Fotogrammi in movimento

Le nuove parole della Principessa Mononoke

di Nicola Franco 18 maggio 2014Commenti

Inizio con il citare una famosa frase di Nanni Moretti nel film “Palombella rossa“, in cui viene urlato: “Le parole sono importanti”. Questo per introdurre l’importanza dell’uso sapiente del linguaggio e delle formulazioni verbali in qualsiasi tipo di contesto, sia questo sociale, filmico, musicale, teatrale e via dicendo. Dall’otto al quindici maggio Lucky Red ha ridistribuito nelle sale cinematografiche il capolavoro di Hayao Miyazaki uscito in patria nel 1997, che risponde al nome di Principessa Mononoke. Una favola ambientalista che ripercorre le tradizioni e il folklore dell’epoca Muromachi, volta a sviluppare nel pubblico una sensibilizzazione nei confronti della natura come spesso avviene nei prodotti diretti dal famoso regista a capo del famigerato studio Ghibli. La storia racconta le avventure del giovane principe Ashitaka e del suo cammino verso le terre dell’ovest, per porre fine alla maledizione che un rancoroso demone cinghiale gli ha inflitto in seguito ad un violento scontro. Arrivato nella grande città del ferro, gestita dall’autoritaria Lady Eboshi, viene a conoscenza dell’eterna battaglia tra gli uomini e gli spiriti della foresta guidati dalla principessa Mononoke, chiamata San dai lupi che l’hanno allevata fin da piccola.

Ashitaka e la selvaggia ragazza, dopo un periodo di convivenza nell’antico bosco delle divinità animali, si batteranno insieme per placare l’odio tra i due eserciti rivali e riportare finalmente la pace per salvare la vegetazione e gli spiriti che la popolano, infondendo negli umani una speranza di rinascita e redenzione. La prima versione del film è approdata nei cinema italiani il 19 Maggio del 2000, aprendo le porte allo studio Ghibli e facendosi conoscere dalla massa, ancora estranea a quel modo unico di affrontare un prodotto d’animazione, sia per le tematiche che per la qualità tecnica e visiva. Tutte le opere di Miyazaki sono quasi interamente, se non per qualche piccolissimo accenno in computer grafica, realizzate a mano seguendo il faticoso percorso del disegno tradizionale, dove anche il minimo particolare è animato e inserito funzionalmente nella visione scenica d’insieme. In quella primissima versione spiccava un doppiaggio che a parer mio si mantiene ancora benissimo, escludendo solamente alcune cadute di tono rovinose come la voce affibbiata alla lupa Moro (ricordo ancora il calore del sangue che usciva dalle mie orecchie durante la proiezione), situazione però fortemente bilanciata grazie alle ottime interpretazioni vocali degli altri personaggi. Non da meno l’adattamento è stato, sempre secondo il mio personale gusto, quanto di più azzeccato per un’opera fortemente legata a un tipo di narrazione attaccata visceralmente a moltissimi concetti e usi verbali nipponici, certamente poco chiari e comprensibili al pubblico italiano. In questa più recente versione cinematografica, riproposta alcuni giorni fa, siamo davanti a un nuovo doppiaggio, adattamento e traduzione, e quest’ultima, più letterale che mai, ha causato non pochi disturbi alla mia visione. Lo spettatore italiano medio non sarà mai pronto a sentire cose come “Dio cinghiale“, “Dei cane” o l’esilarante “Dio bestia“, perché immediatamente distratto dalla visione per l’assonanza con le più celebri imprecazioni che dividono intere fazioni di persone. Questi riferimenti onorifici alle divinità animali sono elementi parecchio normali nel panorama culturale giapponese, ma non c’è dubbio che inseriti forzatamente nel nuovo adattamento, mettendo da parte i più classici termini come “demone” e compagnia bella, parte invece della precedente versione, risultino abbondantemente gratuiti (seppur correttissimi) e a lungo andare disturbanti; non certo perché abbiano in qualche modo offeso il mio credo religioso, che non fa testo in quanto inesistente. Vogliamo parlare dei mitici “tormentoni” attaccati costantemente a personaggi estremamente caratterizzati come il bonzo Jigo? Ok in lingua originale lui portava con sé una frase ricorrente, e a parer mio snervante, che lo identifica e contraddistingue rispetto alle altre pedine del gioco, e credo facesse pressapoco così: “Ohllà, mi arrendo, mi arrendo!”.

Ora, figli miei, tutto questo non è presente nel doppiaggio del 2000 e il divertente Jigo non ha triturato le palle di tutti noi poveri (ignari) spettatori con questa tediante tiritera completamento fuori luogo. Questo tipo di affermazioni funzionano prevalentemente in un altro contesto, che è appunto quello giapponese. Ho trovato questa scelta completamente inutile e poco chiara, soprattuto perché affossa il personaggio per nulla aiutato dalla scelta di un famosissimo doppiatore, che mentre lavorava forse era intento a pensare alla pianificazione delle vacanze estive. A prestare la voce al monaco è un Pino Insegno fuori parte come non mai, secondo solo a Claudio Moneta per la voce italiana del personaggio di Barney Stinson (Claudio, continua a doppiare SpongeBob che sei pure bravo). Parlando appunto di doppiaggio mi preme ammettere che la vecchia versione è incredibilmente superiore, sempre lasciando a casa l’enorme lupa Moro (ahi, le mie povere orecchie!), a differenza della più recente che pecca di freddezza e non trasmette la stessa intensità dei doppiatori di una volta. Basta scomodare l’Ashitaka di Alessandro Quarta, la Principessa Mononoke di Laura Lenghi e il monaco del grande Giorgio Lopez (storica voce di Danny De Vito), per oscurare i rispettivi Lorenzo De Angelis, Joy Saltarelli e il già citato Insegno, nessuno capace di toccare l’anima dello spettatore con la stessa solennità sprigionata in ogni fotogramma dell’opera. Inoltre ho trovato confusionario e pasticciatissimo l’adattamento di alcuni dialoghi, molto belli e intensi nella più volte menzionata prima versione, in cui hanno fatto capolino oscenità come: “la situazione si è INGUAIATA”; capirete bene che c’è un limite a tutto. Alcuni diranno che nonostante queste avversità il messaggio principale rimanga solido, riuscendo a sorreggere con la stessa atmosfera le due ore e venti di pellicola, ma io sento il dovere di confermare il mio distacco perché sviato, infastidito e distratto da una serie di elementi volti a snaturare quelli che dovrebbero per me essere il senso e la morale. Principessa Mononoke è un lavoro complicato da riportare letteralmente e fedelmente, mostrandolo al pubblico occidentale nudo e crudo, privo di qualsivoglia correzione. È un’opera che necessita un sostanzioso adattamento per modificare alcuni passaggi che liberati nella loro originaria essenza possono causare più smarrimento che altro; perché lasciare in giapponese il più bello e poetico “colui che cammina nella notte”?

Una favola che ha bisogno di essere considerata più come tale e non come un trattato ambientalistico con riferimenti poco esaurienti su usanze culturali e folkloristiche di un paese così lontano dalla nostra normale visione. Tranquilli, non ho scordato il “Dio cervo” del mio amato primo doppiaggio, ma reputo sia comunque più accettabile di “Dio bestia” per centotrentaquattro minuti di fila dovendo trattenere le lacrime. Un evitabile cambiamento che mi ha prevalentemente rovinato l’ennesima visione di uno dei film più riusciti del regista Hayao Miyazaki, pietra miliare dell’universo animato mondiale

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