Fotogrammi in movimento

Il silenzio è d’oro

di Nicola Franco 30 marzo 2014Commenti

Partiamo dal presupposto che io di cose senza senso ne ho viste tante, forse anche troppe. Ciclicamente decido di sottopormi alla visione di determinati film d’animazione persi nella mia memoria, divertendomi nel vedere gli effetti sempre diversi che provocano in me col passare del tempo. Questo periodo di ridondante nostalgia mi regala quasi sempre più gioie che dolori, ma quando questi ultimi si manifestano sono sempre molto, molto più massicci. Se vi dicessi “Alzi la mano chi non ama Tom & Jerry di Hanna e Barbera“, sono convinto che troverei un esercito di persone con gli arti immobili decisi a difendere i simpatici attaccabrighe per eccellenza. D’altronde come biasimarvi? I vecchi cortometraggi animati del gatto e del topo più famosi del mondo sono la punta di diamante della slapstick comedy, e hanno appassionato diverse generazioni dal 1940 a oggi. Come non restare incollati allo schermo quando viene mostrato quel tipo di comicità semplice, essenziale ed efficace, riuscendo a mascherare l’efferata violenza di alcuni sketch con sorprendente gusto ironico? Pensavo che nulla mi avrebbe fatto dimenticare la scossa neurale destinata a concludersi in una fragorosa risata, dopo l’ennesimo urlo di Tom a causa di qualche contusione, tagliuzzamento o impatto con oggetti contundenti; evidentemente mi sbagliavo. Qualcosa è andato storto, ed è accaduto nel 1992 con il debutto nelle sale cinematografiche dei due animali dispettosi, presentando il loro primo (e fortunatamente anche ultimo) lungometraggio animato. La trama di questo bizzarro tentativo di riportare sulla cresta dell’onda le avventure dei due eterni rivali, si basa sulle vicende che travolgono Tom e Jerry dopo essere stati accidentalmente dimenticati dai padroni della casa in cui abitavano, durante le operazioni di trasloco. Per fuggire alla ruspa demolitrice che travolge inesorabile l’abitazione, saranno costretti alla vita da strada e spinti da una coppia di altri animali antropomorfi a collaborare pacificamente per la loro sopravvivenza. Durante il loro girovagare faranno conoscenza con una piccola orfana di nome Robyn, scappata dalle grinfie della perfida zia che ne detiene la custodia, considerandola la propria assicurazione in quanto figlia di un ricco magnate avventuriero (una specie di incrocio tra Bruce Wayne e Indiana Jones). Il dinamico duo cercherà di aiutarla nel suo sogno di riabbracciare il padre, partito per il Tibet alla ricerca di non so che, liberandosi così dell’avida tutrice.

Il percorso dei due animali e della bambina sarà ostacolato da una considerevole serie di individui di vario genere: un veterinario malvagio, un avvocato senza scrupoli e un attempato capitano di vascello con velleità da ventriloquo, tutti morbosamente attratti dal denaro e quindi dalla possibilità di riscattare la taglia che la malefica zia ha messo sulla testa della ragazzina. Inutile dire che tutto è bene quel che finisce bene, e il padre avventuriero, impegnato in Tibet come Brad Pitt, arriverà sul più bello per salvare la figlia dalla morsa dei persecutori, accogliendo Tom e Jerry (che per tutta la durata sembrano essere comparse all’interno del loro stesso film) nella loro lussuosa villa a cinque stelle. Ok, fine. Lasciando stare la poco accattivante e più che mai confusa e sconclusionata trama, ho volutamente celato il vero motivo per cui la presente pellicola è già in partenza un fallimento. La ragione principale per la quale questo frammento nella storia delle due mascotte della Metro Goldwyn Meyer risulta sbagliato, è che i due protagonisti, con grande stupore da parte del pubblico che ha sempre amato la loro linea classica, sono stati benedetti col dono della parola. Dopo i primi dieci minuti o giù di lì, ci viene mostrata con disarmante naturalezza questa apparentemente insignificante aggiunta, che disintegra completamente l’essenza dei cortometraggi e ne snatura lo spirito. La forza di quelle perle animate risiede proprio nella totale assenza di dialoghi e scambi verbali, riuscendo a comunicare solo attraverso movimenti studiati e situazioni al limite dell’assurdo, nel più classico stile del cinema muto. Totalmente privata di questa peculiarità, la pellicola risulta incerta e banale e riesce ad affossare i protagonisti con l’elemento che avrebbe invece dovuto spingerli oltre nuovi orizzonti. Si dice che sia meglio non parlare mai a sproposito e non dare fiato inutilmente alla bocca, e questo caso ne è l’emblema assoluto. Tom e Jerry, una volta rivelate le loro doti verbali, si mostrano insopportabili, melensi e noiosi, sfoggiando un caravanserraglio di luoghi comuni da far venire l’orticaria e in seguito desiderare che possa esistere nella realtà il personaggio di Ursula, la strega del mare de La sirenetta, pronta a rubare loro le voci con il suo incantesimo. È vero, Ariel cantava quando le è stata portata via la voce, e questo mio esempio potrebbe essere fuori luogo, ma credetemi quando dico che in realtà è più calzante che mai e introduce il secondo punto dolente.

Il lungometraggio è anche un’opera musicale di dubbio gusto, e a parte un brano a cui sono particolarmente affezionato dall’infanzia, “I soldi son la mia passion” (anche quella dei produttori, evidentemente),mi viene difficile pensare come possano avere generato un pastrocchio simile. Eppure il compositore è il grande Henry Mancini, che ci ha deliziato con l’incalzante colonna sonora di Basil l’investigatopo e il celebre e riconoscibile tema de La pantera rosa, e ascoltare questi brani musicali messi là a caso, scimmiottando male il filone disneyano, mi ha provocato dolore interiore e crescente tedio. Sfido chiunque a resistere alla canzone dei gatti randagi e in seguito a quella cantata dal Dottor Guanciamela (nome che sembra più la categoria di un sito porno), senza provare l’istantanea voglia di bruciarsi vivo e gettarsi dalla finestra urlando “Fiamma!”. Il tratto grafico poi è altamente deludente, soprattutto se si considera il confronto con i vecchi corti e il seguente Tom & Jerry Show degli anni ’70, quando alla matita c’erano talenti come Joe Barbera, Gene Deitch e Chuck Jones, con una versione sicuramente meno caramellosa e opprimente della presente filmica. Il gatto grigio e il topo marrone non sembrano a proprio agio con questo taglio netto alla tradizione che li ha visti trionfare in passato, diventando, come già precedentemente scritto, ospiti della pellicola che porta il loro nome. L’unica scena azzeccata e funzionale, perché di rimando ai tempi andati, è quella dei titoli di testa, in cui vediamo la coppia inseguirsi e darsele di santa ragione come la vecchia scuola ci ha insegnato; anche se forse sarebbe stato meglio azzardare un po’ di violenza umoristica in più. Poi la tragedia, con l’effettivo inizio del film assisteremo alle avventure di Robyn e di suo padre Indiana Jones, mettendo da parte i personaggi per cui il pubblico desidera vedere la produzione, fino alla sequenza finale che chiude il tutto mostrandoci nuovamente Tom e Jerry, impegnati nello scannarsi come ai vecchi tempi e soprattutto senza parlare. Un’occasione mancata per l’unico tentativo di imprimere nella nostra memoria un’opera che aveva il compito, e anche il dovere, di erigere un immaginario monumento a questa coppia animata Hollywoodiana, e non affossarla con inutili cambiamenti che hanno violentemente rivoltato come un calzino il mito di queste due importantissime figure del mondo dell’animazione. 

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