Il Grande Spolvero

Ma adesso ho bisogno di un altro goccio

di Alessio Scavuzzo 14 febbraio 2014Commenti

Tra crolli, mura e decrescite infelici, non è stato facile trovare la necessaria serenità per scrivere di musica: avevamo bisogno dell’atmosfera giusta, di un mood pacato, leggermente ballereccio, per riconciliare l’animo oppresso dal rigido inverno.

Così questa settimana tiriamo fuori dal cassetto un disco speciale, la giusta armonia per muovere il culo in attesa di ciò che la primavera ha in serbo per risvegliare le nostre anime.

Era il febbraio del 1997 quando i Bran Van 3000 pubblicavano il loro primo singolo:

Drinking in L.A., brano tratto dall’album d’esordio Glee, full lenght composto da 17 tracce, disco d’oro in Canada nel 1998 e vincitore di un Juno Awards come Best Alternative Album. Il singolo riscosse un discreto successo, conquistando la posizione 36 nella U.K. Top 40 Chart e divenendo la prima hit di fama del gruppo, collettivo musicale originario di Montreal formato nel 1995 dal DJ James Di Salvio che allestì una compagnia di circa 20 musicisti canadesi ta cui le tre cantanti soul Stephane Moraille, Sarah Johnston, e il rapper Steve “liquid” Aley.

Una speciale cover del brano fu suonata nel 2007 per la BBC Radio 1 dalla band inglese The Twang ed inserita nell’album Radio 1 Established 1967: la canzone, inoltre, compare nella raccolta della MuchMusic Big Shiny Tunes 2.

La composizione prende avvio sulle note di una ritmica di chitarra distorta accompagnata da un vocal intro femminile che recitando il breve saluto “Hi, my name is Stereo Myke” cede il passo alla successiva frase in cui il rapper Aley tenta di far gola all’ascoltatore incitandolo a recarsi al concerto dei Bran Van al  Pacific Pallisades di cui mette all’asta al miglior offerente tre biglietti: maldestri tentativi autocelebrativi di una band esordiente di sedurre un pubblico ancora tutto da conquistare.

Un breve ed armonico coro di “Uuuu u uuuu” in Re min e Re# riconduce l’ascoltatore alla strofa in cui il rap di Aley prosegue su un testo demenziale, tra l’arrivo di Myke, la storia di un mafioso e Julie Newmar, meglio nota come Catwoman: indubbiamente non il massimo della fantasia!

Finalmente, in duetto, sono formulate le parole magiche:

But we did nothing, absolutely nothing that day, and I say: What the hell am I doing drinking in L.A. at 26? I got the fever for the flavour, the payback will be late, still I need a fix.”

Storie di errori e sbronze adolescenziali americane  in attesa di fare i conti con un hangover!

Così il disco procede con lo stesso ritmo di percussioni in 4/4 mantenendo un timbro dolce e pacato, tra storie di viaggi in bus sulla decima, in direzione di Venice, sorseggiando un succo e gin: poi un “L.A.“canticchiato, ripetutamente ben scandito.

E’ doveroso dirvi che il singolo non ha ma visto l’uscita in 12″, costituendo quindi una deroga al nostro rigore di cultori del vinile: ma, nonostante i suoi  4 minuti scarsi di pezzo, lo riteniamo degno di essere menzionato e vi diremo il perchè.

Ciò che, a nostro avviso, rende il brano accattivante, malgrado  molti lo reputino uno stupido brano commerciale, è la sua essenzialità  compositiva: una ballata melodica che  coniugando differenti estetiche canore, dal black soul corale al rap individuale, realizza un prodotto vincente a cui difficilmente si sa resistere.

Così la banalità può spesso contribuire ad aggiungere nuovi tasselli al background musicale dell’ascoltatore, fugando l’ostinata pretesa dell’eccessiva qualità o del testo a tutti i costi impegnato: non è certo  infatti il disco del secolo, considerato che è anche la soundtrack del film Playing by the heart (1998), commedia americana  di dubbio gusto con Sean Connery e Gena Rowlands nelle vesti di sposi in piena crisi matrimoniale, ma indubbiamente offre un interessante spunto nella comprensione del panorama musicale tardo novantino.

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