Il Grande Vetro

Il Codex Seraphinianus e le forme del sapere

di Davide W. Pairone 24 dicembre 2013Commenti

Quando si parla di certi artisti spesso si abusa di termini quali visionarietà ed eccentricità. Ma il talento di Luigi Serafini, specie nella sua opera più nota, si attesta su di un piano sistematico e razionale, sebbene si tratti di una razionalità paradossale, indecifrabile e aliena. Alla fine degli anni ’70, in un panorama dominato dal concettualismo impegnato e poverista, la fuga trasversale costituita dal Codex Seraphinianus risulta spiazzante: un lavoro generoso proprio perché dispersivo e apparentemente insensato trova non poche difficoltà ad inserirsi nei rigidi schemi interpretativi dell’epoca e forse per questo motivo riscontra più successo all’estero che in patria. La prima edizione del Codex, coraggiosamente pubblicata da Franco Maria Ricci, appare come un’enciclopedia che esplora il sapere di un mondo assolutamente altro, l’insieme delle conoscenze riguardanti il mondo naturale ed i suoi elementi rappresentati da oltre mille illustrazioni deliziosamente surreali ed evocative. La cornice testuale e le didascalie sono del tutto illeggibili eppure sottilmente seducenti allo sguardo, un sistema linguistico inventato dall’autore che fa slittare il livello dei significati sul piano dell’assurdo, il razionale sul livello dell’onirico, la sistematicità enciclopedica che si rovescia nell’accumulo disordinato. Ironico e insieme serissimo, il Codex è un omaggio e una demistificazione dell’uomo moderno, delle sue pretese prometeìche e del suo sguardo onnicomprensivo e totalizzante sul mondo e non a caso si basa sul modello grafico-testuale che sta a fondamento delle scienze esatte da 400 anni a questa parte.

La forma della conoscenza, ormai è noto, riveste un’importanza pari se non superiore al contenuto stesso. Questo assunto non è valido solo oggi, epoca di infografiche, ma riguarda il patrimonio culturale dell’umanità a partire dalle incisioni rupestri del Paleolitico, dalla comparsa dei primi pittogrammi e dall’invenzione della scrittura nel cuore della Mesopotamia. Le mnemotecniche ideate da personaggi come Raimondo Lullo, le impaginazioni ardite degli alchemici, i trattati di astronomia, botanica, anatomia e pittura sono esempi di organizzazione spaziale del sapere che a cavallo del Rinascimento determinarono una graduale svolta cognitiva simile al passaggio fra oralità e scrittura. Il primato della vista come  fondamento nella costituzione del sapere, in quanto senso dell’evidenza e dell’estensione tale da costituire gli oggetti stessi della scienza in termini di linee, superfici, forme e rilievi e stabilire il metodo dell’oggettività come confronto di identità e differenze visibili fonda la moderna civiltà dell’immagine. Ma è proprio nella struttura complessiva della pagina, prima miniata e poi stampata, che va trovato il modello euristico in cui è implicita una determinata visione del mondo. Nei trattati medievali troviamo strutture archetipiche come l’albero ebraico delle Sephiroth, la scala di ascensione alla Gerusalemme Celeste o l’antichissima ruota zoroastriana: concezioni circolari in cui inizio e fine coincidono, oppure lineari e dunque escatologiche. Il quadro, la tavola, la tabella e la griglia, invece, definiscono un sapere comparativo,  inscritto nello spazio neutro della nuova scienza.

Serafini nel suo Codex organizza il suo lavoro inclinando e sovvertendo questa griglia, erodendo questo spazio della conoscenza; se ad un primo sguardo si rimane sedotti da figure improbabili, alberi che nuotano, fotoni che si animano, forme e funzioni che si compenetrano, ad un’analisi più attenta è proprio la struttura complessiva dell’opera e la sua organizzazione spaziale ibrida ad inquietare e sedurre. Sottile critica alla griglia razionale di uno sguardo che copre ogni porzione del mondo, il Codex suggerisce la possibilità di un residuo meraviglioso: quando i condizionamenti culturali non sono ancora impressi nella mente di un bambino, capita che egli sfogli un libro senza possibilità di decifrarne i segni, di cogliere i nessi e le cause all’interno di un sistema. Eppure ne  resta affascinato, si fa rapire da quelle sequenze senza intendere che di sequenze si tratta; con lo sguardo vaga sulla pagina e ricompone secondo una propria logica i frammenti di ciò che non comprende. Serafini restituisce questa sensazione, questo intuito primigenio dei significati che ancora si schiudono alle infinite possibilità del sogno e dell’immaginazione prima che il regime oppressivo dell’esattezza, dell’errore opposto alla verità limiti il nostro sguardo e chiuda i nostri orizzonti.

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