A ognuno il suo jazz

il Carla Restivo 5et-Paula Project

di Marco Sciarrino
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Musica
N.18 del 19.2.2014
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Oh, bene, jazz! La persona meno adatta con cui parlarne. Sarà che sono cresciuto a pane e Blur. Saràrtf pure che il mestiere mi ha portato a preferire altro. Io, il jazz, non lo mastico. Non reggerei una conversazione sul jazz. Sono fermo a un paio di pezzi dei Mars Volta, a Life In A Glass House dei Radiohead, a Jamie Stewart che canta Nina Simone. Il mio jazz, insomma, non è jazz. C’è però chi ha sputato sangue sul jazz, chi non vede l’ora di suonarlo, il jazz. Chi ne ha fatto uno stile di vita, una forma mentis, un megafono per l’anima. Li ho incontrati la sera scorsa, due jazzisti così. Al pub, per farmi raccontare del loro progetto a dieci mani: Carla Restivo 5et-Paula Project. E per farmi passare la voglia di ascoltare i Blur. Ma anche il loro jazz, a sorpresa, non è jazz.

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Il jazz sperimentale.

 

C: “Noi non suoniamo il jazz classico. Almeno, quello che comunemente s’intende per jazz. Non siamo di nicchia. I nostri pezzi sono contaminati dal rock, dal punk, dalla musica afro e latina, dai suoni mediterranei. Cerchiamo di combinare vari generi, in modo organico. Quando compongo, per esempio, non penso a come ‘far suonare’ le percussioni, il basso o il piano in modo che possa essere jazz. Ma a quello che può offrire il ‘mio’ percussionista, il ‘mio’ bassista o il ‘mio’ pianista al jazz, perché conosco la ‘sua’ specifica musica, la ‘sua’ formazione base. Il nostro jazz è diverso, sperimentale: cerca di fondere diverse culture all’interno di uno stesso sistema, il jazz appunto. Ascolta Untitled, nel demo: ha una struttura pop/rock

 

Carla e Manfredi sono amici da tempo. Studiano al conservatorio Bellini di Palermo. Lei suona il sax, lui è un percussionista. Hanno la stessa idea sul perché farlo, il jazz.

 

L’interplay.

 

M: “Pensa, i più grandi artisti pop hanno sempre avuto un jazzista all’interno della propria band: Sting ha avuto Marsalis al sassofono, solo per dirne uno. Il jazz riesce a mettere in contatto le vibrazioni di due persone che stanno suonando l’una di fronte all’altra e che, in quei due o tre minuti, stanno condividendo un momento d’intimità. Non troverai mai una schematizzazione nel nostro jazz. C’è quell’attimo d’interplay tra di noi che varia il tutto, pur rimanendo all’interno di una determinata idea di esecuzione. Quando proponiamo un brano, ogni volta non è mai uguale alla volta precedente: può durare cinque minuti, così come l’abbiamo registrato in studio, o venticinque”

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E, allora, immagina che queste tre persone s’incontrino in un martedì sera qualunque, dentro a un locale qualunque. E che bevano una birra, una cioccolata calda e una tisana. E che uno di loro lasci sul tavolo un registratore e delle domande. E che gli altri due comincino con il fare a pezzi il pop.

 

 

 

Il pop.

 

C: “Il fatto di avere una melodia orecchiabile, una struttura ritmica costante, ripetitiva aiuta l’ascoltatore a comprendere ciò che gli sta accadendo attorno. Anche il jazz può avere caratteristiche simili: pensa a My Way di Sinatra. Però il jazz è imprevedibile, non sai mai cosa può accadere dopo il primo minuto. Così è anche per la musica classica moderna: se chiedi a qualcuno di canticchiarti Vivaldi o Beethoven non avrà problemi a ricordarsi Le Quattro Stagioni o Inno Alla Gioia, perché l’orecchio è abituato ad ascoltare queste due melodie, sono famose. Ma se chiedi a qualcun altro di canticchiarti qualcosa di nuovo, entra in crisi. È la stessa crisi che ha affrontato la musica colta contemporanea, da Stockhausen in poi, che non aveva pubblico ai concerti: la gente non sapeva cosa aspettarsi, perché il compositore non ‘guardava’ più il pubblico, ma ciò che ‘riceveva’ lui stesso dal pubblico, dalla realtà. Ecco, questo è quello che accade nel jazz. Nel pop, di contro, la melodia è costruita su quello che il pubblico vuole ascoltare. La musica vocale, com’è il pop, veicola sentimenti: scrivere un testo significa suggerire delle emozioni all’ascoltatore. La musica ambientale e orchestrale no. Il nostro jazz vuole aiutare l’ascoltatore a tirare fuori le sue, di emozioni”

 

Il demo, appena rilasciato via Soundcloud e Bandcamp, è solo la punta dell’iceberg. Un assaggio per capire il pubblico, per creare curiosità attorno al progetto. “Il disco arriverà” mi assicurano, quando potranno permetterselo. Quattro tracce pulite, quattro bicchieri d’acqua. È chiaro l’impegno del quintetto: nessuna sbavatura che non sia utile a creare il vibe da blue moon e note cotte nel velluto. Quattro tracce registrate in un box tre per quattro, ovvero, i miracoli dell’homemade. Alla produzione il pianista. Ottimo lavoro Alessio, suonano bene.

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L’idea.

 

C: “Ciascun pezzo nasce da un’idea, da un’atmosfera che interiorizzo. Poi la trasformo in note. Io compongo per dare una forma diversa, in musica, alle mie emozioni. I pezzi nascono, quindi, da litigi, da delusioni, da sentimenti forti. Il progetto, pensa, si chiama Paula. Paula era anche il nome di mia nonna. Già alle spalle del progetto, quindi, c’è un’emozione, un ricordo. Paula è un simbolo: la nonna è la persona che ci ha accompagnato nel nostro percorso di crescita artistica e personale”

 

Il perfezionismo.

 

C: “C’è una storia che gira. Una sera, un giovane sassofonista di diciannove anni si presentò a una jam session. Suonò così male che il batterista dovette tirargli un piatto addosso per farlo smettere. Quel giovane sassofonista, allora, si chiuse a casa per studiare il suo strumento, notte e giorno, senza sosta. Era Charlie Parker”

 

M: “Charlie Parker ha fatto la storia del jazz. È un genio. Ha rappresentato lo sviluppo di quello che era il jazz dello swing, delle grandi orchestre, della ripresa economica, della gente che voleva ballare. Parker ha portato il jazz a un livello maniacale di studio delle scale, delle sonorità: swing e fraseggi stretti, tecnicismi, virtuosismi incredibili. Ma Charlie Parker voleva comunicare, in fondo, solo quello che sentiva dentro”

 

C: “John Coltrane: anche lui un perfezionista. Molto simile a Parker per tecnica. Ma Coltrane decise di dedicarsi anche alla spiritualità. E la spiritualità non ha nulla a che vedere con la tecnica”

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M: “Joe Chambers, il batterista di Coltrane, mi raccontò di come tutti i jazzisti neri, all’epoca, credessero profondamente nelle proprie origini africane e di come studiassero gli incastri della musica nera. Coltrane è etereo. Oltre alla tecnica studiava la musica classica, credeva nell’essenza dello spirito. Il jazz è l’anima che viene messa a nudo, sia all’interno di una composizione, sia all’interno di un singolo suono. Un musicista jazz non ti darà mai la stessa emozione più di una volta. Il jazzista non è un esecutore. Non c’è molto da eseguire nel jazz, ma da vivere”

 

http://carlarestivo5et.bandcamp.com

 

 

FOTO: Silvia Piva

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