Fotogrammi in movimento

Il film non è cattivo, è che lo disegnano così

di Nicola Franco 2 marzo 2014Commenti

La prima volta non si scorda mai: niente di più vero. Ricordo il mio primo ingresso al cinema da senziente nell’ormai lontano 1988 (i precedenti erano stati perlopiù tentativi di resistenza al buio della sala e al suono assordante delle casse). Erano giorni che continuavo a rovinare la vita dei miei genitori e di chi gli stava vicino con una richiesta molto precisa: “Voglio andare a vedere Roger Rabbit“. Le offuscate rimembranze di quella visione mi provocano tutt’ora una piacevole sensazione, paragonabile al ritrovamento di uno scatolone in cantina contenente dei vecchi giocattoli. Già dalle prime immagini un mondo tutto nuovo mi si è aperto davanti, e il presentimento che quella pellicola non mi avrebbe abbandonato così facilmente si stava insinuando nella mia testa. Per chi fosse completamente all’oscuro della trama (spero pochi), Chi ha incastrato Roger Rabbit? del grande Robert Zemeckis racconta le vicende di un noto coniglio animato in salopette rossa che viene accusato di omicidio ai danni del proprietario di Cartoonia, in una Los Angeles di fine anni ’40 in cui disegni animati e umani convivono naturalmente e in maniera pacifica. Il detective privato Eddie Valiant, interpretato da un magistrale Bob Hoskins, seguirà le tracce del coniglio sposato con la procace Jessica Rabbit per cercare di provare la sua innocenza, ritrovandosi faccia a faccia col suo tragico passato. Il film in tecnica mista che ha rivoluzionato i canoni dell’animazione, riesce nell’impresa impossibile di raggruppare un consistente numero di icone dei cartoni animati facendole interagire fra loro con assoluta freschezza ed efficacia. Impossibile non rimanere stregati dall’iconica scena in cui Topolino e Bugs Bunny dividono la piazza conquistandosi le simpatie del pubblico ed entrando automaticamente nella storia del cinema. Il lungometraggio si vanta di possedere la migliore interazione tra attori in carne ed ossa e disegni animati in due dimensioni che l’industria cinematografica abbia mai visto, grazie al talento dell’animatore e supervisore Richard Williams e alla superba recitazione di ogni singolo interprete.

Non da poco infatti la sensazione di pesantezza e spessore che i cartoni riescono a guadagnarsi all’interno del contesto umano, risultando perfettamente credibili e tangibili; nessuno farà fatica ad accettare questo tipo di realtà, che mostra con naturalezza una possibile fusione tra reale e fantastico. Williams trasforma in tratti grafici di incredibile dinamicità i personaggi delle pagine del romanzo di Gary Wolf, che ha ispirato la realizzazione del film, e coordina gli animatori per cercare di mantenere uno stile omogeneo e coerente nonostante l’evidente diversità visiva e caratteriale dei ‘toons partecipanti. Oggi paradossalmente impensabile riunire case di produzione come Disney, Warner, Universal e Metro Goldwyn Mayer, che attraverso i toni noir facenti da cornice alle disavventure del coniglio maldestro hanno generato l’unico esempio di funzionale collaborazione, lasciando da parte la concorrenza spesso sleale. La pellicola segue lo scheletro narrativo di un giallo, con tanto di battute e omaggi alle tormentate figure degli squattrinati investigatori privati, con la loro nota voglia di affogare i dispiaceri della vita quotidiana in qualche bicchiere di troppo. Ci sono un cadavere, un sospettato, una femme fatale e un assassino ancora in circolazione che complotta nell’ombra un piano diabolico: tutti elementi indispensabili alla ricetta noir, questa volta affrontata in maniera insolita e iconica all’interno del grande calderone dei cliché del genere. Consistente la quantità di citazioni e riferimenti al mondo animato d’epoca, con uno sguardo alle faine gangster del lugubre giudice Morton, ruolo di un pressoché irriconoscibile Christopher Lloyd (Doc di Ritorno al futuro o Fester de La famiglia Addams), che ricordano le donnole della versione animata disneyana de Il vento tra i salici.

La riconoscibile linea grafica di Roger Rabbit, Jessica e Baby Herman, porta alla memoria un più riconducibile legame con i personaggi del Tex Avery Show, di cui facevano parte importanti figure presenti anch’esse nel film, come il cane Droopy; indimenticabile la sequenza dell’ascensore, in cui il quadrupede in questione conduce Eddie Valiant al piano superiore di una palazzina di Cartoonia, dando luogo a spiacevoli imprevisti. Jessica Rabbit, icona sessuale dell’universo immaginario, riflette neanche troppo di nascosto le caratteristiche della Cappuccetto rosso sexy di Tex Avery, fondendo il tutto con la leggendaria Gilda di Rita Hayworth. Altra componente rappresentativa del capolavoro di Zemeckis è la creazione della Salamoia, composta da trementina, acetone e benzina, unico mezzo per eliminare un cartone animato laddove nemmeno una “montagna di mattoni” schiantati in testa sembra avere effetto. L’inserimento di un tale elemento ristabilisce le regole dell’invulnerabilità dei disegni animati, dando maggiore drammaticità e pathos alla storia e garantendosi un posto iconico nei classici di Hollywood.

Un carrello carico di gag in puro stile Looney Tunes che porta con sé intrigo, seduzione e cupidigia, realizzando uno dei prodotti animati più interessanti e apprezzabili, facendo riflettere sull’importanza della nostra immaginazione. Una storia senza tempo che ha trovato e continuerà a trovare consensi grazie alla sua formidabile naturalezza, che esprime attraverso uno dei messaggi più rappresentativi della nostra generazione; continuare a sorridere nonostante la vita sia spesso teatro di eventi spiacevoli. Chi ha incastrato Roger Rabbit? continuerà a entrare nei cuori e nella memoria di ogni spettatore, rinnovandosi ad ogni nuova visione con un aspetto sempre diverso. Confesso di essere stato fin dal primo momento parecchio ispirato da questo meraviglioso lungometraggio e senza la sua esistenza non avrei avuto lo stesso interesse verso questo settore. Una pellicola capace di reinventare tutto quello che si è sempre saputo sul fenomeno dell’animazione e stabilire un differente punto di partenza per coltivare questo tipo di passione.

Il legame con questo straordinario personaggio, presente in tre cortometraggi realizzati dopo l’incredibile successo del film originale e strategicamente inseriti prima di alcune produzioni della Touchstone pictures e Walt Disney pictures, persisterà nel corso del tempo grazie all’indiscutibile impronta stilistica e al fascino che rinfresca le nostre menti con il potere della risata. Tra i ricordi di quella disordinata sala cinematografica della mia città, rievoco ancora il peluche di Roger Rabbit regalatomi da mia zia e il costume dello stesso personaggio, cucito a mano da mia madre, per il successivo Carnevale; mia espressa richiesta in assenza di un vestito ufficiale distribuito nei negozi. Come rimarca il protagonista dalle orecchie lunghe in un famoso frammento del film, “Una risata alle volte è l’unica arma che ti rimane”, e quelle parole da più di vent’anni mi accompagnano con la stessa forza e positività con cui un rinnovato George Banks fa volare l’aquilone dei suoi figli nel commovente finale di Mary Poppins. 

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