N'aimez-vous pas le piano?

Il Traviato

di Davide Bairovith 21 dicembre 2013Commenti

Mi chiamo Wilhelm. Sono nato a Weimar trent’anni fa. Cioè nel 1880. Sono un pianista; no non un professionista, però suono il piano discretamente. Cioè ero quasi un professionista, ma poi…insomma vi racconto tutto dall’inizio.

Provengo da una famiglia dell’alta borghesia della Turingia. Come è facile immaginare sono cresciuto in quel clima imbevuto di cultura classica poggiante su un utilitarismo d’alto bordo, tanto tipico della nostra zona. Da giovanissimo i miei ideali erano Socrate, Robespierre, Goethe, Beethoven. (Wagner lo stavamo ancora digerendo). In casa avevamo un pianoforte, un meraviglioso Blütner rossiccio verticale, con tanto di candelabri; papà da giovane, gioventù ruggente sapevo (qualche simpatia comunarda addirittura), aveva studiato il piano ed ogni tanto lo sentivo strimpellare sonate di Mozart. In realtà non ne fui mai conquistato una volta per tutte, forse non lo sono tutt’ora. Eh sì, perché il mio rapporto col piano è nato così, come con una cosa ‘di classe e prestigio’. Come dovevo sapere la letteratura greca e quella tedesca per essere un ragazzo occidentale promettente, così il pianoforte non poteva mancare, in quanto segno decisivo e definitivo di raffinatezza. Tanto basti a spiegare l’infanzia accompagnata da libretti propedeutici e pezzi facili o facilitati: ‘Il primo Haydn’, ’23 pezzi facili di Bach’, sonatine di Clementi,-grande didatta Clementi (due pa..mani così)-, ‘album per la gioventù’ di Schumann. Il rapporto con la musica era sempre solitario; io, il maestro, qualche volta mio padre che ascoltava. Studiavo per una spontaneità d’etichetta.

Un giorno, avevo già quindici anni e mai suonato Chopin, vennero a farci visita i Buddenbrook, famiglia di banchieri colleghi di mamma: padre, madre e figliuola. Annette, così si chiamava la figliuola, era nel suo diciassettesimo anno, e per lei non potevo essere più che un pittoresco scarafaggio, e così fu. Dopo il pranzo mio padre si sedette al pianoforte, gesto ormai raro all’epoca; per dilettare gli ospiti attacca il notturno n1 di Chopin. Nessuno in casa è più di tanto preso dalla situazione, tranne Annette. Ed io ovviamente. Da Annette. Il punto è che quel giorno mi resi conto che alle donne piaceva il pianoforte; sentivo che la giovane Buddenbrook non era semplicemente compiaciuta di Chopin o del suono in sé, ma stava ammirando mio padre nel gesto di suonare il pianoforte. Questo le dava trasporto.

Il giorno seguente gettai via Pozzoli, Trombone, Clementi, e misi in un cassetto Bach. Mi buttai sui walzer di Chopin ed iniziò la mia stagione romantica. Intanto oltre agli ormoni si evolveva anche la mia visione del mondo, alimentata dalle letture di un tipico idealista tedesco tardivo. Hegeliano fino al midollo, mi sentivo portatore dello Spirito Assoluto, vedevo Annette come la mia Lotte, temevo Catullo e la sua carica carnale, vaneggiavo dell’opera d’arte totale e progettavo un mio ciclo musical-letterario sul percorso dell’eroe dalla miseria del finito alla visione mistica della conoscenza e dell’Amore puro, novello Parsifal. La forma più pura di espressione è la musica, gridavo nei diari, essa è l’arte più spirituale, quella più vicina al linguaggio dell’interiorità: se si può parlare di sublime, allora lo si deve fare per la musica. Seduto al Blütner suonavo e suonavo, impregnato di sublimità che infondevo in ogni battuta, Schubert, Mozart, le sonate di Beethoven, Mendelssohn, Brahms, sempre immaginando che dietro, seduta sul divanetto ci fosse Annette in desiosa contemplazione (della musica, o di me?).

Gli anni passavano e poiché alla soglia dei venti dovevo decidermi ad intraprendere un qualche studio ‘utile’ alla causa familiare ovvero oppormi ed essere un ‘originale’, decisi che il fantasma di Annette sul sofà era più importante di tutto. Mi iscrissi al conservatorio Carl Maria von Weber di Dresda. Fui ammesso nella classe di composizione. Il clima era difficile in quegli anni: se menzionavi Debussy molti storcevano il naso, Schönberg iniziava allora allora a diventare una parolaccia. Sentivo i più vari fermenti, ma non albergavano sull’Ibach-Son del mio alloggio, né all’accademia. Era per strada, tra le vie del centro, dove piccoli complessi musicali semi improvvisati impastavano suoni diversi, con foga gioiosa: un tema doloroso di Strauss lo sporcavano fino a trascinarlo in una polka sfrenata o in un walzer monco e squilibrato. Insomma, quei tizi suonavano con una gioia, una vitalità, una gratuità che io mai avevo posseduto; loro facevano musica, le mie note scimmiottavano un ‘sublime’ sempre più ridicolo e morto. Per tacer delle composizioni: più che sciape fantasie wagneriane non uscivano. Il fantasma di Annette si era probabilmente ucciso da un pezzo, se mai si era seduto su quel sofà. Ed una Annette vera non era ancora arrivata.

Basta. Un giorno entro nell’aula di composizione con un po’ di anticipo, il maestro non c’è e un ragazzo è seduto al piano. Sta suonando una musica stranissima, all’inizio mi sembrano spezzoni di brani suonati male, senza tempo e con note sbagliate, ma il ragazzo sembra divertito e per un po’ nemmeno si accorge di me. Quando smette si volta preoccupato e mi fa promettere di non dire a nessuno di quella sonata; mi spiega che quel pezzo si intitola ‘All coons look alike to me’, la partitura di un certo Ernest Hogan, un americano, un nero, che scrive per piano musica nata per banjo, inventata da chi non sa neanche le note. La partitura c’è, ma tu devi suonarla sempre un po’.

diversa, se sbagli nota ti riaggiusti con un abbellimento, se hai voglia di fracasso la suoni con fracasso se sei più meditativo…la suoni come diavolo ti pare. Si sta diffondendo nel Nuovo Mondo, mi dice, soprattutto nelle città del sud, nei quartieri poveri, nei locali ‘di vita’.

Quel ragazzo si chiamava Joseph, già clarinettista, avviato a studi musicali dal padre (speranzoso in un nuovo grande ‘Joseph’ nella musica tedesca), iscritto alla classe di composizione da appena due settimane (io ci poltrivo da 4 anni);

Quella sera lo invitai al mio alloggio e suonammo Ragtime, così si chiama, tutta la notte. Fu il nostro ultimo giorno di conservatorio e la nostra ultima settimana in Germania (io sarei partito subito, ma lui un’Annette vera da lasciare ce l’aveva, si chiamava Giselle e non era propriamente una figlia di banchieri).

Da cinque anni ormai abbiamo lasciato la polverosa e trasudante spirito Europa, e conquistati dalla sensualità della musica sincopata abbiamo bazzicato per i quartieri bassi di varie città del profondo sud degli States. La nostra conoscenza musicale la mettiamo al servizio di quello stile con trascrizioni e composizioni originali in cambio di pochi dollari e qualche possibilità di suonarle in prima persona durante le serate minori.

A volte, mentre sto srotolando un rag scanzonato davanti al dubbio pubblico dell’Old Bull, la sigaretta tra le labbra e un bicchiere di whisky sulla cassa armonica, butto lo sguardo tra i tavolini e là in fondo, appena distinguibile tra il fumo pesante e la luce soffusa, mi sembra di vedere Annette, accoccolata su un divanetto consunto, che sorride finalmente, mi ammira e, nelle sere più infuse di Spirito Assoluto, mi manda anche un bacio.

 

 

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