Il Grande Spolvero

Il jazz secondo Bonobo

di Alessio Scavuzzo 6 dicembre 2013Commenti

Questa seconda spolverata è merito nostro al 50%: il restante lo dobbiamo al maestro Simon Green, aka Bonobo, ed alla sua magistrale selezione per la compilation Late night Tales, raccolta di brani scelti e mixati da vari artisti del panorama elettronico contemporaneo, da Lindstrøm a Four Tet. Con l’aiuto del musicista britannico, infatti, recuperiamo una perla lucente di uno dei più grandi pianisti del panorama jazz internazionale: Sir. William John Evans, noto ai più come Bill Evans.

Il brano scelto per allietare i vostri uditi è Peace Piece, registrato il 15 Dicembre del 1958 a New York per il suo secondo album Everybody Digs Bill Evans, uscito per l’etichetta Riverside. Sublime improvvisazione pastorale incisa al termine dell’album, è uno dei brani più semplici della produzione musicale di Evans, basato sull’alternanza tra un Do settima maggiore e un Sol quarta sospeso. Stessa progressione con cui prende forma “Flamenco Sketches”, composizione scritta con la leggendaria tromba Miles Davis per l’album Kind of Blue, di cui costituisce la quinta traccia, e stessi accordi iniziali di “Some Other Time”, brano tratto dal musical “On the Town” di Leonard Bernstein.

La celestiale armonia introduce l’ascoltatore in una dimensione introspettiva di angelica serenità sospesa nel tempo, sottraendolo per sei minuti circa al caos degli eventi in cui quotidianamente è immerso. Geniale e fugace improvvisata, il brano ben riflette la maestria dell’autore nell’innovare la nobile tradizione del jazz preservandone la sua originale purezza. L’introduzione del bicorde, infatti, semplifica ma non banalizza la composizione, a cui Evans aggiunge alcune note dissonanti quasi a voler pizzicare l’ascoltatore assorto nell’atmosfera di pacifica meditazione creata dal brano: pillole di tensione che lo rendono ancor più suggestivo. Dopo un “ostinato” gentile iniziale, infatti, la melodia cresce arricchendosi di altri ritmi e tonalità, realizzando un unicum compositivo.

La critica jazz ha individuato nel brano il preludio di una nuova epoca musicale, di cui l’improvvisazione bicorde avrebbe costituito il caposaldo: ma, all’epoca della sua uscita, l’album in cui questa era contenuta vendette solo un centinaio di copie, malgrado recasse sul fronte della stilosa copertina le firme di mostri sacri del jazz quali Miles Davis, George Sharing, Ahmad Jamal e Cannonnball Adderley, quasi a certificarne la qualità.

Come spesso accade, infatti, l’ascoltatore soffre di una sorta di jet-lag cognitivo dei linguaggi musicali inediti, perchè non etichettabili in canoni stilistici a lui noti.

Così solo più tardi, con la partecipazione alle registrazioni di Kind of Blue, il brano e, più in generale, la carriera artistica di Evans si avviarono ad occupare un loro specifico posto nel panorama jazz internazionale.

Malgrado le reiterate richieste, Sir. Evans si rifiutò sempre di eseguire il brano, dichiarando la sua unicità nell’essere stato frutto di un’ inspirazione momentanea e perciò non ripetibile. E forse questo è  il mood che ci ha spinto a regalarvi lo spolvero di questo brano: la sua singolarità di improvvisazione concepita in un preciso istante non ricreabile, ma sempre capace di coinvolgere l’ascoltatore nel proprio universo sonoro: essa, dunque, è più uno stato d’animo che una composizione.

Esplorando la discografia dell’artista, noteremo un percorso musicale costellato di successi nonostante già agli esordi, dopo l’uscita del suo primo album New Jazz Conceptions – contenente Waltz for Debby, composizione a lui più cara – avesse dichiarato di “non aver più nulla di nuovo da dire”.

Alla brillante creatività ed alle capacità tecnico-compositive, infatti, si accostò sempre una inclinazione all’incupimento ed alla rassegnazione, amplificata da tragici eventi che ne segnarono irrimediabilmente l’esistenza. Prima la morte di Scott LaFaro, famoso bassista componente dell’innovativo trio che lo stesso Evans aveva fondato con Miles Davis ed il batterista Paul Motian, deceduto in un incidente d’auto alcune settimane dopo le splendide Live Sessions at NYC‘s Village Vanguard del 1961. La morte dell’amico destabilizzò fortemente Bill così da rinchiuderlo nel silenzio assordante della solitudine sino al 1962, quando ricompose nuovamente la band sempre con Motian e la new entry Chuck Israels al basso.

Un anno dopo, nel 1963, l’innovativo album Conversations With Myself gli valse la conquista del primo dei tanti Grammy award e, l’anno seguente, i primi tour oltreoceano, da Parigi a Tokyo, consacrando la sua fama in tutto il mondo.

Ma, come spesso accade nella storia delle più grandi icone della musica, il suo successo fu intaccato da assidui ricorsi alle droghe, eroina su tutte, che aggravarono le sue condizioni di salute. Ed inoltre la notizia del suicidio del fratello Harry, a cui era stata diagnosticata la schizofrenia, lo indusse nuovamente in uno stato di profondo shock sino a condurlo l’anno seguente, secondo i parenti, alla morte (1980).

Genio introverso e sregolato, senza dubbio Evans ha rinnovato il jazz approdando a nuovi canoni compositivi e creando una nuova estetica per le generazioni di musicisti avvenire.

Al termine dell’ascolto di un brano di tale portata una sola certezza ci rincuora: la musica salverà il mondo.

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