Fotogrammi in movimento

Il passato silenzioso

di Nicola Franco 16 febbraio 2014Commenti

Da qualche tempo stiamo assistendo, purtroppo, alla quasi totale assenza di film animati realizzati attraverso le tecniche tradizionali. Il glorioso periodo dei lucidi colorati ha gradualmente fatto spazio al nuovo processo evolutivo in computer grafica insinuatosi quasi in sordina, garantendosi il primo posto sull’immaginario podio dell’animazione.

Il passato riporta alla memoria gli antichi fasti dei primi lavori disneyani e del più realistico e meno sintetizzato tratto di Don Bluth e dei suoi storici roditori, impegnati nella scoperta di terre lontane appartenenti al mondo reale e a quello fantastico; uno su tutti il topolino Fievel nei due film di successo che l’hanno reso un’icona intramontabile degli anni ’90.

Nonostante la crescita graduale dell’animazione in CGI, confermata nel 1995 con Toy Story della Pixar, alcuni studi del settore più o meno celebri continuano a tramandare la tradizione grazie a diversi lungometraggi interessanti e caratteristici. I riflettori si posano su una produzione francese del 2003 (in collaborazione con Belgio e Canada) e l’importante scelta di seguire il percorso animato in due dimensioni. Appuntamento a Belleville di Sylvain Chomet riesce a conquistare immediatamente lo spettatore attraverso un sapiente uso delle più antiche tecniche d’animazione, accompagnate da un bastimento di personaggi che sarebbe un delitto non considerare vivi e pulsanti. La storia segue i passi di una premurosa anziana e delle sue attività quotidiane, dedite a soddisfare i desideri dell’amato nipote Champion. Quest’ultimo, stregato da un triciclo regalatogli da bambino, diventerà un instancabile ciclista, fino a partecipare al famigerato Tour de France, accompagnato dalla nonna e dal fedele cane Bruno. Le vicende vedono poi la perseverante vecchina seguire le orme del nipote, rapito dalla malavita per un giro di scommesse clandestine sui ciclisti, fino alla chiassosa città di Belleville. Aiutata nelle operazioni di salvataggio da un trio canoro di signore alquanto attempate, famose negli anni ’20 con il nome di Les Triplettes, riuscirà a riprendersi il prezioso Champion e continuare la loro vita nel piccolo paesino natale. La chiusura del film, inoltre, lascia una particolare e suggestiva scelta interpretativa del finale, regalando un curioso spunto di riflessione sull’intera opera. Il bizzarro stile grafico è sicuramente la cosa più evidenziabile, catturando all’istante l’attenzione di tutti grazie alla sua linea caricaturale estremizzata ai limiti dell’eccesso. Sorprendente lo studio sui personaggi e sulle caratteristiche predominanti che esprimono la loro personalità tramite l’enfatizzazione di alcuni dettagli del corpo. Impossibile tralasciare l’influenza che l’artista e caricaturista Al Hirshfeld ha segnato per quanto riguarda la parte visiva dell’intero lungometraggio, traendo ispirazione dai suoi modelli caricaturali e adattandoli al codice grafico dei personaggi di Belleville. Da notare infatti la presenza di alcune delle icone del panorama musicale, teatrale e cinematografico, come Fred Astaire e Django Reinhardt, in una più ricca versione stilizzata.Il fattore che stabilisce la diversità e l’importanza di questo piccolo capolavoro è senza dubbio la quasi totale assenza di dialoghi, che permette all’espressività di ogni pedina di questa scacchiera dai colori pastello di diffondere con inaspettata efficacia un groviglio di emozioni e stati d’animo. Come già visionato nei vecchi cortometraggi animati muti, dove la musica e la recitazione dei personaggi facevano da padrone, Appuntamento a Belleville mostra l’essenziale e ci stupisce con impercettibili gesti e velate espressioni che raccontano una vita più di mille parole, donando momenti di infinita dolcezza e frizzante comicità. Umoristicamente notevole la scena della cena a base di rane, nell’appartamento de Les Triplettes, che strappa più di un sorriso grazie all’impronta mimica che suggerisce l’applauso, quasi fosse presente un gobbo col suo cartellone da tirare fuori durante i momenti più spassosi. La narrazione conserva anch’essa dei fattori molto azzeccati e ci sorprende con dei continui montaggi analogici, che ci accompagnano pacatamente durante la visione con la stessa delicatezza degli splendidi scenari campestri e la rigidità di quelli urbani. Straordinari i sogni dell’abbondante cane Bruno, che seguono il binario onirico di natura surreale e diventano irresistibili intervalli fra una scena e l’altra. Lo stile narrativo si amalgama in modo incredibilmente funzionale con quello grafico e regala una visione che non stanca e valorizza i numerosi personaggi di questo grande disegno, affiancandosi ad una perfetta colonna sonora.

Vengono coinvolte leggende intramontabili della musica come Mozart e Bach, e il suo Preludio N.2 dal Clavicembalo ben temperato viene utilizzato durante la scena della corsa delle biciclette, attribuendole maggiore spessore e suscitando un senso di inquietudine.

Numerose le critiche al cinema d’animazione statunitense e forte la denuncia al popolo americano pur usando un mezzo ironico che vede rappresentata la Statua della Libertà con le fattezze di una donna obesa, con tanto di hamburger e gelato.

Il galoppino delle figure malavitose è una caricatura neanche troppo velata del cineasta Walt Disney e mostra tramite una polaroid in suo possesso una sua visita a Disneyland, in compagnia del pupazzo di Mickey Mouse.

Stilisticamente apprezzabile l’originale idea di fondere le figure delle guardie del corpo del boss mafioso in un unico blocco, ottenuto grazie alla singolare forma rettangolare delle figure in questione; altro tratto inconfondibile della realizzazione grafica finale dell’opera.

Sylvain Chomet, come accade in uno dei più famosi giochi della Settimana enigmistica, riesce a unire con successo tutti i puntini e forma un’immagine ben definita dal gusto antico e romantico che porta nuovamente alla luce un certo modo di gestire una produzione animata. Un film elegante e fantasioso che riscrive i canoni della pantomima con grande consapevolezza e intelligenza, sfruttando una serie di situazioni e caratterizzazioni che permettono di staccare la spina ed evadere un po’.

Appuntamento a Belleville ci ricorda che è ancora possibile sbalordirci con delle immagini in movimento legate al nostro passato, nonostante l’incombente marcia delle realizzazioni in computer grafica e il loro predominio attuale, dettato troppo spesso da scelte legate a fini redditizi e meno alla creatività. Con il suo contributo al mondo dell’animazione, Chomet porta alla nostra memoria gli anni più felici, ricordando l’importanza del passato per scrivere il futuro. La vita sa confondere le sue tracce, e tutto del passato può diventare materia di sogno e argomento di leggenda; con questo lungometraggio tutto ciò accade fin dai primi istanti, rapendoci e guidandoci verso un finale che deve ancora essere scritto.

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