Il Pasto Nudo

La casa del sonno

di Antonia Cangemi 8 novembre 2013Commenti

Se per qualche tempo della tua vita brancoli nel sonnambulismo e arrivi pure a tagliarti un orecchio con lo spigolo affilato della tua libreria, tutto ciò potrebbe essere causa d’ispirazione del tuo romanzo. O almeno questa è in parte la genesi de La casa del sonno  (The house of sleep) di Jonathan Coe. E Sleepwalking sarebbe stato il titolo, se giusto in quel periodo non ci fosse stata Julie Myerson a pubblicare un libro il cui titolo era proprio quello. Poco importa, perché tanto il sonnambulismo era uno di quei pochi disturbi del sonno che Coe (a suo dire) non sarebbe riuscito a inserire nel suo romanzo.

Ma cosa c’entra un uomo che s’innamora di una lesbica e che farebbe letteralmente di tutto per essere corrisposto, con un’ex alloggio per studenti che è diventato una clinica privata per pazienti affetti da patologie del sonno?

C’entra, se a suggerirtelo (sempre a detta di Coe) è stata l’attesa di un amico davanti al British Museum. Il collegamento tra tutte le storie e gli sbalzi temporali del romanzo è quindi una struttura, l’enorme, grigia e imponente Ashdown, posta sul crinale di una scogliera a picco sull’oceano. Che sia il 1984 o il 1996, ad Ashdown succede sempre qualcosa, e sempre tra le stesse persone. E Coe ha dimostrato di essere abile tessitore di un intreccio narrativo schizofrenico fatto di salti temporali e cambiamenti di prospettiva dall’uno all’altro protagonista, ognuno con i suoi ricordi, i suoi tormenti e le sue ossessioni. Ma soprattutto, ognuno affetto da un disturbo del sonno, l’altro grande trait d’union narrativo. Il sonno poi determina anche fisicamente la struttura dell’intero romanzo, visto che alle varie fasi del dormire corrisponde la suddivisione dei capitoli: Veglia, Fase Uno, Fase Due, Fase Tre, Fase Quattro, Sonno REM. La trama si concede a poco a poco, dovendo fare i conti con un continuo intreccio passato-presente in cui vediamo il sonno da differenti prospettive a seconda del personaggio che stiamo seguendo: il cinefilo insonne capace di rimanere sveglio dieci giorni di fila per un “Cinethon” di centotrentaquattro film e ossessionato da Sergente cesso, un film di cui non si ricorda nessuno  e di cui è rimasta solo una foto a Cinecittà, o l’insegnante cataplettica, narcolettica e vittima di allucinazioni ipnagogiche che non le permettono di distinguere il sogno dalla realtà, o il medico che dedica la sua vita a segreti e discutibili esperimenti sulla deprivazione del sonno, che vede come perdita di tempo, come malattia che rende vulnerabili.

Tutto è frenetico, proprio come l’attività cerebrale durante la fase REM, ma allo stesso tempo controllato e gestito in modo tale da riservare continuamente strane sorprese che mantengono sempre all’erta il lettore, come se il romanzo stesso fosse uno di quegli esperimenti sulla deprivazione del dottor Dudden.

 

 

 

 

 

 

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