Fotogrammi in movimento

L’illusionista – Storia di un artista in declino

di Nicola Franco 29 giugno 2014Commenti

Ci sono attimi nella vita in cui ci si rende conto di stare vivendo un cambiamento causato il più delle volte da una serie di fattori esterni, o semplicemente da un elemento che rinnova la propria dimensione facendo vedere il mondo da una diversa prospettiva. Succede, in questi casi, che il percorso precedente subisca notevoli stravolgimenti perché investito dalla nuova sensazione che permette alla nostra mente di oltrepassare il muro invalicabile che spesso ci si mette davanti. Il cambiamento, come dicevo poc’anzi, può essere rappresentato da disparati elementi, nonché una pellicola cinematografica di indiscutibile valenza artistica ed emotiva. È la volta de L’illusionista del regista Sylvain Chomet (precedentemente alle redini di Appuntamento a Belleville), che con la sua storia profonda e spontanea rispecchia alla perfezione questo ragionamento, permettendo così di accendere l’interruttore che dimora all’interno della nostra anima. La trama è incentrata sull’ormai misera esistenza di un vecchio illusionista in rovina, impegnato strenuamente a difendere la sua posizione artistica proponendo i suoi spettacoli alle più bizzarre personalità. Oscurato dall’avvento del rock’n’roll alla fine degli anni ’50, il pacato mago francese raggiunge la lontana Scozia ingaggiato per un suo show da uno stralunato proprietario di un pub. Una volta arrivato, e dopo essersi esibito, conosce la giovane cameriera del locale che ne rimane immediatamente affascinata, così da spingersi a lasciare il suo paese per seguire il percorso del girovago artista. Sviluppato un rapporto d’amicizia quasi paterno che li fa maturare entrambi raggiungono Edimburgo, e da lì la loro vita segue il corso degli eventi fino a uno stravolgimento necessario alla realizzazione delle loro volontà. Costruito sulla base di una sceneggiatura originale del comico Jaques Tati, L’illusionista di Chomet può essere considerato come un omaggio all’intero mondo dell’arte del palcoscenico, oggi sempre più dimenticato e in ombra. I veri talenti vengono offuscati da figure evanescenti destinate a sparire come bolle di sapone superata la moda del momento. La compostezza e il rigore con cui il lungometraggio animato riesce a toccare il cuore dello spettatore è proporzionalmente paragonabile al suo prezioso valore concettuale, artistico, visivo e più che mai emotivo. Le splendide animazioni e lo stile grafico dei personaggi, caricaturale e molto simile al character design delle figure umane de Gli Aristogatti, si accosta funzionalmente a degli scenari e a un comparto narrativo che stupisce e incanta ad ogni scena. Quasi completamente muto, tranne che per qualche battuta scambiata in lingua originale dai due protagonisti, il film porta avanti la scelta di Chomet già attuata in Appuntamento a Belleville, in cui le immagini, le sensazioni e la mimica degli “attori in scena” valgono più di qualsiasi parola;  in questo caso il silenzio è d’oro.

La rappresentazione scenografica abbraccia in modo esemplare la toccante colonna sonora dell’opera, che segue i passi di questi animali da palcoscenico in declino, desiderosi di riportare in scena un loro vecchio numero con la stessa gloria ed entusiasmo di un tempo. Una lezione amara su come la gente possa essere spietata nei confronti di questa forma d’arte, non riuscendo a cogliere quella che è l’essenza del grande gioco teatrale, dove tutto è finzione e quindi più vero della realtà. Una figura stanca e leggermente abbattuta, quella dell’illusionista, ma nemmeno per un istante demoralizzata e schiacciata dal peso dell’ignoranza e dell’inappetenza artistica che dilaga e distrugge le vite dei suoi colleghi. Un anziano clown ormai depresso e alcolizzato, mentre è intento ad ascoltare ripetutamente il grammofono con la melodia della sua entrata in scena degli antichi fasti, un ventriloquo costretto a vendere il suo pupazzo a pochi centesimi pur di mangiare, sono l’emblema dell’incomprensione e del consumismo che annientano la bellezza e rendono l’uomo schiavo del nulla. In un periodo, l’attuale, così buio e privo di quelle persone piene di naturale creatività e fantasia che hanno permesso le prodezze sceniche  di un tempo, il lungometraggio diretto dal sensibile regista francese rappresenta il punto della situazione e la denuncia a questo triste capitombolo che i teatranti continuano a fare oggi in un moto, ahimè, eterno. Un’opera che custodisce una straziante verità e non fatica a mostrarla nel modo più diretto possibile, toccando anche i non addetti ai lavori e i disinteressati a quella dimensione onirica. Un sogno dal quale non ci si vorrebbe più svegliare, perché portavoce di una realtà in cui è ancora possibile stupire il pubblico con un coniglio bianco tirato fuori dal cilindro. Una pellicola dal sapore agrodolce che rapisce grazie al suo messaggio e alla forza evocativa delle sue immagini, omaggio ad alcuni lavori di Fellini come I clowns e La strada. Lo spettatore si sveglia solo al termine di questo viaggio con un foglietto di carta che riporta le parole “I maghi non esistono”, sintesi e neanche troppo sottile metafora di quella che è la vita di un uomo che ha sacrificato tutto per la scena. Un raffinato e malinconico affresco di artisti pronti a vivere sul palco un sogno sempre uguale. 

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