impeto estetico. Per te tutto è fresco, sei al di sopra di tutti i nostalgici lacrimevoli’.

            Salle Bataclan- Paris- le 13 Juin 1934

            Les meilleurs diplômés du Conservatoire national supérieur de musique

            Caroline Riffel, piano

            Johann Sebastian Bach. Partita n.2 en do mineur

            Claude Debussy. Estampes n.3 jardins sous la plouie

            Frédéric Chopin. Andante spianato et Grande polonaise brillante op.22

Poca gente in sala. Si dormicchia. Sono lì solo per sentire il proprio parente ed incoraggiarlo con un applausino. L’andante concilia. Una ragazza suona. Vestito nero, capelli biondo scurissimo avviluppati in uno chignon, viso serio dalla sfumatura indecifrabilmente esotica, bellissimo. Attacca quei sol in ottave e sbriga il fortissimo marziale. È nei sei pizzicati sospesi prima della cavalcata meravigliosa della Polacca che lancia uno sguardo impercettibile verso la platea; sulle labbra le si dipinge un sorriso velato che non la lascia fino alla corona finale di mi bemolle. Esecuzione perfetta.

Cinque minuti di applausi. Inchino, entusiasmo generale. Un uomo, in ultima fila, ha cominciato a piangere dopo il pizzicato e non ha più smesso.

            ‘Perdersi per ritrovarsi’.

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