Fotogrammi in movimento

Lunatici sotto il canestro

di Nicola Franco 23 marzo 2014Commenti

Se qualcuno mi avesse informato dell’esistenza di tale prodotto e non avessi vissuto la mia infanzia e adolescenza negli scoloriti e confusi anni ’90, probabilmente avrei fatto fatica a crederci. Se quel qualcuno avesse continuato la sua descrizione facendo luce sulla presenza dell’astro assoluto dell’NBA all’interno del folle mondo dei Looney Tunes, avrei probabilmente rovesciato tavoli in aria e fatto il segno della croce. Eppure ieri sera ho avuto modo di rivedere uno degli esempi lampanti della “locura” che affliggeva alcuni sceneggiatori e produttori cinematografici in quel periodo, cercando di mantenere un certo distacco dal legame affettivo e analizzandolo sotto più obiettivi punti di vista. Il film in questione è ancora oggi argomento di discussione tra gli appassionati e nostalgici incalliti, e ha avuto l’ardire di far giocare una partita di pallacanestro con Michael Jordan e Bugs Bunny nella stessa squadra. Space Jam crea immediatamente uno stato di totale “mind blowing” in cui si è costretti ad accettare l’assurdo e l’improbabilità di vedere un prodotto che sembra una sorta di catalogo iconico dell’epoca, sbattendo in faccia una serie di luoghi comuni e trend del periodo, giustificando il tutto con il coinvolgimento dei personaggi della Warner Bros. La storia, nota quasi a tutti, vede un alieno proprietario di un parco divertimenti vicino alla Luna avvilito per l’attuale insuccesso della sua attività, complice l’assenza di attrazioni accattivanti per i giovani visitatori. Spinto dalla voglia di fare risorgere la sua macchina stampa banconote, incarica un gruppo di suoi fedeli sottoposti per rapire i Looney Tunes e costringerli a farli diventare la ciliegina sulla torta del parco. Gli animali lunatici sfideranno gli alieni pigmei a una partita di basket, avvalendosi del diritto di difesa per non essere ridotti subito in schiavitù. In tutto questo direte, “Cosa c’entra Michael Jordan?”, e io vi potrei rispondere “Assolutamente niente”, senonché il punto cardine su cui ruota tutta la vicenda è proprio il noto giocatore americano. Jordan viene catapultato nel nascondiglio sotterraneo dei cartoni marchiati Warner attraverso la buca di un campo da golf, durante una partita giocata in compagnia di Bill Murray (che interpreta sé stesso), e convinto a partecipare allo scontro con i Monstars, gli alieni di cui sopra che nel frattempo hanno rubato i talenti di alcuni giocatori dell’NBA, assumendo proporzioni gigantesche.

Da qui in poi si susseguono una serie di eventi che vedono interagire i cartoni con la famiglia dell’atleta per il recupero del suo equipaggiamento agonistico, dando luogo al più grande esempio di patto finzionale che abbia mai visto; i figli dello storico Numero 23 dei Chicago Bulls non batteranno minimamente ciglio davanti a Bugs Bunny e Duffy Duck, considerando normale la loro presenza nel mondo reale (forse agli sceneggiatori è sfuggito qualche punto). La partita vedrà chiaramente vincitrice la Tune Squad e darà sfogo a una lunghissima lista di gag, nell’inconfondibile stile che ha da sempre contraddistinto questi amatissimi personaggi. A differenza di altri film in tecnica mista che hanno saputo distinguersi mettendo in risalto lo spessore fisico e l’interazione funzionale con gli elementi live, in questo non è presente un’amalgama tra i due universi e il risultato è piuttosto discutibile. Lontano quindi il traguardo raggiunto dal parente Roger Rabbit, che mi ha forse abituato molto male, spingendomi a cercare una perfetta sintonia che purtroppo non perviene e mostra gran parte dei possibili difetti di una produzione del genere. Per l’intera durata del lungometraggio si ha la sensazione di vedere il giocatore impegnato in una partita fantasma, correndo da un punto all’altro del campo circondato dal nulla. C’è da dire che Michael Jordan sembra credere davvero di essere attorniato dalle creature fantastiche, mostrando doti d’attore sì non eccezionali ma sorprendentemente credibili e accettabili; che possa avere avuto più di un amico immaginario in tenera età? In compenso l’aspetto grafico delle parti animate è subito magnetico, attirando lo spettatore nella sua fluorescente trama di colori vivaci come una falena con la luce di una lanterna. Seppure preferisca i celebri personaggi disegnati nello storico stile di Chuck Jones, leggendario animatore degli studi Warner e creatore di alcuni tra i più divertenti corti animati dei Looney, come il formidabile Super Bunny in orbita e la sua carrellata di Merrie Melodies, c’è da considerare che la nuova versione più pulita e sgargiante regala comunque un buon feedback e conquista immediatamente l’attenzione. Oltre alle classiche comparse che ci si aspetta da un film con la perpetua presenza dei folli animali capeggiati da Bugs, viene introdotta per la prima volta la coniglietta Lola Bunny, destinata a diventare la compagna ufficiale della lepre grigia e una delle figure più amate dell’universo animato.

Una nota di merito va alla caratterizzazione dei Monstars sia nella prima versione, più piccola e indifesa e sicuramente rivolta a un pubblico meno smaliziato, che in quella finale con uno stile che ricorda alcuni mostri classici del cinema; l’aspetto degli alieni sembra plasmato da una matrice che rimanda alla creatura del Dr. Frankenstein. Tra le cose che funzionano di più inserirei senza problemi la ruffiana colonna sonora, che pur presentando brani che potrebbero fare storcere il naso ai musicologi più esigenti riesce a incollarsi alle immagini in movimento, dando al pubblico la convinzione che non possa esistere altro accompagnamento possibile tra la moltitudine di generi opzionabili. Ricordo di avere comprato il disco prima dell’uscita nelle sale del film, e risentirlo sul grande schermo accostato alle scene principali mi ha donato una strana euforia che mi ha spinto ad apprezzarlo particolarmente e includerlo tutt’ora nella mia attuale playlist. D’altronde resistere a Fly like an eagle di Seal, l’intramontabile Space Jam dei Quad City Dj’s (diventata anche il tema musicale principale) e la stucchevole ma stranamente coinvolgente I believe i can fly di R. Kelly è davvero un difficile compito. Ora non vorrei arrivare a conclusioni affrettate, ma il film diretto da Joe Pytka potrebbe disorientare un giovane avventore della nuova generazione, fargli desiderare di bruciare ogni prova dell’esistenza dei Looney e del carismatico Jordan e forse cancellare la propria memoria. Perché dite? Il motivo è che non è assolutamente una pellicola adattabile e nasconde neanche troppo bene uno spirito difficilmente rinnovabile; dire purtroppo o per fortuna sarà compito dello spettatore e della sua capacità di giudizio e malleabilità. Un lungometraggio pazzo nato da un’idea ancora più folle che solo i più piccoli o chi è cresciuto negli anni ’90 possono apprezzare. Per il resto se dovessi consigliare la visione di Space Jam a una persona completamente all’oscuro di tutto, suggerirei di spegnere il cervello e lasciarsi trasportare senza fare domande. Nonostante tutto però continuerò a serbare un ricordo positivo dell’esperienza vissuta quasi vent’anni fa e riproposta ieri, perché colpito dalla sua sfacciataggine e improbabilità, per me da sempre elementi importanti nel giudizio personale di un’opera. Non scordiamoci poi che il 1996 è stato forse l’anno con più iscrizioni a basket e mini-basket nella storia, ulteriore prova dell’importanza mediatica e sociale che il film è riuscito a instillare nelle menti di noi piccole future promesse della pallacanestro. Ciò non toglie che se avessi la possibilità di viaggiare indietro nel tempo con la mia DeLorean, probabilmente andrei dagli sceneggiatori e dal regista cercando di fermarli e dicendo loro “Che succede amici?” con tono minaccioso. 

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