Fotogrammi in movimento

L’onanismo di Anastasia

di Nicola Franco 13 aprile 2014Commenti

Dopo la ventata d’aria fresca che “Charlie – anche i cani vanno in paradiso” ha portato nuovamente nella mia vita da divoratore di film d’animazione, un altro grande classico di fine anni ’90 ha segnato la mia giornata con effetti contrastanti. Avendolo già citato nel precedente articolo sulle avventure del cane paradisiaco, mi permetto di continuare eccezionalmente il ciclo di Don Bluth e parlare dei pregi e dei numerosi difetti, secondo il mio modesto parere, di uno dei suoi lavori più famosi e apprezzati. Correva l’anno 1997 e Meg Ryan aveva appena lasciato il posto di ragazza d’oro d’America alle nuove generazioni di fanciulle della porta accanto. Quale modo migliore di riportarla sulla cresta dell’onda, se non quello di cucirle addosso un personaggio per lo sviluppo di una raffinata storia animata? Don Bluth recupera le atmosfere eleganti della Belle époque e adorna il nuovo progetto con richiami alla principessa Sissi e al mondo aristocratico. Esce nelle sale il film d’animazione Anastasia, e diventa da lì a breve un vero e proprio cult del genere, seppure porti con sé il fardello dell’opera incompiuta. La trama vede protagonista la figlia dello Zar Nicola, Anastasia Romanov, e le vicende che si susseguono una volta caduto l’impero del monarca in seguito alla Rivoluzione Russa, qui giustificata attraverso la maledizione che lo stregone Rasputin ha gettato sulla stirpe reale. Fuggita dal palazzo insieme all’inseparabile nonna, che le regala un ciondolo e un carillon che saranno la chiave del segreto della sua futura memoria perduta, viene bruscamente separata dalle braccia della regina madre e, come dicevo poc’anzi, sbatte violentemente la testa cadendo in stato d’amnesia. Passati svariati anni, Anastasia, che adesso si fa chiamare Anya, viene allevata e cresciuta in una casa d’accoglienza fino al giorno in cui decide di mettersi in cammino per cercare le risposte all’intricato enigma della sua vita. Lungo il suo percorso incontra una coppia di baldanzosi e scaltri truffatori, il fascinoso Dimitri e il gongolante Vladimir, che la convinceranno di essere la principessa russa perduta durante i disordini della Rivoluzione, per intascare la ricompensa che la nonna, ora in esilio a Parigi, ha promesso a chiunque possa riportargliela indietro. Il viaggio, nella migliore delle tradizioni fiabesche, sarà colmo di pericoli e vedrà la figlia dell’allora potente Zar scontrarsi nuovamente con il negromante Rasputin, ora in forma di non morto in decomposizione e legato all’urna magica che ha reso possibile il suo patto col diavolo. Non manca chiaramente il consueto lieto fine, e la giovane e ribelle Anastasia viene condotta e riconosciuta dall’aristocratica parente, che ritrova il carillon e il ciondolo come li aveva lasciati, e tra un treno deragliato, un’ipnosi malefica e una statua di un cavallo alato portata alla vita, trova il tempo di innamorarsi dell’aitante Dimitri e vivere il suo nuovo sogno. Ora, il film in sé potrebbe anche funzionare, ma sono costretto a fare più di una puntualizzazione su aspetti che hanno sollevato qualche dubbio di troppo, a distanza di quasi vent’anni. Guardando l’opera del regista che ha riscosso più successo, forse seconda solo a Fievel sbarca in America e al successivo Fievel conquista il West, ho avuto la tremenda sensazione di vedere qualcosa di incompleto e rovinosamente decrescente. Mi vengono in mente i tempi andati della scuola, in cui vedevo stagliarsi inesorabile nella pagella di metà quadrimestre, un poco rassicurante “in regresso”; con Anastasia ho riprovato lo stesso brivido freddo lungo la schiena. La pellicola conduce egregiamente il suo delicato valzer, accompagnando la prima parte di più altezzosa sostanza, creando poi uno spaventoso disordine nella seconda e ultima parte, mostrando alcuni nervi scoperti che fanno intendere una voglia accelerata di calare il sipario sulla vicenda.

Se avessero mantenuto l’andazzo iniziale per tutta la durata del lungometraggio, avremmo assistito al primo esempio di cinema d’animazione che trattasse il tema della nobiltà, la caduta e la ripresa di un impero, con incredibile maturità e compostezza, ricordando senza tanti giri di parole le storie di formazione di regnanti e principesse. Ogni volta che la mia convinzione di vedere più di dieci minuti di film senza essere distratto da un elemento fuori posto si faceva forte, venivo immediatamente riportato alla realtà con un’interruzione spiacevole. Descriverei quindi la mia attuale esperienza visiva e percettiva con Anastasia, come una sorta di perpetuo coito interrotto, che non riesce a sfogare nemmeno subito dopo la chiusura del film. Risultano paradossalmente poco convincenti e fuori luogo con i toni più realistici, i personaggi del monaco Rasputin e del suo sottoposto Bartok, pipistrello albino in seguito protagonista di un meno fortunato spin-off animato; questi portano sulle spalle la spada di Damocle che li costringe a essere il collegamento fiabesco, stonando pesantemente con il preambolo e primo sviluppo della storia. Da cancellare il loro forzatissimo numero musicale (nella grande tradizione “copia e incolla” di rimando disneyano, il film è costellato di canzoni che richiamano a gran voce quello stile), che risulta pasticciato, calante e rattoppato. Peccato, perché i brani della prima parte sono davvero eccezionali, e trasportano lo spettatore all’interno delle gelide atmosfere della San Pietroburgo d’altri tempi, strizzando l’occhio al grande musical di Broadway. La canzone “Quando viene Dicembre” culla dolcemente il pubblico e lo trasporta malinconicamente in un viaggio emotivo che risveglia sensazioni sopite da tempo. La cura maniacale delle coreografie durante i momenti cantati e ballati, rivela una ricerca minuziosa e attenta dei movimenti anatomici e delle cadenze ritmiche del Tabarin. Davvero d’effetto l’insieme scenico globale dell’arrivo a Parigi, e del conseguente pezzo melodioso che introduce alcune caratteristiche della città più famosa del mondo, tra can-can, coppe di champagne e bagordi. Pur non amando particolarmente il character design non troppo sintetizzato graficamente, devo ammettere che i modelli più realistici, contraddistinti da una linea anatomica impeccabile, così come la vasta gamma d’espressioni facciali, valorizzano la struttura visiva dell’opera e ipnotizzano i sensi. Una nota dolente, riservata solo alla versione italiana, è certamente il doppiaggio. L’allora da poco “scodinato” Fiorello e la cantante (che come tale avrebbe dovuto lasciar perdere la controparte recitata) Tosca, fanno davvero rimpiangere la recitazione di Alberto Tomba e Michelle Hunziker nel capolavoro del trash Alex l’ariete. In ultima analisi un classico dai toni altalenanti che non nasconde le pezze, e riesce in ogni caso ad accattivare una larga fetta di pubblico e non stancare gli appassionati del genere; magari potrebbe inizialmente disorientarli, ma sicuramente non stancarli. L’intero articolo è poi chiaramente una grande e forse pretenziosa premessa per mettere le cose in chiaro una volta per tutte, e fare capire ai più che Anastasia non è un prodotto Disney. Detto questo, grande Don Bluth, spero di vedere presto il nuovo film in lavorazione, che secondo i rumors è in fase di realizzazione praticamente da sempre. 

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