Ara Fausti

Fausto Delle Chiaie

di Marco Deserto
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Arte
N.25 del 9.4.2014
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Antico quanto Roma stessa, raffinato compagno di merende di Seneca, insegnò l’ironia a Nerone (durante un corso di teatro a cui Agrippina iscrisse il giovane figlio omosessuale), Fausto Delle Chiaie è un artista Eterno. 

WP_20140407_009Può forse perire ciò che è pura energia? Le idee muoiono? Forse si schiariscono, confluiscono, cambiano. Decede (decade) solo ciò che è materiale, la pietra si frantuma, l’oro si mischia in leghe sempre più povere, l’acqua evapora e il legno marcisce. La Terra effettua le sue rivoluzioni allungandosi sempre di più, la sfericità è solo un vago ricordo spaziale.

Intanto, mentre tutto si trasforma, Fausto sale sul treno alla stazione di la Sgurgola, il tragitto verso Roma Flaminio è di un’ora; Fausto, da asceta contemporaneo,WP_20140407_011 consuma il suo unico pasto giornaliero. Adagiato sul sedile come un patrizio sul triclinio, il rumore del vagone che stride sul binario, il Maestro Delle Chiaie apre la sua scatoletta di tonno, tira fuori una forchetta dal taschino (citazione vivente del grande Carlo Scarpa, o forse era Carlo Scarpa che citava Delle Chiaie quando a Venezia, nei migliori ristoranti della laguna, pranzava esclusivamente con le sue posate personali in oro zecchino da lui stesso disegnate, lucidate col fazzoletto e riposte nel taschino della giacca una volta finito il pasto) e mangia, veloce. Il corpo piccolo di un eroe felice, la mente grande di chi è divorato da fiamme interiori ma esteriormente risulta equilibrato, sulla stessa linea della Bellezza.

Fausto arriva a Roma, sempre elegante, puntuale con il suo trolley. Tutte le sue opere devono poter entrare nel trolley.

Alle 16 il museo apre, e chiude quando l’artista è stanco.

Il museo è una creazione del Maestro, è un percorso che si allunga su una strada pedonale che separa l’Ara Pacis dal Mausoleo di Augusto (amico personale del Maestro). E’ per strada che tutti i giorni Fausto espone, rifiutando da decenni qualsiasi partecipazione in gallerie o musei (fatta eccezione per qualche raro caso, vedi Galleria Bianca, Palermo), fedele al seguente diktat: TROPPO FACILE DIRE CHE ROMA è UN MUSEO ALL’ARIA APERTA, BISOGNA DIMOSTRARLO GIORNO PER GIORNO.

Generalmente verso le 20, il museo chiude, Fausto Delle Chiaie viene raggiunto dalla sua compagna, una ragazza irlandese magra e grafomane che porta sempre con sé un diario su cui nervosamente scrive, Fausto è innamorato come solo una divinità sa essere. Lei a volte lo picchia, poi urla: “Ora scrivo: in data 30 di Febbraio del 2016, alle ore 20.02, Fausto mi ha trattata male”. Su di lei pesa un T.S.O. (trattamento sanitario obbligatorio) e una mattina al mese è costretta ad andare dallo psichiatra, Fausto galantemente la accompagna. Lo psichiatra sovente le prescrive psicofarmaci, lei va a ritirarli in farmacia, e, con tipico charme irlandese, li fa prendere a Fausto, che senza opposizione ingurgita quei veleni per il bene di lei.

Fausto Delle Chiaie è un concettuale che ha sposato l’estetica, la sua è una ricerca sempre tesa al bello, alla leggerezza di essere grandi. La sua produzione, seppur limitata dalle dimensioni del trolley, è vulcanica, sono vent’anni che ho la fortuna di poter assistere alle sue esposizioni, ho sempre visto cose nuove, geniali.

Maurizio Cattelan (uno tra tanti) copiò un’opera di Delle Chiaie: l’opera di Cattelan, in pieni anni ’90, era composta da un buco sul muro di una galleria (newyorkese mi sembra) da cui penzolavano una serie di lenzuola legate una all’altra, come nelle migliori evasioni cinematografiche, La Fuga (dell’opera o dell’artista?).

Il Maestro Delle Chiaie, a partire dagli anni ’70 fino ai primi ’90, appena vedeva un buco delle giuste dimensioni (più o meno come la buca della salvezza di via Alloro a Palermo) sulle Mura Aureliane, si arrampicava e posizionava la sua corda fatta di lenzuola: qualcuno era riuscito a scappare da Roma.

E’ di ieri sera l’ultimo grande evento: h19e50, la ragazza di Fausto arriva correndo, pretende che Fausto vada subito via con lei. Lui gentilmente si rifiuta, dice che vuole stare aperto ancora 10 minuti, vuol chiudere alle 20 in punto. Lei urla, perde la calma, lo picchia. Lui, ridendo come un bambino di 1300 anni non accenna a reagire, quegli schiaffi son gesti d’amor. Lei, presa da furia irlandese, non si rende conto che il caro diario le è scivolato dalla borsa, io, passante, me ne approprio e scappo a casa. Di seguito una traduzione di parte di esso:

Archilochìo Scazonte
Scienza docet: il vigliacco si riproduce, si perpetua
nel tempo, l’eroe muore e diventa cibo per teste di cazzo.
Vorrei avere tre o quattrocento figli e vivere a lungo.
Per questo cammino e quando posso sto in giro. Avere progetti..
Non ci si appassiona alle cose terrestri, si diviene filosofi..
Gli astri fanno rumore? La vita respira si adagia.
Se non hai la tessera eurodisney, il sole ti caccia.
Torni a casa con le spalle che spellano e producono
vescicole piene di liquido speranzoso di lenire
il dolore epidermico che balla dentro lo sguardo
pieno di mille puntini neri, violenti nello scomparire.
Zio Grovich soleva dir che non vi è proposizione falsa.
Tutto ciò che l’uomo può immaginare già si può verificare,
non importa dove o quando, ciò che deve accadere, accade.
Dire: “mi allontano dalla terra, la inglobo in uno sguardo,
sento le membra che sfrigolano nel vuoto tra  corpi celesti.
Utilizzare per un periodo di tempo limitato l’udito
stellare. Entrare nell’enorme padiglione auricolare
acquattarsi dietro un pelo chilometrico fatto fuoco
ascoltare il battito cardiaco, è a ritmo con tutti?
Un terremoto cos’è? Una colica divina?  Uno squarcio gassoso
che riporta in superficie bolle di memoria antica.
Il borbottio di un Dio vecchio e autonomo.
Zio Grovich diceva che noi siamo bombe che xplodono,
Non esplodiamo né implodiamo del tutto
equilbrio distratto, braccio vivo da soli sei mesi,
vestito di una giacchetta blu spaziale, minuscola e sintetica,
gelata dallo shock della perdita. Siamo candele di cera-carne.
Si galleggia in un’esplosione dinamica, si surfa
l’onda del big bang, qui all’isola di Pag, Croatia. Un abbraccio a te!
Una cartolina speditami da Zio Grovich, vacanza.
Nella foto una gran vacca svizzera, quinta di reggiseno
si aggira libera senza campanaccio, una spiaggia porno
puntellata di teli perfetti e rettangolari, multicolori.
Non mostrare oggetti, non portare vestiti sfarzosi,
niente musica, intossicherebbe la memoria, così precisa,
volante. Osserva  i cuori dell’universo.
Il brusio generale si offusca, quando parla zio Grovich
che cantava solo sui monti, mai al chiuso,
il rapsodos non canta, al massimo ti dice:
“..Voi sareste rapsòdoi? Racconti camminanti, non sembrate..
Sembrate solo parole su carri di fieno stanco.
Dove sono i binari linguistici che costeggiano le rive del senso?
Servi del suono..Lenti e parsimoniosi non guardate,
non osservate nulla, pronti solo a giudicare voi stessi,
il vostro piccolo metro, il vostro corto cazzo..” Poi urla
e sbraiti incoerenti.
Gli occhi e il volume basso, tutta la taverna era  stecchita.
Zio Grovich lo trovi seduto, le scarpe polvere,
i movimenti legnosi e a salti, incurvati.
Lui parla diverso. Diverso da me come mio fratello
urla spigoli diverso da me.
I rapsodoi sono numeri, messi in fila fanno un racconto
che fluttua nel tempo, viaggia silenzioso su carrozze sfarzose,
fiumi vibranti; il canto e il linguaggio di mille uomini
che si aggirano da secoli su monti balcani
e per tenere occupato il cervello, per offuscare il dolore del tempo,
 ricordano.
Comunicazioni stagne solo sfiorate, sempre intatte,
ferme, a far muovere un messaggio divino non più comprensibile,
bellissimo da ascoltare. Però le cose cambiano.
Mi ricordo la voce di zio Grovich, il timbro impastato,
i baffi tinti dall’unto del suo stesso canto.
Portando a memoria infinità di versi sacre, vive.”

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