Aristogattopardi

Ritratto, usi e costumi

di Giorgio Faraci
Commenti
Hype
N.33 del 3.7.2014
Share to Facebook Share to Twitter More...

Come scrive Gérard Gefen: «il breve tratto di mare che separa Cariddi da Scilla non sarebbe mai bastato a fare della Sicilia un’isola se non ci avessero pensato i siciliani». Essi, infatti, avvezzi al millenario susseguirsi di colonizzatori, si sono forgiati un’armatura di tradizioni e abitudini difficile da spezzare, nella fatua illusione di perfezione e di raggiunta compiutezza. Nulla può turbare la loro compiaciuta attesa del nulla, ogni intromissione di estranei sconvolge il loro vaneggiare, così dice nel Gattopardo il Principe di Salina; la loro vanità è più forte della loro miseria. E ancora, Gesualdo Bufalino afferma che la Sicilia si contraddistingue per un eccesso d’identità e che «per chi ci è nato dura poco l’allegria di sentirsi seduto sull’ombelico del mondo, subentrando presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino».

La violenza del paesaggio e del clima, la magnificenza dei colori, dei profumi e dei suoi innumerevoli monumenti, talvolta incomprensibili e muti perché di età perdute, influenzano profondamente il carattere del Siciliano e rendono la sua patria un luogo stravagante e governato dal capriccio. Secondo Edward Baynes nella Trinacria vi sono, poi, degli individui che, per la distinzione del loro spirito e la grazia delle loro maniere, possono competere con tutto ciò che le corti europee hanno prodotto di più elegante e compito: essi sono i Gattopardi. Quasi sempre la loro eleganza si mescola a originalità, eccentricità e immaginazione; ne è un esempio la Villa del Principe di Palagonia a Bagheria, decorata con statue di mostri simili a gargoyles.

L’aristocrazia siciliana rappresenta il più tardo baluardo del Feudalesimo nell’Europa di Ponente; grazie al maggiorascato, i Gattopardi possiedono svariate residenze, in città e in campagna, generalmente una per ciascuno dei loro feudi. Per esempio, il Principe di Lampedusa poteva disporne almeno di sei: la residenza urbana a Palermo, una villa a Bagheria e un palazzo a Torretta, nelle vicinanze della capitale, una casa di campagna a Reitano, tra Palermo e Messina, il grande palazzo a Santa Margherita Belìce, insieme ad altre due, una casa e un castello a Palma di Montechiaro, in cui la famiglia non andava mai. In nessun caso un Gattopardo utilizzerebbe il termine palazzo per indicare la propria dimora, preferendo a esso quello di casa: dunque, casa Lampedusa e non palazzo Lampedusa. In ciò si distingue dalla plebe e ancor più dalle schiere di parvenu che, in epoca recente, ne hanno acquistato uno; pensiamo al verghiano Mastro Don Gesualdo.

Descriviamo adesso la residenzaprincipale, quella palermitana, per meglio comprendere l’ambiente in cui il Gattopardo vive, insieme alla sua complessa organizzazione e al rigido cerimoniale. Varcato il portale, solitamente enorme a testimoniare la grande passione siciliana per carrozze, finimenti ed equipaggi, il portiere segnalerà ai domestici il vostro arrivo, scampanellando secondo il preciso codice della casa. Per esempio, a casa Verdura un colpo indica un uomo giunto da solo, due colpi una coppia o una signora, tre i membri della famiglia e quattro il padrone o la padrona di casa; se a far visita è un prelato si suona come per un uomo solo con l’aggiunta di un piccolo tintinnio. A casa Lampedusa, invece, quattro colpi di campana annunciano l’arrivo la principessa e due i suoi visitatori, tre colpi la duchessa e i suoi visitatori con uno. Quanto maggiore sarà il numero degli arrivati, tanto maggiore sarà il tintinnio della campana; Tomasi di Lampedusa ha coniato, pertanto, il termine di concerto; infatti, qualora la principessa e la duchessa giungano ciascuna in compagnia di un’amica, il portiere suonerà dieci volte, nel seguente ordine: prima quattro, poi tre, poi due e, infine, uno.

Dal sopra narrato esempio, possiamo immaginare quanto impressionante fosse il cerimoniale; il numero di servitori lo era altrettanto. Alla fine del sec. XIX, infatti, i signori tengono al loro servizio un quarto della popolazione, ovvero più che a Parigi durante il regno del Re Sole. Tale copioso esercito in livrea settecentesca è organizzato secondo una rigidissima gerarchia, che vede al vertice il maggiordomo e la governante in capo, per molti la vera padrona di casa. Un gradino sotto vi sono il maestro e la maestra di casa, da cui dipendono palafrenieri, uomini di fatica, lavandaie, sguattere, sbrigafaccende, il capo cuoco o monsù (dal francese monsieur) e il cocchiere, detto anche ‘gnuri o ‘gnu (da signuri). A questi si aggiungono, poi, contabili, archivisti, bibliotecari e segretari, che vestono il nero abito notarile e a cui è accordato l’appellativo di don, condiviso con il cappellano o i cappellani di casa; pensiamo al Padre Pirrone di Casa Salina. Il tutto è completato da lontani parenti e cugini caduti in disgrazia.

Ma torniamo all’architettura; superata la portineria si accede a un cortile lastricato, più o meno ampio, ornato talvolta da una doppia rampa esterna di scale collegata al tocchetto, una galleria superiore, e al grande scalone d’onore, abbellito con statue e piante esotiche; l’esempio più fulgido e scenografico a Palermo è rappresentato dal Palazzo Valguarnera Gangi, in cui lo scalone, progettato dall’architetto trapanese Andrea Gigante, segue un complesso disegno a quattro rampe, abbellite dai corpi marmorei del Marabitti.

copertinaGATTOPARDO

Dallo scalone si raggiunge il piano nobile. Nella prima sala, le vedute panoramiche dei feudi impressionano il visitatore, palesando la potenza e la ricchezza della famiglia; da lì si apre una enfilade di salotti e saloni, distinti per colori, decorazioni e stili di arredamento, vuoti o sovraccarichi. Spesso, infatti, tali ambienti ospitano un miscuglio incoerente di mobili e soprattutto di oggetti, accumulati nei secoli da generazioni di Gattopardi e sistemati gli uni accanto agli altri senza essere mai spostati o rimossi, un po’ per indolenza e un po’ per pietà familiare. Tale sistema di spazi di rappresentanza, a cui si aggiunge la biblioteca, culmina nella Galleria, grande salone da ballo, utilizzato solo nelle grandi occasioni. Vi sono, infine, le camere da letto e la sala da bagno.

La varietà e la vastità degli spazi destinati a ricevere in casa insieme al numero dei domestici a servizio ci fanno intuire quanto la vita del Gattopardo sia fortemente pubblica e proiettata all’esterno. Essa segue la regola del mostrare e del mostrarsi e, pertanto, prevede numerosi impegni e relazioni sociali; narriamo, allora, una tipica giornata gattopardesca. Il lever non è mai troppo presto. Egli sceglierà accuratamente cosa indossare e, dopo essersi abbigliato con ricercatezza e aver fatto la prima colazione, forse accompagnerà la moglie in una chiesa vicina per la messa. Se pensate, però, che le nobildonne preferiscano le chiese alle cappelle private dei propri palazzi per spirito democratico siete in fallo, esse lo fanno per permettere agli altri di ammirare la propria pietà e, soprattutto, la propria toilette.

La giornata ha inizio, dunque, dopo mezzogiorno. Se impegni di rilevante interesse come una festa patronale o la celebrazione di battesimi, matrimoni e funerali o ancora un processo o l’arrivo di illustri stranieri e viaggiatori non ostano, il Gattopardo si recherà a visitare un amico o farà una cassariata, una passeggiata per il Corso Vittorio Emanuele, in direzione del Circolo Bellini. Questo Club, detto anche Casino dei Nobili, viene fondato nel 1769 con il superbo appellativo di Grande conversazione della nobiltà in Palermo ed era ancor più esclusivo dei suoi analoghi all’estero, come il Jockey Club, in cui si recava il proustiano Swann. Nel 1854, il Casino dei Nobili conta solamente centosette membri, molti dei quali vi appartengono per diritto ereditario; tra questi citiamo Lampedusa, che scrive nella Biblioteca del circolo gran parte del Gattopardo.

Al club si danno balli, si ricevono ospiti e stranieri, di passaggio a Palermo per il loro GrandTour, e sono ammesse anche le donne; d’altronde già nel sec. XVIII numerose dame avevano animato i circoli letterari del Foro Borbonico. Ad ogni modo, due sono le attività principali che si svolgono al Casino dei Nobili: la prima è lo scambio di pettegolezzi e maldicenze; la seconda, assai più dispendiosa, è il gioco. Qui vengono dilapidate intere fortune alla bassetta, al trenta e quaranta, alla carretta, allo scassaquindici o al biliardo.

Il Gattopardo fa colazione alle tre, riposa un po’, fa alcune visite e una nuova cassariata fino al calar della sera; un’ora dopo il tramonto va a teatro. A metà del sec. XIX a Palermo si contano addirittura una decina di teatri, tra cui il Santa Cecilia, il più antico risalente al 1693, e il Real Teatro Carolino, il più prestigioso. Tuttavia, queste strutture non risultano adatte alle grandi opere di Wagner o di Verdi; in città si decide, così, di costruire un nuovo e più adeguato Teatro, o meglio, due: il Massimo, per l’aristocrazia e l’alta borghesia, e il Politeama Garibaldi, per il popolo. Nel 1864 viene bandito un concorso per il primo, la posa della prima pietra avviene nove anni dopo e l’inaugurazione nel 1897; il secondo è iniziato, invece, nel 1866 e completato in meno di dieci anni. Tale scontro campanilistico occupa ampiamente le conversazioni del Circolo Bellini, per gli ultimi cinque lustri del sec. XIX.

Il Teatro Massimo con i suoi diversi ordini di palchi al medesimo tempo raccoglie e separa le differenti classi sociali; il Duca Fulco di Verdura scrive che a Palermo i palchi sono distribuiti secondo una mistica basata sul più intenso snobismo. Al primo ordine si scorgono gli ufficiali, gli alti funzionari e i rappresentanti del Municipio e del Governo. Il secondo ordine è riservato all’aristocrazia; il palco di proscenio sulla destra al prefetto e, sul lato opposto, tre palchi alla Barcaccia del Circolo Bellini, aristocratico nido dei viveurs palermitani. Al terzo ordine vi è l’alta borghesia. Quarto e quinto sono considerati unspeakable; tuttavia l’ultimo ordine costituisce una sorta di limbo per i Gattopardi: vi si trovano, infatti, le famiglie in lutto che non potevano apparire nel loro consueto palco, i figli di famiglia troppo disordinati o ineleganti, le fanciulle che non hanno ancora fatto il loro debutto in società e i patrizi rovinati, troppo poveri per permettersi un palco al secondo ordine ma troppo fieri per stabilirsi altrove.

Al termine dello spettacolo teatrale il Gattopardo fa ritorno al Casino dei Nobili o una passeggiataalla Marina; qui, scrive Alexandre Dumas: «la popolazione che sembra destinata a dormire di giorno e vivere di notte, si desta, respira, sorride e al chiaro di luna incrocia le sue vetture, i suoi cavalieri e i suoi pedoni; tutti parlano, bisbigliano, scambiandosi appuntamenti e baci. Tutti si affrettano a ottenere qualcosa, alcuni l’amore, altri il piacere; tutti gustano la vita appieno, poco curandosi di quella metà dell’Europa che li invidia e di quell’altra che li compiange». Tali incontri notturni hanno colpito molti altri stranieri in visita a Palermo, da Goethe a Brydone; quest’ultimo annota nei suoi appunti di viaggio: «al fine di valorizzare il piacere e l’intrigo, l’uso è che nessuno possa farsi accompagnare da un lume».

La giornata culmina nel ricevimento offerto da un altro Gattopardo o da egli stesso, in cui lo sfarzo, la magnificenza, il gusto e la raffinatezza voluttuosa dei festeggiamenti offrono un’ospitalità dalla palese tradizione orientale. I Gattopardi si contendono gli ospiti stranieri, strappandoli non di rado dagli alberghi e accogliendoli nelle loro dimore, spinti da una parte dalla curiosità e dalla voglia di apprendere informazioni su ciò che accade nelle grandi città europee da cui provengono, e dall’altra dal piacere di stupirli.

Nel maggio 1799, per esempio, il principe di Butera Ercole Michele Branciforte fa venire a dorso di mulo cinque tonnellate di neve dall’Etna, unicamente per i gelati e i sorbetti destinati a un festino con trecento invitati, che comportava un centinaio di portate, di cui alcune molto rare, come la murena o il foie gras. Su tale scia, ma in epoca più recente, è d’obbligo citare il conte Giuseppe Tasca d’Almerita per i preziosi doni che offriva ai suoi ospiti: braccialetti di diamanti alle signore e oggetti aurei ai cavalieri. Si pensi, ancora, alla descrizione del ricevimento offerto dal Principe Ponteleone, fatta da Tomasi di Lampedusa, in cui il fasto degli aristocratici del sec. XIX non sfigurava certamente di fronte a quello degli antenati. Questo folle splendore dei ricevimenti è tra le principali cause del tracollo economico delle grandi famiglie aristocratiche. Il lusso non si mostrava unicamente nella ricercatezza delle pietanze ma anche nella cura estrema dei dettagli: dall’esercito dei servitori in livrea, brache e calze di seta, impeccabilmente imparruccati, al numero e alle dimensioni dei saloni, alla bellezza delle tappezzerie, alle dorature, all’enorme quantità di argenteria, al trionfo dei fiori. Non si andrà via prima delle sei, sarebbe come affermare il fallimento della festa, insultando i padroni di casa. E insieme al Gattopardo ci ritiriamo anche noi, riservandoci di continuare il nostro racconto in un’altra occasione.

Illustrazioni interne di Martoz
comments powered by Disqus