Fotogrammi in movimento

Il palcoscenico del sogno

di Nicola Franco 12 gennaio 2014Commenti

La terra del sole nascente si è sempre contraddistinta per il suo legame viscerale con le arti grafiche e teatrali, mostrando forme artistiche come il “Kabuki” (teatro incentrato prevalentemente sul canto e la danza che rappresenta fatti, spesso drammatici, realmente accaduti) e le più svariate raffigurazioni pittoriche di avvenimenti, storie popolari e ambientazioni naturali. Il rapporto che si crea tra immagine e interiorità dell’individuo è un punto cardine assai caro alla sensibilità artistica nipponica, con l’inevitabile sviluppo di storie animate incentrate su questo concetto. Uno dei maestri indiscussi nel portare ai limiti estremi questo forte legame è stato senza dubbio Satoshi Kon. Nato il 12 ottobre del 1963 e scomparso prematuramente l’estate del 2010, è stato un regista, soggettista, sceneggiatore e character designer che ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel mondo dell’animazione grazie alla notevole spinta di Katsuhiro Otomo, mostro sacro delle linee in movimento e “papà” di Akira; lungometraggio animato di fantascienza post apocalittica, diventato col tempo un vero e proprio fenomeno pop culturale. Kon scrive la sceneggiatura di uno dei corti del film a episodi “Memories”, diretto dallo stesso Otomo e animato dal celebre studio “Madhouse”, delineando in maniera dettagliata le figure dei personaggi presenti nell’odissea spaziale del frammento in questione, che prende il nome di “Magnetic rose”. Dopo gli sforzi conseguiti nella realizzazione di quest’ultimo, un giovane Satoshi Kon decide quindi, spinto dal suo stesso mentore e arricchito dalla recente collaborazione, di provare a cimentarsi nella regia e nello sviluppo di un thriller psicologico dai toni oscuri e alienanti.

Nel 1997 nasce “Perfect Blue”, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Yoshizaku Takeuchi, e diventa  immediatamente argomento di discussione per la rarità di un prodotto animato che segue le orme del giallo dai toni cruenti. La trama ruota attorno al personaggio di Mima Kirigoe (nella foto di copertina), “idol” – popstar giapponese –  principale nel gruppo delle Cham, e alla serie di inquietanti situazioni che avvolgono la sua persona e fanno a pezzi la sua anima. Perseguitata da uno stalker ossessionato da lei, in seguito alla decisione di abbandonare il mondo della musica “J-pop” per dedicarsi a quello della televisione, comincerà a non sentire suo lo scenario quotidiano che la vede da sempre protagonista, cadendo vertiginosamente in una pericolosa crisi d’identità che le farà dubitare di se stessa e delle sue consuete azioni. La cura maniacale con cui il regista dirige l’opera permette repentini cambi di scena, tra reale e surreale, che confondono le idee dello spettatore e lo tengono col fiato sospeso fino alla soluzione finale del puzzle pieno di sconcertanti rivelazioni. In ”Perfect Blue”, come nelle successive opere “Millenium Actress”, “Tokyo Godfathers” e il visionario “Paprika” (ultimo film prima del decesso del regista), la dimensione onirica del mondo e della società è una costante che scandisce i ritmi delle sequenze e dei suoi “burattini”. Il cinema di questo poliedrico autore possiede infatti diverse analogie col teatro, facendo rivivere al pubblico la struttura scenica tipica del palco, come se si stesse sbirciando da dietro le quinte e si volesse quasi suggerire la prossima battuta all’attore sotto i riflettori. Il delirio visivo del lungometraggio strizza l’occhio più volte al cinema di Hitchcock e alle inquadrature multiple di Brian De Palma, accentuando maggiormente lo stato d’angoscia e claustrofobia che si respira durante la visione. Il fattore che accomuna i successivi prodotti di Kon è sicuramente il sogno, inteso anche come fiaba in “Tokyo Godfathers”, in cui una neonata abbandonata nell’immondizia viene trovata e allevata da un bizzarro trio di senzatetto formato da un burbero clochard, una dispettosa ragazzina scappata di casa e un iperattivo transessuale. Il poetico “Millenium Actress”, storia di una famosa attrice d’altri tempi che insegue il ricordo di un amore perduto attraverso le immagini e le memorie dei suoi film, ci riporta sul palcoscenico che incontra la percezione visiva e sonora riconosciuta come apparentemente reale dalla protagonista Chiyoko Fujiwara, creando un variopinto mosaico narrativo dalle sfumature delicate.

Infine lo psicoanalitico “Paprika” ritorna sui passi del giallo, facendo luce su un futuro non troppo lontano in cui attraverso una nuova tecnologia è possibile immergersi nei sogni e nel subconscio, per cercare di risolvere anomalie e problematiche nascoste dell’individuo; lo sviluppo della trama, come accade in “Perfect Blue”, seguirà un intricato avvicendarsi di  eventi volti a fare uscire allo scoperto il lato più oscuro dell’uomo. Particolarmente azzeccata la sequenza d’apertura del film in cui la “proiezione umana” della protagonista nel mondo dei sogni si muove vivacemente all’interno di oggetti, scenari urbani e vite altrui, regalando una sincopata fusione tra diversi stili grafici e un tema musicale che ci riporta immediatamente ai famigerati anni ’80. La colonna sonora è un altro fondamentale tassello della produzione filmica del regista originario di Kushiro, che combina in modo esemplare le atmosfere cupe e sperimentali, simili a quelle prodotte da Wayne Bell e Tobe Hooper nel film horror “Non aprite quella porta”, a melodie pop di matrice elettronica; uno dei brani più riusciti che riesce a divulgare lo spirito d’inquietudine del lungometraggio è “Virtua Mima” di Perfect Blue. La forza comunicativa dei film di Satoshi Kon, e in particolar modo quella del già abbondantemente citato Perfect Blue, è più che mai vicina all’attuale realtà sociale, dove tutto è finto ma niente è falso. Il burattinaio giapponese tiene i fili delle sue “marionette” facendole danzare nel vorticoso e grottesco sogno rappresentato dalla vita stessa, mettendo davanti al loro cammino una serie di vuoti e di ferite che lo spettatore ha bisogno di ascoltare e osservare in rigoroso silenzio.

Il maestro Kon, come i suoi “attori”, esce di scena con un applauso sordo scrivendo un messaggio, pubblicato postumo sul suo sito web, in cui ringrazia per tutto ciò che c’è di buono nel mondo, deponendo simbolicamente la sua penna. Si perde così quasi nell’ombra uno dei migliori cineasti del mondo dell’animazione, e il suo disperato sforzo di dare un senso alla vita attraverso le sue fantasiose creazioni nelle quali il pubblico può abbandonarsi.

La sua eredità, viva e pulsante nei suoi lavori immortali, lascia a noi tutti la certezza che l’uomo sia attore e che una stessa persona, nel corso della vita, interpreti diversi ruoli.

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