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Jeunet fatto a pezzi per voi

di Rubina Mendola 31 dicembre 2013Commenti

IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE

(J. P. Jeunet, Il favoloso mondo di Amelie, 2001)

“Dissimulare: virtù di re e di cameriera.”

Voltaire, Le sottisier, 1880 (postumo)

 

Amélie Poulaine abita in un appartamento a Montmartre e lavora come cameriera in un bar di Parigi. Quando, per caso, ritrova una vecchia scatola nascosta sotto una piastrella del suo pavimento, Amélie fa di tutto per rintracciare l’ex-proprietario e restituirgliela; da quel momento, la ragazza scopre di poter cambiare la vita delle persone e decide di adoperarsi come può pur di rendere felice il prossimo.amelie2_fond

Una ragazza a bassa autostima, fragile e sensibile, le caffetterie parigine, una piccola scatola arrugginita, il sapore delle piccole cose della vita, la predestinazione, la bizzarria: ecco la ricetta diabolica che un regista volpone deve conoscere se vuole accalappiare una enorme fetta di pubblico che più che amare l’arte cinematografica ha bisogno di riscattare un’esistenza triste con i sogni degli altri ma vergognandosi di farlo con gli sceneggiati televisivi.  Il film, complessivamente, è un elogio della stramberia asettico e autocentrico. Le trovate furbette si sprecano, in un tourbillon di virtuosismi viranti al grottesco. E se la poetica del fanciullino non era mai stata così bistrattata,  spenta in un anonimo elenco di “cose” che “piacciono e non piacciono”,  la povera Parigi, dal canto suo, aveva già abbastanza accattoni del turismo di massa:  analfabeti d’arte,  di architettura e storia, lanciati alla volta della città delle luci a strafogarsi di sapori che disconoscono. Ma ci ha pensato Jeunet a darle il colpo di grazia, alimentando nel modo più televisivo il mito di una Parigi sognante per solleticare i vagheggiamenti di certo pubblico alla buona. La proposta fotografica di Delbonnel è una Parigi di carta pesta, una città-pasticcino abbrutita da una fotografia all’acido cloridrico o da panna montata, a seconda dei casi. Montmartre è fotografata come fosse frutta candita, incorniciata come un fumetto retrò: l’idea è girare un film come una favoletta sentimentale ricorrendo a soggettive stranianti e fantasie mentali a forma di brioche. Il film è stato un inaspettato successo in Francia e accolto da consensi ovunque: non solo. Ha inaugurato un tremendo filone d’acconciatura che ha fatto arricchire milioni di coiffeur senza scrupoli: l’orrorifica microfrangetta destrutturata che incornicia un caschetto cortissimo e sfilettato.images

La sceneggiatura di Laurant è apparecchiata e schematica, assecondata da un andamento visivo fatto di fast forward e gelide animazioni digitali. La protagonista Amélie ha sedotto milioni di spettatori: è alla portata di tutti, priva di sensualità, fisicamente ordinaria, priva di grazia e intelligenza particolari, è il simbolo di una femminilità fallocentrica e senza spina dorsale. Amélie fa la brava cameriera in un caffè, è l’eroina dei reietti nobilitati da goffe bizzarrie comportamentali, ha il compito di preservare la mediocrità degli esseri umani. Se l’unico contatto fisico con il padre medico era lo stetoscopio e la madre maestra era affetta da preoccupanti tic, il risultato non dovrebbe stupire: un dissesto di identità e volontà che non si può sanare certo affondando le dita nel sacco di patate o disintegrando la crosta della creme brulee col cucchiaino.  I personaggi che la circondano sono dei sempliciotti ma, si sa, il luogo comune vuole che la saggezza e la profondità si annidino proprio dietro gli insospettabili: un po’ di sana retorica non guasta mai.  L’uomo di vetro, figura carismatica e mitologica, è un solitario chiuso in casa a dipingere La colazione dei canottieri di Renoir: naturalmente, un po’ d’arte fa sempre la sua porca figura. La voce fuori campo, puntigliosa e affettata, ha vocazioni mistico-profetiche da bazar, e racconta una poesia del quotidiano svenevole e una dedizione al mondo dei piccoli dettagli  abbracciata con un brio talmente posticcio da palesare il ridicolo.  Amelie dispensa una felicità di bijotteria, di scarto, della quale nessuno saprebbe che farsene; e l’happy end amoroso è più telefonato che mai. Naturalmente, l’uomo ideale della frangettina è Nino il giostraio, il cui orecchio è lambito da soffici parole amorose sussurrate dentro un tunnel (giustamente) dell’orrore. Meglio di così?  Questo nulla che ci resta tra le mani non ha la grazia metafisica di un nichilismo colto, ma è patinatamente poetico nella sua apologia dei castelli in aria, confezionati per un pubblico neurodepresso e con poca fantasia.amelie-at-the-movies

 

 

 

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