Fotogrammi in movimento

La bottega dei suicidi – Un film incompreso

di Nicola Franco 22 giugno 2014Commenti

Non saremo mai pronti ad accettare prodotti come questo. Lavori che sbucano fuori dal nulla solo durante eventi naturali come l’eclissi o l’allineamento dei pianeti. Produzioni animate che scompongono e ricompongono i pezzi di quello che più convenzionalmente viene distribuito nelle sale cinematografiche, perché adatto a un pubblico universale e capace di fare fruttare un bel po’ di quattrini. Pellicole troppo avanti con i tempi e proiettate al futuro che difficilmente vengono comprese dagli spettatori contemporanei, bocciandone addirittura la divulgazione. È lo sfortunato caso de La bottega dei suicidi di Patrice Leconte, tratto dall’omonimo romanzo, che a causa della tematica scomoda ha sollevato non poche polemiche che hanno costretto il ritiro dalle sale dopo qualche giorno di programmazione. Il film riporta una ventata d’originalità e freschezza che ricorda l’universo macabro della famiglia Addams, ironico e sottile nello sviluppo della trama e dei suoi caratteristici personaggi. In una società in cui la depressione è il male che spinge le persone all’insano gesto, un piccolo negozio a gestione familiare vende i più disparati oggetti e strumenti per il suicidio, lucrando sulle disgrazie altrui. La famiglia Tovache, che da anni manda al creatore i clienti con infallibilità, viene stravolta dalla nascita del figlioletto Alan che porta la gioia di vivere nel cuore. Il ragazzino crescerà in quell’ambiente tetro nella speranza di cambiare le abitudini dei suoi genitori e fratelli, da anni impegnati in quella che sembrava ormai l’unica via da seguire. Alan e il suo incredibile buonumore tenteranno di riportare la voglia di ricominciare a prendere le redini della propria vita e non abbandonarsi al dolore, per fare rialzare questo grigio mondo sempre più abbattuto. Il film è realizzato con la tecnica tradizionale in due dimensioni e vanta una perfetta unione con elementi tridimensionali che rendono l’esperienza visiva piacevole e avvolgente, dando ragione a molte delle produzioni realizzate dallo studio d’animazione francese Gobelin. Il tutto seguito da una sincopata successione di brani in stile musical che abbelliscono maggiormente questo curioso scorcio su uno dei mali dell’uomo, dando vitalità armoniosa e suggestiva all’opera. Unica pecca al riguardo il forzato adattamento italiano dei testi delle canzoni, che fanno immaginare una corsa interrotta più volte da una rovinosa e improvvisa caduta al suolo; sicuramente più godibili in lingua originale. La cura dei dettagli permette al lungometraggio animato francese di bucare lo schermo, mostrando tutta la sua incredibile bellezza e minuziosa fattura attraverso un processo animato che ormai è venuto quasi completamente a mancare. Lo sviluppo della trama e della singolare tematica convince lo spettatore rivelando una serie di assi nella manica, riuscendo a sorprendere con elementi semplici e scene apparentemente spoglie che sbocciano non appena ci si distrae un millesimo di secondo. Una di queste è la danza sensuale in cui si cimenta la sorella di Alan, vincendo così la depressione tramite la scoperta della propria sensualità e femminilità. Una pellicola chiaramente non indirizzata al pubblico più giovane sia per il concetto di base che per la scelta di affrontare in una determinata maniera alcune scene, sicuramente più adatte al pubblico adulto e smaliziato. Una decisione che però è costata al film la sospensione dalle sale e una ridicola distribuzione con annesso “Vietato ai minori di 18 anni”, davvero poco azzeccato se si considera che in realtà la morale finale è tutt’altra cosa rispetto al concetto iniziale. Come in tutte le grandi storie bisogna mangiare tanto pane duro prima di arrivare all’agognato lieto fine, e La bottega dei suicidi non fa eccezione mostrando quello che è ed è sempre stato fin dalle prime battute; un vero e proprio inno alla vita e alla gioia di godersi le piccole cose quotidiane considerandole come un dono. Quello che la censura non ha compreso e brutalmente bocciato è una pellicola che andrebbe invece divulgata e fatta vedere alle persone che hanno ormai voltato le spalle a tutti quei momenti apparentemente inutili e banali, che nascondono invece l’essenza per andare avanti e non lasciarsi abbattere dalla avversità. Non vuole essere un sermone sul senso della vita, anche perché non saprei proprio da dove cominciare, quanto però una considerazione sulla costante che vede l’uomo darsi da solo la zappata sui piedi. Queste opere, che come ho detto all’inizio sbucano fuori una volta ogni cataclisma o raduno delle giovani marmotte, hanno il diritto di arrivare allo spettatore per spargere a macchia d’olio un messaggio forte che smuove gli animi e dona vari spunti per riflettere e apprezzare quello che si possiede e che spesso è facile non notare. Se poi aggiungi un gruppo di personaggi caratterizzati in maniera eccelsa, un character design che dire magnetico è poco, una colonna sonora che si attacca violentemente in testa e uno sviluppo narrativo tra i più originali che abbia mai visto, il piatto è servito. L’ingrediente segreto è lo spettatore stesso, necessario al compimento totale di quella che si rivela essere un’opera interattiva e stimolante, capace di scavalcare con maestria molti dei lavori approvati dalla censura e assolutamente privi di qualsiasi spessore visivo e concettuale. La bottega dei suicidi è per me già un classico purtroppo destinato allo scaffale segreto delle vecchie videoteche, che nascondevano i film a luci rosse in uno stanzino il cui ingresso era adornato da tendine kitsch con perline tintinnati.

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