Peak & Weak

East India Youth & TOY

di Valerio Restivo 20 gennaio 2014Commenti

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East India Youth – Total Strife Forever 
13/1/2014 Stolen Records

Sputtaniamolo subito: East India Youth ovvero William Doyle è l’ennesimo giovanissimo genietto made in England, alla stregua di James Blake o di Archy Marshall a.k.a. King Krule. Una di quelle rare personalità dotata di quel qualcosa per cui è come se certe persone nascessero solo per occuparsi di una specifica mansione nella vita. Ma andiamo al dunque. Cerchi il suo profilo su Soundcloud o su Twitter e la prima cosa che leggi su questo ventiduenne originario di Bournemouth, cittadina costiera del sud dell’Inghilterra, è la descrizione che lui stesso fa di sè e del suo disco: si definisce come “Sound Gardener” e “Song Architect”. Giardiniere del suono e architetto di canzoni dunque. Un modo un po’ presuntuoso di presentarsi per un artista novello con alle spalle soltanto Hostel, un ep già promettente uscito appena un anno fa . In ogni caso no, nessuna presunzione, nè arroganza; di architetti che si destreggiano con i computer sperimentando qualsiasi cosa oggi ne conosciamo davvero tanti, di giardinieri invece ce ne sono molti meno, piccola ragione in più per drizzare le orecchie e prestare attenzione al disco, che non fa altro che confermare che queste quattro parole riuniscono perfettamente alcune delle caratteristiche che contraddistinguono questo giovane produttore londinese: e allora ecco che nel giardinaggio apprezzi il gusto per il dettaglio e il lavoro portato avanti con la massima cura, con pazienza, per intenderci, come quella di chi taglia con estrema attenzione le foglie di un bonsai; nell’architettura, invece, si riassume la sua ossessione per la costruzione complessa e ben disegnata, una smania per la quale dai suoni (immaginiamoceli come dei mattoni) si elevino canzoni (le pareti) fino ad arrivare a un edificio sontuoso, spazioso, moderno.
Total Strife Forever, uscito per la british Stolen Records, apre un 2014 pieno di novità e sorprese e questa è solo la prima. Il disco è un misto di techno, lo-fi, noise, synth pop, elettronica sperimentale, tutti ingredienti che combinati assieme convergono in un elettropop che vuole suonare intimo dentro e grandioso fuori. Un disco poliedrico in cui si commistionano da un lato tracce solo strumentali come Glitter Recession o Midnight Koto che risentono di influenze krautrock di fine anni ’70, di mood ambient tipici di Brian Eno e David Sylvian fino ad arrivare alla drone music degli attualissimi Fuck Buttons e dall’altro, tracce, come Looking For Someone o Dripping Down in cui viene fuori un moderno cantautorato elettronico piuttosto contagioso. Per carità, Doyle non apporta nessuna rivoluzione sonora ma attraverso tanta umiltà e onestà artistica è riuscito a rendere grande un un “piccolo” album come questo allontanandosi dai più comuni clichès del pop e meritandosi di essere riconosciuto come artista fuori dal comune. Veramente un bel disco.

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TOY – Join The Dots
08/01/2014 Heavenly Records
A poco più di un anno dall’uscita dell’omonimo album, gli inglesi TOY tornano in scena con Join The Dots. Sebbene il primo disco omonimo, uscito nel 2012, anche lui per Heavenly Recordings, sia stato un successone, avendo rappresentato il meglio che potesse capitare nel contesto generale di una scena britannica in quel momento un po’ assopita, il quintetto di Brighton si è mostrato abile nel sapersi difendere dalla pioggia di critiche negative di quanti accusavano loro di non essere altro che una copia quasi perfetta degli Horrors.
Join The Doots è un disco che non aggiunge nulla di nuovo a quanto già ascoltato, anzi, si potrebbe anche dire che rappresenti proprio una sorta di disc two del primo album.
Questa band, musicalmente parlando, è dedita ad un mix di psichedelia, brit pop, kraut, shoegaze e post punk. Sono vari i riferimenti (Horrors a parte): si va dai Primal Scream sotto acido con Conductor, pezzo strumentale e di apertura del disco, al ritornello inevitabilmente contagioso e molto Pixies della successiva You won’t be the same, dall’elettronica vagamente Chemical Brothers della title-track, al punk evoluto e molto succoso della bella It’s been so long.
Tornando alle ragioni della weak di questi ultimi 15 giorni, a richiamare l’attenzione, comunque, non è soltanto la novità musicalmente spicciola rispetto al primo lavoro; a lasciare perplessi è anche la voce del frontman Tom Dougall, forse troppo pulita, forse troppo poco presente, forse troppo monotona, forse troppo bassa, forse semplicemente senza stile. Eppure alla fine del disco, tanti sono i colori amonici che vengono a galla durante l’ascolto per cui, volendo, si potrebbe anche non farci tanto caso, perdonando a Dougall il fatto di non avere chissà quale particolare dote vocale.
Benché i rumors ci avessero già messo in guardia, dopo un esordio più che positivo con una Motoring davvero irresistibile, ci si aspettava comunque un po’ di più. Pazienza.

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