ARA

Avamposto di Resistenza Artistica

di Marco Deserto
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Arte
N.19 del 26.2.2014
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Ci sono opere che permettono di viaggiare nello Spazio.
Dal Capitolo I di “Le Basi Astrofisiche”, di Streck e Chernitz:
È Rigel, la stella magnifica fra le stelle, che ha permesso al Concourse di esistere, con la sua luminosità prodigiosa e la sua vasta Zona di Abitabilità.
È impossibile non meravigliarsi della grandiosità del sistema! Pensate! Ventisei mondi salubri che ruotano in maestose orbite millenarie intorno all’abbagliante sole bianco, a un raggio medio di diciannove miliardi di chilometri, per non parlare poi dei sei pianeti, spesso dimenticati, dell’incandescente Fascia Interna, e della Compagna Azzurra, lontana un quarantesimo di anno-luce!
Ma le stesse circostanze che fanno del Concourse ciò che è, costituiscono uno dei misteri più sconcertanti della galassia. Molti specialisti affermano che Rigel è una stella giovane, la cui età può andare da pochi milioni a un miliardo di anni. Come spiegare allora il Concourse che, quando arrivò Sir Julian Hove, contava già ventisei complessi biologici perfettamente maturi?
Secondo la scala cronologica dell’evoluzione terrestre, la vita del Concourse è vecchia di diversi miliardi di anni… presumendo che si tratti di una vita autoctona.
Ma tale presunzione è giustificata? Sebbene la flora e la fauna di ogni pianeta presentino spiccate differenze, nel contempo vi sono numerose somiglianze indicative… Come se la vita del Concourse, moltissimo tempo fa, avesse avuto un’origine comune…
A questo proposito, le teorie sono numerose quanto lo sono i teorici. Il decano dei cosmologi moderni, A.N. der Poulson, ha ingegnosamente ipotizzato una situazione in cui Rigel, la Compagna Azzurra e i pianeti si sarebbero condensati da un gas già ricco in partenza di idrati di carbonio, che avrebbe dato alla vita un vantaggio iniziale, per così dire.
Altri, abbandonandosi ai voli della fantasia, si sono chiesti se i pianeti del Concourse non furono per caso portati lì e inseriti nelle loro orbite ottimali da una razza oggi estinta che aveva raggiunto un livello scientifico eccezionale. La regolarità della spaziatura delle orbite, le dimensioni quasi uniformi dei pianeti del Concourse, in contrasto con le disparità dei Mondi Interni, conferiscono una certa misura di plausibilità a queste ipotesi.
Perché? Quando? Come? A opera di chi? Gli Esadelti? Chi scolpì la Roccia Monumentale su Xi Puppis X?
Chi lasciò l’incomprensibile meccanismo nella Grotta Misteriosa sulla Luna della Terra? Sono enigmi affascinanti che non hanno ancora trovato risposta…

Tornando alla nostra orbita celeste, concentrandosi sull’Europa, il meridione dell’Europa, dove una lunga penisola si allunga su un mare chiuso, si noterà che l’agglomerato urbano maggiore di questa zona è una città chiamata Roma. All’interno di questa, se si zoomma ancora in un determinato quadrante (Nord, verso Ponte Milvio), si potrà osservare il quartiere del Villaggio Olimpico. Inaugurato nel 1960 come residenza per gli sportivi che affluirono in città da tutto il mondo in occasione dei Giochi Pentacerchiati, il quartiere cadde subito in disuso una volta che i Giochi finirono. Divenne un luogo degradato, soprattutto umido, vista la vicinanza delle anse larghe del Tevere.
Negli anni ’90 l’inizio del cambiamento: partì il progetto di Renzo Piano (snaturato dai geometri del Comune, che pur di risparmiare -e magnare- apportarono modifiche non gradite all’architetto), che sviluppò un Auditorium da posizionare proprio a ridosso del Villaggio Olimpico. Le case-palafitte della zona vennero acquistate da architetti esaltati dall’impresa musicale del Piano, molti “borghesi” ripopolarono il posto, ennesimo esempio di gentrificazione.
Una scuola però rimase abbandonata, in via Argentina 10, un’intera struttura che il comune ha lasciato a degradarsi.WP_20140208_006
Una coppia di giovani e intelligenti artisti –Alessandro Giannì e Valentina Nascimben– da qualche mese a questa parte si è giustamente appropriata di questo spazio, facendone uno splendido Atelier.
Giannì e Nascimben hanno creato un avamposto di resistenza culturale, un luogo dove il lavoro è finalizzato alla ricerca estetica; nonostante faccia freddo, lì la mente si applica a una dialettica fatta di immagini fisiche, sculture, procedimenti creativi.

Alessandro Giannì è un Pittore, il suo lavoro è fresco, non riconducibile ad un Maestro storico, Giannì cerca la sua strada da solo, ed ogni tanto per metter meglio a fuoco posa l’occhio mentale su un caleidoscopio, che gli suggerisce grandi immagini simmetriche, mai sole, pronte a riprodursi sdoppiandosi, quadri vivi.
Il caleidoscopio (dal greco kalos=bello, eidos=immagine, skopeo=guadare -osservare immagini belle-) è uno strumento ottico che utilizza specchi e frammenti di vetro o plastica colorati, questi creano una molteplicità di strutture simmetriche.
Il più rudimentale caleidoscopio è formato da un semplice tubo di cartone rivestito internamente di almeno due specchi (montati solitamente fra loro in modo da formare angoli di 60°); nella parte anteriore, separati dal corpo centrale da un vetro rotondo trasparente, sono inseriti dei frammenti colorati di varie forme e colori. Un vetro smerigliato chiude il tubo all’estremità.
Appoggiando l’occhio ad un’estremità (come guardando in un cannocchiale) e ruotando l’intero strumento, è possibile vedere delle figure geometriche simmetriche colorate, generatesi dall’unione dell’immagine diretta dei frammenti e di quelle create dalle riflessioni negli specchi; continuando a ruotare il caleidoscopio, le figure mutano e cambiano colore e forma, senza mai ripetersi.
Il caleidoscopio è molto più di un giocattolo. È l’incarnazione di un’utopia. Un lento e millenario progredire dell’ottica e della lavorazione del vetro ne hanno consentito la creazione.
WP_20140208_003Prima dell’invenzione dello specchio, e, soprattutto, prima dell’invenzione del vetro colorato, l’esistenza del caleidoscopio sarebbe stata impossibile.
E’ un’invenzione di Sir David Brewster, fisico scozzese dell’800, membro corrispondente dell’Istituto di Francia, membro onorario dell’Accademia di San Pietroburgo, dell’Accademia delle Scienze di Berlino, Stoccolma, Copenaghen e Göttingen.
Sir David Brewster, insaziabile per curiosità e inarrestabile per industriosità, aveva come filosofia di ricerca quella di studiare divertendosi.
Brewster spiega analiticamente il funzionamento del caleidoscopio in una sua opera, intitolata “A Treatise on Kaleidoscope”, pubblicata a Londra nel 1819.
Il caleidoscopio è una macchina in grado di produrre arte in maniera automatica. Ruotando l’involucro di questo splendido giocattolo, gli specchi al suo interno riflettono in maniera sempre nuova -ma sempre simmetrica- l’immagine dei minuscoli pezzi di vetro colorato che precipitano da un lato all’altro del cilindro.

WP_20140208_004Valentina Nascimben non è da meno. Pur lavorando assieme a Giannì, la sua ricerca è profondamente diversa da quella di lui, Vaentina studia il Tempo.
I suoi lavori, prodotti delicati e raffinatissimi, consistono in una stratificazione di inchiostri e carte fatte a mano -da lei stessa- e lastre di plexiglass che tengono il tutto, come una lacrima contiene l’emozione.
Osservando il lavoro della Nascimben viene subito in mente il libro “La fine dell’Eternità” di Isaac Asimov, anche lui esploratore del grande paradosso che è per noi il Tempo.
Poco prima di uscire dall’ex scuola, su un tavolo pieno di carte sparse, noto un piccolo dipinto, convinto che sia di Giannì chiedo a lui, invece anche questo è di Valentina Nascimben, che si districa senza problemi in una moltitudine ti tecniche artistiche. Il dipinto è eccezionale, un fondo rosa di grande profondità, con al centro un corpo più o meno circolare da cui sembra uscire del fumo. Mi sembra un vaso di Pandora, ma sono del tutto fuori tema, l’artista mi spiega che è un nodo del legno, altro potente simbolo del tempo, che non scorre ma si stratifica.

L’avamposto culturale creato da questi due giovani artisti è la prova che non c’è cosa migliore che lavorare assieme, mettendo in compartecipazione le conoscenze, senza paura che uno copi l’altro (basta vedere l’enorme differenza -e l’enorme qualità- che contraddistingue il lavoro di entrambi).

Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che
ancora non è, e come crescerebbe il passato, che non è più, se non per
l’esistenza nello spirito, autore dei tre momenti
dell’attesa, dell’attenzione e della memoria?
Sant’Agostino

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