Fotogrammi in movimento

Il lato oscuro della Disney

di Nicola Franco 9 marzo 2014Commenti

Ricordate le atmosfere sognanti, le ambientazioni fiabesche e le appassionanti canzoni dell’universo iconico di natura disneyana? Perfetto, dimenticatele all’istante. Quello che analizzerò in maniera obiettiva e poi personale è un classico d’animazione della Walt Disney pictures realizzato nel 1985, intitolato Taron e la pentola magica (The Black Cauldron in originale). Basato sulla pressoché sconosciuta saga fantasy Le cronache di Prydain di Lloyd Alexander, e in particolare sul secondo libro dal titolo omonimo, la pellicola vede protagonista il giovane guardiano di porci Taron, impegnato in un pericoloso viaggio nell’intento di proteggere la sua profetica maialina dalle grinfie di uno spietato Re non morto intenzionato a servirsene per localizzare un potente artefatto magico in grado di fargli dominare il mondo; un classico intramontabile nel più noto stile dei cattivoni per antonomasia. Lungo il suo percorso l’aspirante eroe incontrerà una bella e intraprendente principessa tenuta prigioniera dal perfido Re, un menestrello logorroico e insofferente, una pelosa creatura dei boschi che tanto ricorda il Gollum de Il signore degli anelli, fino ad arrivare alle terre popolate da folletti e inquietanti streghe grazie all’aiuto di un’invincibile spada incantata appartenuta a un leggendario guerriero del passato.

L’ambientazione medievale, i paesaggi rurali, lo spettrale castello permeato da energie maligne del Re Cornelius e le desolanti lande di Morva (patria delle streghe), fanno da cornice a questo insolito capitolo del panorama classico Disney e catturano in una sfocata istantanea l’essenza e lo spirito di questa controversa realizzazione. Gli anni Ottanta per la casa delle meraviglie dello zio Walt sono stati poco generosi per lo scarso successo di pubblico e critica, nonché per gli imbarazzanti incassi al botteghino, che nel caso delle avventure del guardiano di maiali hanno quasi fatto sfiorare la bancarotta. Un film quindi maledetto all’interno delle mura degli studi d’animazione di Burbank, di cui si parla poco e spesso con un certo timore; come se si stesse cercando di occultare situazioni o relazioni sentimentali sgradevoli aggrappate forzatamente al passato. L’oscuro lungometraggio, accompagnato dalla colonna sonora di un lugubre Elmer Bernstein, ci porta in una dimensione in cui vengono immediatamente abbandonati i canoni appartenuti alla grande tradizione degli studi e che nel tempo hanno reso possibile la loro fortuna, mostrandoci invece un mondo crudo, a tratti visibilmente legato a un gusto Horror. Davvero insolita la scelta di affrontare una tematica forte come la morte in una chiave macabra e più realistica, non abbandonando però la linea fantastica riconducibile in questo caso a un insieme di fattori che rimandano al Fantasy tradizionale. La totale assenza di brani musicali volti ad accompagnare i momenti salienti della pellicola non ha aiutato a ritrovare gli elementi che solitamente decretano il successo e l’approvazione di un classico Disney, catalogando il lavoro come scialbo, poco coinvolgente e noioso; nonostante la quasi appiccicata presenza della figura comica di turno per allietare i più piccoli. Le falle narrative e alcune incongruenze nella sceneggiatura affossano maggiormente la già vacillante reputazione del film, relegandolo senza troppi problemi all’immaginario scaffale di una stanza contenente tutte le realizzazioni animate meno riuscite e destinate a prendere polvere nel silenzio. Inoltre dopo il totale insuccesso non è stata distribuita nessuna VHS prima del 1998, unica testimonianza della presenza del lungometraggio insieme a due versioni in DVD nei primi anni duemila e più recentemente nel 2010.

Dopo aver dato sfogo a questa carrellata di difetti, che sicuramente darà ragione a una visione più oggettiva del lavoro, cercherò di spiegare i motivi per cui si debba comunque tenere in considerazione questo dimenticato passaggio nella storia dell’animazione. Dal punto di vista grafico siamo di fronte a un tratto stilistico che mostra l’effettiva parentela con quello di Don Bluth, che facendo parte del team d’animatori prima di mettersi in proprio e dare vita a capolavori quali Brisby e il segreto del Nimh e Alla ricerca della valle incantata, ha impresso nei personaggi della terra di Prydain un marchio indelebile costituito da un approccio più grezzo e “roughato” di più antica memoria. Le atmosfere cupe e tenebrose suggeriscono un legame con il cinema d’animazione di stampo orientale, riuscendo a superare alcuni vincoli che la Disney ha sempre imposto, provando ad accattivare un pubblico più maturo per riscrivere alcuni codici di lettura. Il curato e spesso caricaturale character design riesce immediatamente a catturare l’attenzione fondendosi con ambientazioni fra le più suggestive del panorama animato fantasy, utilizzando tecniche d’animazione d’avanguardia che amalgamano effetti reali come esplosioni, fuoco e fumo, con i lucidi rappresentanti i personaggi della storia; una delle scene visivamente più riuscite è senza dubbio l’ingresso al castello malvagio di Cornelius, contornato da un realistico cielo purpureo che accresce la drammaticità.

La sidekick Gurghi, baffuta e irritante bestiola antropomorfa, conquista facilmente le simpatie del pubblico attraverso una linea comica tra le più originali della storia dei disegni in movimento, e diventa insolitamente il punto di svolta della trama. Ricordo ancora il mio incondizionato amore per l’esile figura della principessa Ailin, chiaramente tenuta fuori dalla lista delle principesse Disney perché fuori dagli schemi ordinari e poco “glitterata”, accompagnata dal suo spiritello fluttuante che chiama a gran voce un riferimento alla fatina Trilli. La colonna sonora di Bernstein incarna inoltre con funzionalità l’essenza delle avventure con fagotto in spalla e spada alla mano, e immerge magicamente lo spettatore in dimenticati echi di guerre antiche, facendolo danzare in un turbine popolato da creature mitologiche che ispirano solennità. Molto apprezzato il lavoro di doppiaggio e adattamento italiano e particolarmente riuscita la parte del Re Cornelius di uno straordinario Paolo Poiret, che prende il posto del grande John Hurt. La pellicola tenuta nascosta per troppo tempo rimane per me un importante tassello stilistico, nonché narrativo (nonostante le critiche negative), che ricama la sua posizione in sordina e riesce a resistere nel tempo superando le avversità che non hanno permesso la sua adeguata diffusione. Una storia affrontata e raccontata diversamente rispetto ai canoni classici della casa del topo, riuscita comunque a incuriosire una larga fetta di pubblico disposta a non chiuderle le porte in faccia e lasciarsi trasportare dal differente tipo di approccio. Continuando a parlarne, sia positivamente che negativamente, lo scaffale dei lavori dimenticati sarà più sgombero dalle ragnatele e riporterà alla luce un film imperfetto ma con una forza visibile e un fascino magnetico. Per una volta abbandonate i ricordi dei gatti jazzisti e delle volpi fuorilegge per fare spazio a un timido ragazzo e al suo cammino di formazione per salvare le sorti dell’umanità.

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