Il Pasto Nudo

La festa dell’insignificanza

di Roberto Sajeva 7 dicembre 2013Commenti

Con lieve cuore, con lieve mano,
tenere e prendere, tenere e lasciare.
Hoffmansthal, Il Cavaliere della Rosa

In tanti anni, l’Adelphi si è accaparrata molti titoli di Kundera per il suo catalogo. Questa volta Calasso è però riuscito a convincere l’autore a pubblicare con la sua casa editrice, in italiano, la prima edizione mondiale del suo ultimo lavoro.

Il catalogo dell’Adelphi, che ha da poco compiuto il suo primo mezzo secolo, è un gran bel sistema di libri unici, altre parti e capricci che per molti puzza di zolfo e, effettivamente, la venatura gnostica della linea editoriale è tanto evidente quanto elegantemente non dichiarata.

Basta scorrere i titoli dei lavori precedenti di Kundera, senza entrare nel merito della trama, per capire ciò che lega lo scrittore ceco con la lieve impronta di Calasso, linea editoriale all’insegna della leggerezza, dell’invisibile, del sottile, dell’umbratile, dell’ambiguo. Tutto un nirvana di voluttà, un affrancamento di sensualità, un’ascensione di delizie e sorrisi. E soprattutto niente zelo. Troviamo infatti lo scherzo, il riso e l’oblio, la leggerezza dell’essere, per quanto insostenibile, e amori addirittura ridicoli e perfino addii ma in tempo di valzer. L’immortalità e l’ignoranza sanno di placido monito, la lentezza di esempio (come certi vecchi vademecum di introduzione alla prima digestio in ore).

Ora abbiamo quattro vite viste in relazione ad una festa di compleanno, una festa dell’insignificanza, con buona pace dei social network che esaltano i festeggiamenti dei compleanni con vaste parate d’auguri da contare. Quattro amici di diverse età, vocazioni e professioni visti in una classica contradanza narrativa dove ora ballano da soli, ora in coppia, ora uno chiama l’altro, et tout le monde ensemble, la demi-rond, croisez les huit, décroisez, la ritounèl, dèyè, changè la dame, eccetera.

Parigi, con suggerimenti appena appena sussurrati a tutto il suo vasto repertorio di dorata decadenza retorica, è lo sfondo delle vicende, e per Parigi, proprio all’inizio del libro, girano tanti ombelichi scoperti. Guardarsi l’ombelico sta proprio per badare al dettaglio insignificante, eppure l’ombelico è un nodo che ci lega a tanta roba sommersa, è il segno cosmico della nostra vulnerabilità e quanto, e per quanto, si potrebbe parlare del Distacco, partendo dall’ombelico?

Non si tratta comunque di un susseguirsi di episodi inutili o dialoghi da caffè, Kundera anzi vuol svelare l’insignificanza latente anche dietro a roba pesante come i traumi infantili dei personaggi, il cancro (immaginario) del festeggiato e lo stalinismo. Neanche la Storia è mossa solo da forze dense di significato, anzi speso ciò che accade per robe insignificanti resta sottotraccia e resiste a lungo al susseguirsi di regimi e personalità ingombranti.

Uno di questi personaggi, urtato per strada da una ragazza, le chiede scusa di riflesso e in tutta risposta viene aggredito verbalmente dalla signorina. Più che dagli insulti della proterva urtatrice, il personaggio rimane sconvolto da sé stesso, dal suo istinto a scusarsi e da questo episodio di poco conto vien fuori tutta la sua tragedia familiare, il fatto di sentirsi fuori posto nel mondo: imbucatosi nella vita, egli si rivela a sé stesso e al suo amico come un chiediscusa, un ratto che passeggia in pieno giorno per la città fra i “legittimi” passanti.

L’insignificanza è ineluttabile, ma non è necessariamente un terrore. A volte l’insignificanza è un confortevole rifugio. Per capire cosa intenda Kundera, è esemplare il dialogo su quanto l’uomo insignificante possa risultare ben più seducente dell’uomo brillante che, inevitabilmente, porta l’oggetto delle sue attenzioni a doversi mantenere in tensione su quel livello di brillantezza, mentre l’insignificante mette a proprio agio, offre un campo di gioco rilassato e facile.

Qui forse Kundera si innamora troppo della sua idea, facile errore, e scrive un’opera quasi apologetica, dove la sua leggerezza un po’ si perde nella quadriglia di lievi colpi di scena con cui dà forza all’argomento di fondo, sebbene lo zelo si ancora solo un’ombra nel suo vecchio cuore mitteleuropeo oramai troppo l’ontano dal tempo delle operette. Paradossalmente troppa retorica in un manifesto dell’innocuità.

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