Peak & Weak

Home sweet home

di Valerio Restivo 17 marzo 2014Commenti

PEAK

REAL ESTATE – ATLASd9f36f89

Domino records

 

È vero, ho sempre buttato nel cestino dei weak tutti quei dischi che rispetto al/ai  precendenti non apportano nulla di significativamente nuovo. Stesso sound, magari carico di sforzi virtuosistici caricati volutamente più che ricercati e maturati in modo naturale, di chi vuole mostrare un grande cambiamento o il raggiungimento di  di una certa maturità.

Atlas è l’ultimo lavoro dei Real Estate; dopo Days, uscito nel 2011 e l’album d’esordio omonimo datato 2009, il quintetto del New Jersey torna ad affacciarsi al pubblico con un disco di 10 brani la cui linea portante si fonda sulla fusione di melanconia e dream pop, il tutto concretizzato dai sognanti accordi di chitarra che conformano la stesura di ogni singola canzone. Chiariamo subito: a parte un piccolo salto in avanti  nella produzione, ovvero la registrazione del disco a Chicago presso il Loft, lo studio dei Wilco, non è che ci sia nulla di particolarmente rilevante rispetto al disco che lo ha preceduto. Eppure è proprio questo; Atlas, quasi un tributo ai Beach Boys e a quelle atmosfere 60s, con quelle chitarrine dai riff delicati su tappeti armonici e con quei classici coretti che fanno presa e che ci ritroviamo a fischiettare per molto tempo quasi senza rendercene conto, si sente che è stato registrato in estate. Impossibile non avvertire nei brani una vena estiva che invita a staccare un po’ la spina, a fare una pausa, che ti teletrasporta verso un nostalgico un passato ancora vivo e presente e che convive coi frenetici e convulsi ritmi della vita di ogni giorno. Atlas è un intermezzo di piccole perle di pop/folk semplice e minimale, placido e legato allo scorrere del tempo. Il disco giusto al momento giusto che spazza via l’inverno in vista dell’affacciarsi del tepore primaverile.

Tutto il disco segue  un andamento regolare di circolarità dreaming; ci si muove dal pessimismo cosmico di Had To Hear, brano che apre il disco, alla malinconica e onirica Past Lives. Bello il binomio composto da chitarrina e organetto nella strumentale e mielosa April’s Songs che introduce il contrasto disarmonico tra strofa e bridge in The Bend, ottimo miscuglio compositivo con un rallentamento volatile nel finale inaspettato. Interessanti anche gli scenari che si aprono nella ballad di How Might I Live dove cadenze surf, country e folk si diluiscono insieme in un unico asse armonico.

Primitive e tutti gli altri brani mostrano quanto i Real Estate sia un band decisa, che sa quello che vuole, consapevole di scrivere brani sulla fatalità delle cose e che guarda a un passato flebile, a tratti mesto e scolorito ma per il quale ogni tanto vale la pena spegnere tutto per rituffarcisi dentro. Target centrato.

 

 

WEAK

METRONOMY – LOVE LETTERSMetronomy-Love-Letters-608x608

Because Music

 

Joseph Mount,  mente dei Metronomy non può essere accusato di conformismo; dagli esordi marchiati di effervescenza nu-rave non rimane più nulla e la metamorfosi soft-rock voluta e manovrata nel 2011 con The English Riviera è stata una scommessa rischiosa ma magistralmente vinta. Poi, cosa succede nel momento di maggiore popolarità con la creazione di un album come Love Letters rimane un mistero: il disco, che, al contrario di quanto possa sembrare, è un canto al disamore e alla nostra dipendenza verso le relazioni frustrate, spiazza e confonde. Quello che ascolti è un album dal suono poco empatico frutto di un lavoro che più volte da’ una certa impressione di incompletezza, quasi si trattasse di una compilation di demo priva di coerenza. Di originale forse c’è soltanto la registrazione su nastro, fatta in uno studio di classe, ovvero il Toe Rag di Londra, eseguita interamente in analogico, come già fatto dai Tame Impala, con le attenzioni verso la storia e la cura maniacale del dettaglio, minimalista nelle sue architetture e con il gusto per il glam dei primi Roxy Music. In generale comunque quando ascolti e riascolti un disco che non ti dice nulla un motivo c’è e, infatti,  a detta di molta critica, Love Letters, rappresenta una delle più discusse delusioni della stagione.  Al di là delle schitarrate country della title track The Upsetter o I’m Acquarius, dove la voce di Mount sembra così fragile come se rischiasse di rompersi da un momento all’altro, il resto del disco si muove tra venerazioni fallite al David Bowie più sterile (Monstrous) a brani mal costruiti in studio come la ballata The Most Immaculate Haircut (occhio al falsetto e al ronzio delle cicale che interrompono nel mezzo il brano) e momenti molto noiosi come Call che che fanno venire voglia di soffocarsi sotto un cuscino o di cominciare bere alcohol per dimenticare.

Che tutte le canzoni girino sotto un profilo lo-fi non rappresenta un problema: quello che veramente scricchiola in Love Letters è che di canzoni di spessore non ce ne siano neanche l’ombra, cosa che, purtroppo, rende inevitabile il confronto con il riuscitissimo disco precedente.

 

 

 

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