Peak & Weak

Grandi contro piccoli

di Valerio Restivo 17 febbraio 2014Commenti

PEAK

Mogwai – Rave Tapes

Rock Action/Sub Pop

 

Ho sempre detto di quanto possa essere difficile per qualsiasi band, album dopo album, mantenersi sulla cresta dell’onda, avendo cura del proprio prodotto musicale, cercando di evitare ogni delusione ai propri fan e trovando al contrario quel pizzico di originalità che serve a tenere alto il proprio profilo, il proprio marchio, il proprio nome. Oggi esistono dei gruppi “giovani”, magari con uno, due album alle spalle, che se ti deludono ti permettono di girare pagina per concentrarti su un altro appena nato, dalle buone sonorità. E così, album dopo album, vai scoprendo chi tra i nuovi si allinea bene con i tuoi gusti musicali. Poi ci sono gruppi “vecchi”, che suonano da molti anni, gruppi al loro nono, decimo disco, con un percorso più difficile, più ostico, un percorso in cui l’impegno coi fan diventa più duro e fragile allo stesso tempo man mano che si va avanti. Duro banco di prova ed esame non approvato fu nel 2010 The King Of Limbs dei Radiohead, che mio malgrado ha rappresentato un disco di ormai stanca sperimentazione. Duro banco di prova ed esame superato con pieni voti è invece Rave Tapes dei Mogwai, ottavo lavoro in studio della band scozzese.

In Rave Tapes si mantengono quei vecchi ma nuovi elementi che avevano funzionato bene già in Hardcore Will Never Die, tra cui vedi l’aggiunzione nel linguaggio musicale dei sintetizzatori che riescono a mettere in secondo piano le chitarre senza stravolgere più di tanto il post rock mogwaiano. Remurdered, Simon Ferocious, Deesh ne sono una prova. E parlando proprio di originalità questo album rappresenta quanto di  più coraggioso il quintetto di Glasgow potesse portare a termine.

Rave Tapes rappresenta l’approdo del gruppo a una dimensione più intimista, dove la melodia si fa elemento centrale e i crescendo perdono energia a favore di più colore e profondità e, ancora, dove tastiere e sintetizzatori tracciano un percorso preciso per contenere le inquietudini di chitarra, basso e batteria. Un disco completo ed essenziale, in perfetto equilibrio tra il sintetico e l’analogico, le due facce dei nuovi “vecchi” Mogwai, strapieno di citazioni, ma non da altre band – sia chiaro –, quanto invece da tutto ciò da loro affrontato da Young Team sino ad oggi. Impulso di cuore, spontaneità e umanità è quello che si sviluppa come magico preambolo in Remurdered, perfetto riassunto del messaggio generale che si propaga per tutto il disco. Una mistione di malinconia e serenità, già percepita in molti brani di The Hawk is Howling, è quella che si afferra nelle note iniziali di Heard About You Last Night e nel tenue carillon di No Medicine For Regret.  La vera e grezza Master Card riporta per alcuni secondi  nelle vibranti note di Hardcore will never die mentre con Hexon Bogon non è difficile lasciarsi trasportare per le rive di Mr. Beast.

In Repenish, divertente citazione dei Godspeed You! Black Emperor in cui, al posto delle classiche conversazioni radiofoniche, compare una comica trattazione complottista del messaggio satanico che si cela dietro a Stairway To Heaven dei Led Zeppelin. La spettrale Blues Hour e la commovente The Lord Is Out Of Control rappresentano i momenti più esaltanti del disco; quest’ultima, in particolare, sotto la guida di un vocoder e di un azzeccatissimo dialogo tra chitarre e effetti elettronici è quella che finalmente rompe gli argini di un fiume di tante lacrime finora trattenute.

Diciassette anni dopo il proprio debutto, i Mogwai hanno ancora una volta saputo elevare il concetto di post rock grazie alla loro infinita libertà espressiva, riuscendo a trasmettere un oceano di emozioni sempre in conflitto tra loro, tra l’impeto della tormenta e l’apparente pace del suono.

 

WEAK

Broken Bells – After the Disco

Columbia Records

 

Tutto cominciò dieci anni fa, quando Brian Burton alias Danger Mouse e James Mercer dei The Shins, nel momento di maggior successo per entrambi, si conobbero nel backstage del Roskilde Festival, della cui line-up facevano parte entrambi.

Da quell’incontro nacque l’idea di lavorare assieme per un nuovo progetto, idea che però non si materializzò fino a quattro anni dopo, quando i due cominciarono a collaborare in segreto nello studio di Los Angeles di Burton. Nel 2010 uscì Broken Bells, album di debutto del nuovo progetto omonimo. Il disco, che ebbe sin da subito molto successo (400.000 copie vendute solo negli U.S.A.), diede molto lavoro alla critica, che se da un lato riconosceva il talento dei due, dall’altro non riusciva a coglierne un’omogeneità di fondo (per intenderci, il disco era un po’ Shins e un po’ Danger Mouse insieme).

A distanza di quattro anni, dopo l’uscita nel 2011 dell’ep Meyrin Fields, esce per la Columbia Records il loro secondo album, After the Disco.

La prima sensazione che si avverte ascoltandolo è che Brian e James siano riusciti a pulire quegli elementi ambigui del primo disco: adesso il suono è più compatto, segno che i due sono arrivati a fondere assieme i propri talenti in un’unica cosa. Dunque non più The  Shins e Danger Mouse, ma una simbiosi che fa di questo disco un prodotto più solido e  coerente del precedente. Singoli e promo del disco a parte, non c’è molto che seduca a primo ascolto. Alcuni brani (vedi Leave It All Alone) sembrano un po’ troppo lunghi e tediosi; ascoltandone altri come The Angel And The Fool, invece, ti rendi conto che gli elementi che girano intorno alla produzione del disco sono di un certo livello – un esempio per tutti, Daniele Luppi che conferisce una forma più ambiziosa e ricercata a quella che è l’idea musicale di fondo, la cui collaborazione assieme a Danger Mouse di qualche anno fa ha dato alla luce Rome, un disco molto bello alla Ennio Morricone. Tutto questo però non è sufficiente a far spiccare il volo al disco: la title track si muove su un sound un po’ disco anni ’70, già proposto e riproposto dai Daft Punk; Holding On For Life, in stile Bee Gees, con i coretti tanto amati da Mercer, rivisita la scia funky-pop sperimentale già vista nel primo album.

Esempio di crescita e di capacità virtuosistica potrebbe essere considerata Perfect World, mentre Medicine e altri brani come Control e The Changing Lights non sembrano altro che delle lucine intermittenti dalle movenze dance e groovy  ma che in parole spicciole non sembrano andare da nessuna parte.

Detto questo, James Mercer e Brian Burton, hanno sicuramente apportato qualcosa di nuovo a quanto prodotto con l’album d’esordio: sono evidenti maggiori compattezza e visione d’insieme. Ma cos’altro c’è da cogliere dietro a un progetto di puro sfoggio di mezzi espressivi e di abilità che sa di fine a se stesso?

 

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