Bruno D’Arcevia

Un artista per collezionisti d’altro tempo

di Francesco Aricò
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Arte
N.18 del 19.2.2014
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Il termine “ magia “ si può  assumere secondo molti significati: secondo il più comune,  il comune,  il proprio  e il più proprio.   Nel primo caso, esso indica ogni genere di scienza ; nel secondo caso, indica la scienza naturale, ossia la conoscenza delle cose naturali in generale;  nel terzo caso , indica la sapienza, ; nel quarto caso , infine , indica  “ un “ modo  formato da tutti questi generi o dalla maggior parte di essi, insieme alla facoltà di conoscere ed operare mirabilmente.

Ed è in questo orizzonte di completezza magica  , che  sento il dovere  d’annoverare D’Arcevia.

Un pittore, o meglio,  “ il pittore “ ;  lui sì  , dotato di un  apparato culturale e alchemico solido, composto non soltanto di specifiche conoscenze storico-artistiche e di un obbiettiva analisi critica del raro mestiere di pittore, ma soprattutto  forgiato da uno straordinario “lume della contemplazione“  e per tale intendesi  la virtù attraverso la quale , il nostro animo con gli occhi dell’intelligenza innanzitutto scruta il sole della verità prima, con la conseguente ovvia dimestichezza, in materia di eleganza .

Profondo ed armonico estetismo, il quale danza   ( e bisogna dirlo ) in una  scelta non semplice:  appartenere a quella pattuglia di pittori , che decise caparbiamente di rintracciare una soluzione diversa, di non adeguarsi passivamente all’idea di un arte negata o, peggio ancora, defilata : la “ maniera cinquecentesca “ .

Trattasi indiscutibilmente del più aureo  neo-manierista novecentesco, e se parliamo di manieristi parliamo del “ genus divinum “ della pittura di ogni tempo.  E  siamo sinceramente stanchi , di  limitarci a due idee principali , corrispondenti ad altrettanti modi di essere di un artista. Da un lato il tipico “ pittore maledetto “  che si profila come ribelle nei confronti della società , è spesso ignorato, vilipeso e povero, combatte isolato la sua giusta e difficile battaglia; dall’altro l’artista carico di sentimenti, quasi sempre privo di una formazione specifica, che in modo febbrile e irrequieto trasferisce sulla tela la sua anima romantica o demoniaca .

brunoarceviaOra , chiunque conosca anche superficialmente la realtà della produzione artistica sa benissimo che questi due schemi sono falsi e riduttivi. Tale visione dell’artista viene a negargli in primo luogo la sua diretta partecipazione al dibattito culturale della realtà in cui vive, relegandolo al ruolo di giullare della società moderna , innocuo produttore di manufatti che , nel migliore dei casi , diventano oggetti di valore in quanto suscettibili di notevoli valutazioni di mercato .

E’ chiaro come , in questo panorama, scompaia rapidamente dalla vista cio che, al contrario, dovrebbe costituire sempre l’essenza di ogni discorso:  l’opera d’arte .

Ed è solo d’opera d’arte , che nel caso del grande Bruno Bruni ,si può argomentare ;  dando poi , una paternale pacca sulla spalla, alla moltitudine di circensi artisti, che oggi nel 900, raggiungono straordinarie quotazioni , ben superiori a quelle di mastro D’Arcevia .

D’Arcevia , non ha mai pensato di “ ripetere “ la vicenda della Maniera cinquecentesca ,compare anzi, più spesso di quanto si possa sospettare, una notevole dose di ironia, anche nei confronti di taluni miti contemporanei, come nel grande dipinto “ L’entierro “ in cui a sinistra , viene dissotterrato ( o sotterrato ? ) casualmente un lavoro di Duchamp.

Grande capacità di resa anatomica, playmaker dello  “ spazio “  , tavolozza multiplex ed una conoscenza mitologica da far impavidire probabilmente anche Zeus Oratrios.

C’è una tensione verso un “ fare grande “ , il cielo, la memoria e il tempo  sono le costanti della ricerca di Bruno D’Arcevia , il  mito viene strumentalizzato come storia , pittore che senz’altro vive un disagio sulle tele ridotte,  che necessita di grandi superifici, le quali  trovano la loro giustificazione in una straordinaria erudizione , ed  in una virtù estetica di primissimo ordine.

Attraverso l’intensità del operare pittorico, d’Arcevia perviene alla distillazione della qualità che è la radice stessa dell’arte: la fonte del suo principio.  L’ arte di Bruni risiede in un eccellenza dello stile in cui trova il suo rigore creativo.

La sua morale consiste nel rimanere incatenato al codice della  vera pittura.

Un artista per collezionisti d’altro tempo, per collezionisti che forse,  con aristocratico distacco si tengono lontani dalle discutibili  fenomenologie artistiche del nostro tempo .

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