La Loge d'Apollon

La Caccia

di Alessio Mirante 23 maggio 2014Commenti

Copertina di Alessandro “Martoz” Martorelli

Cosa nel mondo somiglia al piacere della caccia?
A chi trabocca tanto abbondante la coppa della vita?
Giacere nel verde al suono dei corni,
inseguire il cervo per boschi e stagni,
è gioia principesca, è desiderio virile,
rafforza le membra e insaporisce il pasto.
Friedrich Kind, Il Franco cacciatore

Andare a caccia ti insegna che il mondo si divide tra chi è assetato di sangue e chi è affamato d’oro.
Ovviamente i buoni sono i primi.
Ovviamente i secondi non sono meno sanguinari, per quanto d’animo anemico.

William_Michael_Harnett_After_the_Hunt_1883-2La fame è un’urgenza localizzata nelle viscere, è una voce forte e chiara di prepotenza dal basso, una sensazione aliena che dà un ritmo e dunque ordini: RIEMPIMI.
La sete è invece un istinto avvertito nell’alto, in un organo fondamentale come la lingua, la viviamo come una cosa nostra, non ha bisogno di far rumore e di contorcerci il ventre per farci muovere, la sete è piena coscienza.
Chi è uomo di fame è uomo che vuole rendere conto all’esterno, si muove perché terrorizzato dal proprio vuoto interiore ignorando che, per nostra natura, siamo come canne (Pascal), che è proprio il vuoto a farci suonare dai venti che ci attraversano. La pienezza è sorda e muta, la vanità musicale e comunicativa.
Chi è uomo di sete è uomo che vuole rendere conto a sé stesso, avverte l’esistenza di una Necessità (nel senso di Ananke) organica. Il suo bisogno è linfatico, olistico, panico. Sensorio e sensuale.
Saziarsi vuol dire concedersi la morte, dissetarsi vuol dire concedersi la pace. Ovviamente è tutto comunque temporaneo.

Spesso e volentieri nessuno conosce la propria vera vocazione, così abbiamo assetati di sangue vegetariani, affamati d’oro pauperisti, miliardari assetati di sangue che si danno alla politica, cacciatori affamati d’oro che buttano via la loro preda, eccetera.
Essere uomini di sete vuol dire essere uomini di gusto, è il palato che si vuol soddisfare e non lo stomaco. Per questa ragione l’uomo di sete maturo, immune a certe fiacchezze e non schizzinoso, non potrà che restare incantato dalla selvaggina.
Ci fu un tempo in cui la mia sete mi mosse a compassione per la vita e quasi divenni vegetariano. Per fortuna la mia curiosità e la mia vanità non mi hanno mai fatto prendere scelte ideologiche (ismi come vegetarianismo) o religiose (esimi come veganesimo).

Iniziazione

La mia vita si divide in tre parti.
Nella prima ero infelice, nella seconda mi sentivo a disagio;
nella terza sono andato a caccia.
Roger Scruton, Sul cacciare

La compagna Crina, Diana Cacciatrice mezza rumena e mezza magiara, mi aveva promesso di portarmi a caccia alla fine del Congresso.

A mala pena ripresomi da una terribile esperienza a Bucarest di qualche giorno prima, iniziata in un abominevole club (con gabbia d’oro e moquette lunga alle pareti) e finita al pronto soccorso, mi recai con lei e suo marito, silenzioso ma astuto come un cervo, fra le fittissime foreste dell’Ardeal, tra i cupi Carpazi e gli acquitrini della pianura pannonica.

Sebbene fossi stato fornito di fucile non osai sparare un colpo, era la prima volta che imbracciavo un’arma da fuoco e mi sentivo molto a disagio. Crina invece era spietata come il suo terribile Huxel, un Segugio Ungherese d’aggressività mai rilevata in altro animale domestico.
Huxel scompariva fra gli alberi molto a lungo, facendosi vedere ogni tanto mentre io stavo attaccato a Crina che non si curava di seguire sentieri.
Fu la prima volta che mi resi conto di cosa possa essere la natura selvaggia, di quanto spaventosi possano essere gli schianti di due poderosi cervi maschi in lotta, il tenebrore delle latebre di un fitto querceto e gli ululati lontani (neanche troppo forse) dei lupi.

«Li senti?» chiesi sorridendo «Figli della notte…quale dolce musica emettono!»La_Chasse_au_furet,_Gaston_Phoebus,_1387

Non sparai un colpo quella volta. Crina invece non era avara di cartucce e fece strage di lepri. Animali poderosi, suo cibo preferito.
Appena Huxel recuperò il corpo del primo abbattuto, Crina si piegò sulla bestia facendo segno di fare altrettanto.
Tirò fuori il suo coltello da caccia e cominciò circoncidendo le zampe posteriori poi, dopo aver inciso anche la collottola, lo scuoiò in tre mosse. Spezzò le zampette e tagliò via poi la testa. Aprì infine il torace ed il ventre con un taglio verticale, cavò fuori le viscere, che facevano un buon profumo di muschio, contemplò il color cinabro del fegato e dei reni e regalò al fremente Huxel il gustoso boccone di intestini e cuore.
Ripetei quell’operazione mezza dozzina volte quel giorno, gli ultimi li sbucciavo senza quasi l’ausilio del coltello.

Le armi

Puoi braccarlo coi ditali – e braccarlo con cura;
puoi cacciarlo con forchette e speranza;
puoi minacciare la sua vita con obbligazioni ferroviarie;
puoi sedurlo con sorrisi e sapone.
Lewis Carroll, La caccia allo Snark

800px-Fr_Tonin_MöwenjagdSono un cacciatore della domenica, non sono esperto d’armi e, avendo iniziato con l’arco solo per vanità, mi resi conto di quanto la carabina e le altre armi da fuoco siano effettivamente migliori per gli animali stessi. Se, mirando alla coscia di un capriolo, per rendergli difficile la fuga, sbagli e la freccia colpisce invece lo stomaco o le budella, rischi (oltre alla contaminazione della carne) di perdere la bestia, pur avendola condannata a morte.

Lo sparo è però qualcosa che difficilmente riesco ancora a digerire, molti lo vivono come se fosse un orgasmo ma, dopo aver tracciato, stanato, inseguito e mirato…quel botto spezza sempre qualcosa mentre il sobrio fruscio del dardo scoccato, insieme al sordo suono della corda, garantisce un intimo godimento. La freccia ha tra l’altro un potere letale potenzialmente più efficace delle pallottole, ma effettivamente il caldo bacio del piombo rende più semplice la caccia considerando il suo gagliardo shocking power.
Non si venga a parlare di vigliaccheria dell’uomo che dovrebbe invece andare a mani nude, né della caccia primitiva come esempio virtuoso, ché al progresso tecnico si è sempre accompagnato anche una maggiore regolamentazione, formale e informale, delle attività venatorie. I nobili pellerossa erano soliti organizzare grandi mattanze di bufali spingendo le mandrie verso scarpate dalle quali precipitavano in massa.
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Ah, la mattanza…il mare color del vino…e che più del vino inebria. I gagliardissimi tonni che si agitano mentre vengono pestati e arpionati nell’immensa trappola…la pesca è nettamente più cruenta della caccia.
Non vale solo per la mattanza, anche il semplice e poetico mite pescatore di lago, che seduce il pesce portandolo a ingoiare l’amo metallico, è ben più tremendo del cacciatore medio.
Semplicemente il dolore del pesce è decisamente più alieno del dolore di un capriolo che ti guarda con l’umido e tremulo occhio nero, mentre ti cali su di esso per sgozzarlo.
Prendere un pesce con le nostre mani incandescenti lo ustiona, cavarlo fuori dal suo elemento vuol dire portarlo nel nostro rarefatto mondo depressurizzato, in cui le sue carni perdono il vitale e serrato abbraccio dell’acqua…ed il sottile metallo che, ingannato, si è da sé introdotto nella propria tenera polpa?

La Responsabilità

Il ragno gode per aver preso una mosca; qualcuno per aver preso una lepre;
un altro una sarda con la giusta rete; un altro un cinghiale; un altro un orso;
un altro dei sarmati. Non si tratta pur sempre d’assassini,
se fai attenta indagine su quello che ne muove il pensiero?
Marco Aurelio

L’ipocrisia umana è immensa.
Sulla caccia non si fa eccezione. Da un lato ci sono i cacciatori che, un po’ come faccio io che però sono un po’ più sbracato, giustificano la caccia con roba poetica ma, ovviamente, anche con roba pratica come l’innegabile contributo delle riserve di caccia nella conservazione e nella reintroduzione di selvatici in via d’estinzione, o come la funzione regolamentante della stessa per limitare l’eccessivo proliferare di animali nocivi non solo per le attività umane ma per la Natura stessa, come i cinghiali devastatori di boschi e rettili.
Dall’altro lato ci sono poi i consumatori di carne allevata che mai toccherebbero una gustosa, sana ed ecosostenibile arista di capriolo maBattery-farm2 che fanno indirettamente strage di animali, cresciuti nei tremendi allevamenti intensivi che tanto male fanno alla filiera alimentare e alla natura stessa (quante foreste distrutte per far largo alla materna ideologia dell’anemica fettina di mucca piena d’ormoni e antibiotici).
Il problema non è però l’ipocrisia in sé che, diceva la Rochefoucauld, è un omaggio che il vizio rende alla virtù. L’ipocrisia tra l’altro evita anche lo sbraco, ben vengano anche i politici ipocriti fino ad un certo punto, e capisco anche le ipocrisie succitate che servono per difendersi socialmente o mentalmente.
Difficile è ammettere di essere degli assassini o dei complici di massacri. Impallidisce, anche davanti a millenni di glorie antropocentriche, la distinzione tra uomini e resto del regno animale, visti certi costumi di umanizzazione, se non di sacralizzazione, degli animali domestici che, da strumento e compagnia, son divenuti compensazione per una civiltà sterile.
La caccia è uccidere ed ecco qui che molti tirano fuori la tradizione o addirittura la nostra natura, la bellezza di tornare d’un balzo alla silvestre origine…

La caccia è primitivismo? Per molti questa è l’unica prospettiva ideologica almeno parzialmente redimente per i cacciatori. Che fatica però tutta questa ideologia anche su quel che si mangia…in realtà la caccia è transumanista. Ci fa fare pace con la nostra natura dimenticata ma ci eleva da questa.
I nostri avi si sono evoluti per cacciare e raccogliere, si sono evoluti cacciando e raccogliendo. La caccia ha dunque un potere fortissimo nello stuzzicare la parte del nostro cervello ereditata dai rettili, una parte obliata che quando rimettiamo in moto ci porta a livelli di consapevolezza che nessun orientalismo New Age, nessuna legge morale o scienza potranno farci vivere. Religioni e Scienze possono spiegare e giudicare ma non far comprendere…neanche i testi mistici più sofisticati mi han mai solleticato quella memoria genetica come invece la caccia.
Solo certa ottima letteratura, o certe audaci carezze, possono essere paragonati a quel che ti succede quando, nel tenebrore di una foresta al crepuscolo, nell’umidissima aria di uno stagno o in quella resinosa di una collina all’alba, i tuoi occhi smettono di essere bambini, di riempirsi quindi del mondo, e cominciano invece a farlo a pezzi, il mondo.
La caccia può cambiarti in meglio, niente come la caccia ti mette di fronte a tutto il peso che può avere il potere. Chiunque dovrebbe mangiare qualcosa di ucciso e scuoiato con le proprie mani per capire come funziona il mondo, come funzioniamo noi stessi, cosa possiamo pretendere da noi e dal prossimo. Insomma, per costruire una società sana e basata sul Regime di Responsabilità è fondamentale sporcarsi le mani di sangue.

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