Arsenico e vecchi synth

Iceage, Vår e una scena musicale sulfurea ma anche no

di Donato Di Trapani
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Musica
N.2 del 30.10.2013
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Se Leonardo DiCaprio non fosse stato costretto a passare gran parte della sua tarda adolescenza tra Claire Danes, Kate Winslet e qualche altra gattamorta, è probabile che almeno una volta, preso da euforica e strafottente onnipotenza, si sarebbe tinto i capelli di nero corvino. Magari avrebbe anche ostentato qualche comportamento sessualmente ambiguo, indossato spillette di cattivo gusto, dichiarato appartenenze politiche discutibili e perché no, praticato un po’ di sano autolesionismo. Purtroppo, per quel che ci consta, Leo è vegetariano, sostiene il Partito Democratico statunitense e, a parte qualche bottigliata in faccia da parte di amanti un po’ così, finora ha mostrato più o meno la stessa attitudine ribelle dei figli di Enrico Letta.

1 - ELIAS BENDERPoco male però, perché in un mondo parallelo nero pece, tra i capannoni industriali maleodoranti di Copenhagen, la nemesi di Leo si è materializzata con il nome di Elias Bender Rønnenfelt e sta ormai mietendo vittime tra le più insospettabili groupies dei One Direction, senza per questo lasciare indifferenti altri esemplari dell’umana specie, tra cui avanzi di galera, nostalgici neonazisti e una sostanziosa comunità gay che bivacca intorno al suo Tumblr.

 

Elias Partout (dappertutto, ndr), come l’ho ribattezzato data la sua attuale ubiquità artistica, è l’imberbe leader del gruppo noise/post-punk Iceage, la cifra più luminosa di una scena che il NME non ha esitato a definire imprescindibile nel panorama punk odierno. Gli Iceage, corteggiati sin dall’adolescenza dalle etichette di mezzo mondo, esordio coi fiocchi seguito da un album altrettanto riverito per Matador Records, non sono soltanto bravi (e bravi lo sono, tengono testa a platee di ogni ordine e grado con esibizioni di livello incredibilmente alto), sono lo spirito del tempo. L’ineffabilità del “mondo liquido” ha consentito loro di vendere coltelli con tanto di logo ai propri concerti, indossare cappucci à la Ku Klux Klan nei videoclip e sfoggiare gadget di musicisti controversi (come Burzum e i Death in June) senza sentire il bisogno di dare alcuna spiegazione, seppur provocatoria, al riguardo. Poco importa che il batterista sia ebreo, o che il side-project del frontman sia ben infarcito di riferimenti ed esibizioni omoerotiche, nonché di venature patriottiche antifasciste: tutto fa brodo nel grande calderone della ribellione soft, da Georges Bataille a Mishima, dai surrealisti al feticismo nazi, un nichilismo di serie Z che farebbe impallidire il povero Stavrogin di dostoevskiana memoria.

2 - LUST FOR YOUTHIn realtà ci si accorge facilmente che l’intera scena danese è immersa in questo tiepido e gorgogliante Zeitgeist, cosicché pare opportuno fare menzione anche del secondo Gran Ciambellano del post(modern)-punk danese, ovvero il simpatico Loke Rahbek: simpatico come un aguzzino tedesco in un film di Rossellini, Loke è famoso per le performance alquanto avventurose, tra le quali spicca il suo battesimo a mezzo di urina prodotta in diretta da un efebico ragazzo nudo. Forse tutto questo per dare un senso alla musica che fa da sfondo all’esibizione, quella del suo progetto Damien Dubrovnik, somigliante al rumore di una lavatrice in fin di vita passata per una radio a transistor e rigurgitata dal mio cane. Rahbek è ragazzo prolifico, già a sedici-anni-sedici crea con Christian Stadsgaard l’etichetta Posh Isolation, punto di incontro e snodo di tutti i bad boys della zona (vedi la truce Puce Mary), e fonda una buona manciata di band come Sexdrome, incesto di chitarre distorte ispirate alla migliore tradizione black metal nordeuropea. Loke da anche una mano dal vivo allo svedese Hannes Norrvide, in arte Lust for Youth (Sacred Bones Records), la cui musica riesce a farmi pensare nel migliore dei casi a dei Pet Shop Boys con poca voglia di vivere e un’insana passione per i primissimi Kraftwerk.

3 - VÅRSarebbe però ingeneroso congedare il baby ufficiale delle SS senza fare menzione del suo progetto più interessante, ovvero il supergruppo Vår, che comprende, manco a dirlo, Elias Bender e il bassista dei Lower (altra band post-punk locale di tutto rispetto). Interessante perché alla consueta arroganza da adolescenti stronzi coniuga un inaspettato amore per la sperimentazione e oserei dire per la vita. L’album d’esordio No One Dances Quite Like My Brother (2013, Sacred Bones Records), ottimamente recepito un po’ dovunque nonostante i picchi di cold wave a tratti scontata, è stato registrato in una settimana utilizzando letteralmente tutto ciò che i quattro avevano a disposizione in studio: drum machines e sintetizzatori, ma anche chitarre, rullanti e trombe, suonati con l’euforia tipica dell’incoscienza di chi non ha ancora vent’anni. Altro punto a favore, Elias & co., finalmente liberati dalla maschera di alfieri del disagio urlato, assecondano senza complessi una sana vocazione pop, come nell’ottima Into Distance che, a parte la trovata estrema ma geniale della rullata ininterrotta a mo’ di sfondo del pezzo, potrebbe piacere anche all’ascoltatore tipo di Lorella Cuccarini su Radio1. 5 - PHARMAKONNel pezzo eponimo del disco spicca il featuring di Pharmakon, al secolo Margaret Chardiet, altra biondina targata Sacred Bones (ma stavolta di Brooklyn) dedita, tanto per cambiare, al frastuono della morte, senonché persino lei in questa collaborazione trova una sorte di ispirazione angelica.

I nomi degni di essere citati cominciano ad esaurirsi, si assottiglia la già consumata linea nera tra hype e cazzeggio da bar: i Girlseeker ad esempio si situano chiaramente sulla sponda del cazzeggio, ma costituiscono una interessante testimonianza di come sarebbe stata la nostra vita se al liceo avessimo giocato meno alla Playstation e sniffato più colla. Più in là, forse, il nulla.

Insomma sarà pur vero che c’è del marcio in Danimarca, ma è un marcio talmente edulcorato che sa quasi di dopobarba esclusivo, quello probabilmente utilizzato dai giovani bianchi intellettuali, belli e benestanti che vogliono imitare la rasatura perfetta dei loro idoli maledetti e popolano prevalentemente i concerti dei gruppi di cui sopra. Ma in fondo chi se ne frega, è Halloween e come già detto, tutto fa brodo, tutto fa sostanza.

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