Fotogrammi in movimento

L’altra faccia del topo

di Nicola Franco 5 gennaio 2014Commenti

È il 16 ottobre del 1923 quando La “Walt Disney Company” apre i battenti, e i fratelli Roy e Walter decidono di lavorare sulle avventure del futuro roditore più famoso del mondo e della sua combriccola di animali da fattoria antropomorfi.

Quella che alcuni anni dopo sarebbe diventata una delle icone più amate e odiate del globo (la prima comparsa cinematografica della celebre mascotte risale al 1928 con “Topolino e l’aereo impazzito” e in seguito la consacrazione con “Steamboat Willie”), eredita una serie di atteggiamenti e stili grafici dai prodotti realizzati prima della sua nascita, poco visibili ai più distratti in materia.

Tra il 1924 e il 1928 fanno capolino due progetti caduti drasticamente nel dimenticatoio, uno dei quali presenta tecniche d’avanguardia per l’animazione degli anni in bianco e nero;  “Alice Comedies” e “Oswald the lucky Rabbit“.

Il primo, una serie di cortometraggi in tecnica mista (interazione tra personaggi animati e attori in carne e ossa, come si replica nel più fortunato “Chi ha incastrato Roger Rabbit” targato 1988) ispirati al libro “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll, che vede come protagonisti una bambina di nome Alice – interpretata da Virginia Davis – e un gatto animato, simile allo storico Felix di Pat Sullivan e Otto Messmer, chiamato Julius.

La “Walt Disney Company”, diventata in seguito “Walt Disney Studios“, ha sempre mostrato, con il susseguirsi di una pressoché innumerevole lista di lavori animati (e non solo), come i cortometraggi, i cosiddetti “classici”  e la serie di film live action, l’interesse per l’innovazione di alcune tecniche cinematografiche; una delle più importanti, come vediamo nel pezzo finale di Fantasia (1940), la multiplane camera. Non si esclude quindi la più sorprendente, soprattutto se si considerano quegli anni, sperimentazione della fusione tra reale e fantastico che avviene con Alice e il suo esercito di animali e oggetti animati.

Il secondo progetto, un coniglio animato che presenta diversi tratti somatici ripresi poi nello stile visivo del “cugino” Topolino, è nato sicuramente sotto una cattiva stella e con un pessimo tempismo; Oswald viene infatti abbandonato dopo appena un anno in seguito al debutto nelle sale di “Steamboat Willie”, oggi ancora un simbolo della compagnia.

Il distributore Charles Mintz, insoddisfatto del successo delle “Alice Comedies”, firma un contratto con la “Universal pictures” per fare disegnare a Walt Disney e al socio Ub Iwerks un nuovo personaggio animato, con la speranza di un interesse da parte della Universal.

Nasce quindi il coniglio fortunato e il suo primo cortometraggio animato, “Trolley Troubles”, diventa un successo.

La serie di corti di Oswald punta in alto mostrando lo stile classico dei cartoni degli anni venti, ispirati alle strisce di “Laugh-O-Gram” (con il quale Disney aveva esordito) e proponendo delle tematiche interessanti e divertenti come il problema dei conigli con la loro numerosa prole, nel cartone “Poor Papa”.

Nonostante le buone potenzialità, dopo una lite tra Disney e Mintz, i diritti di Oswald vengono sottratti da quest’ultimo lasciando gli studi privi del loro astro nascente.

Per rimettersi in gioco e non perdere tempo Walt Disney realizza i primi sketch per una nuova figura portante; questa volta un topo, inizialmente chiamato Mortimer Mouse e sotto suggerimento della moglie cambiato poi in “Mickey”.

Topolino oscura completamente Oswald, ottenendo successo di pubblico e critica con l’innovativo “Steamboat Willie“, primo cartone che mostra i movimenti dei personaggi sincronizzati col suono della colonna sonora, creando un vero e proprio genere e dando vita alle future “Silly Symphony“, fiore all’occhiello della Disney d’epoca.

La figura di Mickey Mouse cambia con il passare del tempo sia nella forma che nello spirito, mostrando un caleidoscopio ricco di sfumature diverse. Arriva a vestire i panni del direttore d’orchestra, di un apprendista stregone nel capolavoro “Fantasia”, del povero e del suo sosia principesco nella rielaborazione del classico di Mark Twain fino ad arrivare alla parodia di Frankenstein nel poco conosciuto “Runaway Brain” ( foto in copertina), ultimo corto proiettato nelle sale cinematografiche.

Oggi ritorna dopo anni sul grande schermo con un cortometraggio davvero insolito dal titolo “Get a horse”, che si riallaccia proprio ai vecchi standard e alle atmosfere dei suoi primi cartoni in bianco e nero, mostrando un topo più arrogante e dispettoso e accantonando il buonismo che ha marchiato da sempre il personaggio, soprattutto in Italia con la sua versione poliziesca nel settimanale a fumetti “Topolino”.

Il corto è un omaggio alla prima versione senza colori e all’epoca d’oro, e presenta tutto il gruppo storico che ha accompagnato da sempre il famigerato “orecchie tonde“, tra esilaranti scenette degne del primo storico filone narrativo. Particolarmente riuscita l’improvvisa – e per me totalmente inaspettata – interazione tra vecchio e nuovo, tra disegni bidimensionali e computer grafica. Gli stessi personaggi del mondo privo di colori bucano (letteralmente) lo schermo e si presentano allo spettatore con l’aspetto digitalizzato, pur mantenendo il celebre segno del periodo “slapstick“.

Il connubio tra le due forme d’animazione è più che riuscito, e le gag nate da questa strana accoppiata sfruttano in maniera eccellente e funzionale quasi tutte le possibilità che un prodotto sperimentale come questo può offrire. Degno di nota un divertente aneddoto finale, visibile durante i titoli di coda, che regala (almeno nella versione originale) una sorpresa in più: tramite alcuni vecchi master la voce di Topolino è doppiata da Walt Disney stesso. La colonna sonora del corto, come se non bastasse, include inoltre un riuscito nuovo arrangiamento di “Turkey in the straw” , già presente in Steamboat Willie durante una delle scene più note. Ritorna inoltre sotto i riflettori il cavallo Orazio che, a differenza della sua celebre controparte Clarabella, già apparsa come inedita “cattiva” nell’adattamento de “I tre moschettieri” di Dumas, era stato da tempo accantonato perché privo di appeal per la nuova generazione.

A mio avviso, oggi più che mai, c’è bisogno di recuperare lo spirito di quel periodo libero dalla forma convenzionale, presentata in seguito nelle versioni più controllate del personaggio, per dare nuova linfa vitale e paradossalmente “svecchiare” alcuni contenuti che sono diventati tali con la modernità, la censura e i preconcetti sul mondo dell’animazione.

Mi rendo conto che è ancora possibile creare qualcosa di originale facendo attenzione a non dimenticare il passato, adattando il tutto al contesto contemporaneo e generando così interesse e passione da parte dello spettatore medio o dell’appassionato.

Considerato lo sviluppo di una nuova serie animata televisiva sul topo e i suoi immancabili amici, che presenta uno stile grafico ricercato ispirato a quelle prime apparizioni stilizzando il concetto stesso di “retrò” e ambientando il tutto in una città europea alla volta (Parigi per “Croissant de Triomphe” e Venezia per “O sole Minnie”), non è impossibile pensare che qualcosa stia bollendo in pentola per il ritorno di un lungo percorso cinematografico, dedito a riportare in auge l’icona Disneyana con il gusto e le caratteristiche di un tempo. D’altronde lo stesso Walt Disney ha sempre affermato che fosse divertente fare l’impossibile e che tutto ebbe inizio da un Topo.

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