A prova di Skrillex

L'elettronica vista da un nostalgico della Seattle anni '90

di Claudio Cataldi
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Musica
N.5 del 20.11.2013
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Cosa succede quando uno dei nostri redattori cresciuti a pane e Pearl Jam è chiamato a dirimere una vecchia disputa tra elettronica colta e dance dell’ormone adolescenziale*? Su Kill Surf City vi offriamo anche questi croccanti cortocircuiti. 

Lavorare in una redazione quale quella di Kill Surf City significa (anche) usufruire di piccole, gioiose e bizzarre opportunità. Una di queste è confrontarsi con musica alla quale diversamente non mi avvicinerei neanche col binocolo. Non ho problemi a considerarmi un integralista della chitarra elettrica, ragion per cui mi avvicino all’argomento da un punto di vista inedito: non da esperto, ma da perfetto ignorante. Prima di oggi, sapevo vagamente che esistesse il dubstep (o la dubstep? Boh). Non è un punto di vista interessante? Compro – non spesso ma capita – ancora alcune riviste di musica cartacee. Non dico di non avere mai incontrato il nome di James Blake o di Skrillex; tali nomi però finiscono inevitabilmente per essere appena catturati dal mio occhio nel nanosecondo che precede il cambio di pagina. Ora, mi rendo conto che finora ho parlato solo di me stesso e del mio approccio alla faccenda, un vecchio trucco. Non entro ovviamente nel merito della discussione dubstep inglese vs. dubstep americano: cerco piuttosto di farmi un’opinione delle due parti in causa. Un po’ un gioco socio-musicale. Bando ad ulteriori arrampicate sugli specchi e via all’ascolto.

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Comincio con James Blake. “Retrograde”. Niente male. Un cantato notevole, colmo di pathos. Ritornello incisivo ma non ruffiano. Uno strumentale mai troppo invasivo, e quell’hook in falsetto molto catchy. Passatemi la banalità, soul aggiornato al ventunesimo secolo (siamo nel ventunesimo, vero?). Leggo che Brian Eno collabora al disco omonimo da cui il singolo è tratto, e so bene che Sua Maestà non si scomoda per nulla.

Andiamo avanti. “Limit To Your Love”. Mi sa che comincia a piacermi. Adoro i giri di pianoforte antichizzato. Qui i Massive Attack non sono tanto lontani (anzi, roba come “Live With Me” è dietro l’angolo ). Gran pezzo, mi è rimasto subito in testa. Ben curato, e si sente che dietro c’è una certa cultura musicale, delle radici chiare, un lavoro di cesello sui suoni.

Ancora. “I Only Now (What I Know Now)” (dall’EP Klavierwerke). Beat soffusi, campionamenti di voci lontane, ancora il piano che stavolta tocca certe mie corde nostalgiche. Lontani dall’atmosfera dei singoli, si potrebbe parlare di classica sperimentazione sulla forma canzone.

E ancora. “A Case Of You”. Ballata pianistica senza tempo, con un tocco meno schizoide potrebbe benissimo essere spacciata per un vecchio standard degli anni ’40. Scomoderei anche Billie Holiday per l’occasione, come fantasma che aleggia sul cantato.

“The Wilhelm Scream”. Meno convincente all’inizio, si salva per un crescendo finale che gli conferisce una ragion d’essere, ma tutto sommato la trovo meno brillante rispetto a quanto ascoltato finora.

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Passo a Skrillex. Comincio con “Scary Monsters and Nice Sprites” (la scelta è dettata dalla citazione di Bowie). Il Duca Bianco mi sembra citato abbastanza invano. Riconosco che il tutto non va troppo semplicisticamente tuffato nel calderone della tamarrata discotecara (il beat è lento e c’è un’alternanza tra i riff di synth non troppo scontata) ma trovo il tutto un po’ disorientante. E il campione vocale è agghiacciante e fuori luogo.

E ancora. “Rock n Roll (Will Take You To The Mountain)”. L’idea era fare qualcosa di ballabile e al contempo ossessivo (credo). Anche qui riff spezzettati di synth distorti. I campioni di voce sono da ferragosto in spiaggia. Rispetto a James Blake mi pare un altro campo da gioco. Anche un altro campionato. Anche un altro sport (la citazione è voluta).

Altra possibilità. “Kill Everybody”. Stessa faccenda, vedi sopra, si cerca ancora di più di darsi arie da duri. Forse sono io che non capisco come cazzo si possa gettare un ponte tra James Blake e Skrillex, a questo punto, ma mi pare che i due viaggino su binari decisamente differenti. Trovo difficile pensare un pubblico comune ai due che possa dividersi a difesa dell’uno o dell’altro.

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Cerchiamo di venire a capo della faccenda. Pur avendo determinate preferenze, tendo a guardare con rispetto ed interesse le forme musicali “altre”, specie nel momento in cui sono chiamato a formulare un giudizio (molti miei conoscenti vi diranno di me il contrario. Non fidatevi). Tirando le somme del mio piccolo esperimento socio-musicale, posso affermare quanto segue:

James Blake mi ha dato l’impressione di un tentativo di rielaborazione di materiali ben radicati nella tradizione, recente e non. Un feeling classico e soulful filtrato attraverso sonorità elettroniche memori di certo trip-hop spogliato dalle ritmiche sincopate e ridotto a battiti essenziali e cadenzati. Lo trovo più interessante proprio nel suo lato maggiormente radiofonico, come ipotesi di brani soft pop curati dal punto di vista della produzione, che non perdono l’appeal e l’immediatezza pur essendo immersi in umori melanconici e strutture spesso circolari, che trovano nella voce il punto  di forza e l’elemento trainante. È un tipo di musica che si presta all’ascolto solitario come alla colonna sonora, al sottofondo in mezzo alla gente come al passaggio in radio.

Anche Skrillex mi ha dato l’impressione di un tentativo di rielaborazione, anzi di “personalizzazione”. Mi spiego meglio. Partendo da un genere di ultra-consumo (più del pop da classifica) quale la dancefloor music, intercambiabile e assolutamente stagionale, Skrillex tenta di rompere lo schema, apporre la sua firma con degli elementi immediatamente identificabili (ritmiche più lente, synth distorti, spezzati e finto scratch, vocine campionate e frammentate). Il tutto cercando anche un effetto di maggiore impatto e violenza, tentativo di per sé assolutamente risibile se paragonato a un qualunque brano industrial o ebm, per dire. Già al secondo brano i trucchetti mostrano la corda. Magari può funzionare a volumi da denuncia e in mezzo a migliaia di persone sudate, ma non trovo un singolo motivo per ascoltarla fuori da questo contesto. Sostanzialmente musica di basso consumo con la pretesa di essere qualcosa di più. Pretese legittime, eh. Ma ben poco condivisibili.

Più che legittimare artisticamente l’uno o l’altro – e credo di essermi espresso neanche tanto velatamente in tal senso – direi che qui ci starebbe bene un bel discorso sulla inutilità di certe etichette. Certo, è il vecchio James che se l’è andata a cercare, criticando il dubstep di scuola americana. Forse essere preso per indie-chic può fargli gioco. Meglio perseguire la sua (interessante) strada in via del tutto solitaria e al di fuori di certi contenitori sottoculturali, piuttosto che essere rinchiuso e soffocato in essi.

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*Nota: la disputa a cui facciamo riferimento è nata in seguito ad alcune dichiarazioni già piuttosto datate di James Blake in cui l’enfant prodige della elettronica contemporanea critica la declinazione statunitense della dubstep à la Skrillex e la sua ossessione per i volumi esagerati ed i suoni luridi e distorti, definendola una gara a chi piscia più lontano, una colonna sonora per confraternite e machismo da college.

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