Canta Pilar

Di fronte alla musica i quadri scompaiono

di Marco Deserto
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Arte
N.11 del 2.1.2014
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Todi dista un’ora di nebbia da Roma. Si sconfina in Umbria e si entra nelle vallate Appenniniche, fulcro dell’antica civiltà etrusca. Trovo parcheggio al Mercataccio -così m’han detto-, luogo circondato da scale che portan tutte al centro, costituito da due vicoli pieni di negozi coatti, zona trafficatissima.
Giunto in piazza mi soffermo un attimo di fronte al duomo medievale, glabra pianta romanica affiancata a un baracchino beige che vende porchetta di qualità eccelsa.
Quando ancora l’Europa non aveva idea di cosa fossero le Americhe, questi piccoli borghi burini erano capitali culturali, culla di avanguardie di cui non rimane alcuna traccia. I fermenti avvenuti in questi luoghi nutrirono il Rinascimento, fiumi di vino rosso e freddo che spacca i denti.
Oggi chi può va ad Abu Dhabi a veder grattacieli sorti dal deserto, motori per l’aria condizionata fantascientifici, tutto qui. Un tempo ci si inerpicava per monti freddi, si scappava da branchi di lupi, si accendevano fuochi, si affrontavano i misteri dei boschi pur di giungere a Todi, ad Assisi, a Spoleto.
Il coglione inglese che ha scritto le Cronache di Narnia ha rubato tutto un impianto di leggende popolari che fanno riferimento a Narni, altro paesino qua in zona. I simboli, i nomi, le colline che creano quell’universo fantasy di cui tanti alienati si nutrono, vengono da un paesazzo che fa venir tristezza solo a passarci affianco in superstrada, oggi.
Cammino in salita fino a uno slargo provvisto di belvedere, un altro porchettaro e un palazzo del Cinquecento che ospita la galleria Bibo’s Place, ex Extramoenia (spazio della vedova Dorazio).
Matteo BoettiBibo’s Place è stata fondata meno di un anno fa da Matteo Boetti e Andrea Bizzarro, fuggiti dalla metropoli romana in cerca di eremi, ulivi e cavalli. Circa un mese fa hanno inaugurato una mostra dal titolo:
8×8 64, when forms becomes idea. 7 artisti per Mario Schifano detto “Il Puma”.
Ognuna delle 5 sale è dominata da un quadro di Schifano attorniato da opere di artisti che gli rendono omaggio:
Giuseppe Gallo, Piero Pizzi Cannella, Gianni Dessì, Andrea Aquilanti, Davide D’Elia, Andrea Marescalchi, Roberto Pietrosanti.
Schifano è Schifano. Si può dir quel che si vuole -nel suo nome è già scritto tutto- ma dalle sue opere emerge senza dubbio un odore felino, un nervosismo cosmico, una rabbia necessaria.
Il gesto di Schifano è riconoscibile, uno scarabocchio di Schifano è identificabile.
Era un artista che non faceva cose inutili, spinto da una necessità sfociata nella dipendenza, riportava questo bisogno sulla tela, la sua compulsività era tale che se gli si lasciava un quadro a studio, e lo si andava a riprendere il giorno dopo, si poteva star certi che la tela era stata ridipinta, ricoperta di altri colori, altre incazzature.
Di Schifano hanno già parlato in tanti (“Una biografia”, di Luca Ronchi Ed. Johan e Levi), quindi non mi voglio soffermar troppo, devo solo riportare che quando Jasper Johns venne a Roma alla fine degli anni’50 (tramite quei cessi della CIA, convinti di impiantare la loro “cultura” qua in Italia, non previdero che gli artisti mandati in missione vennero immediatamente fagocitati dalla nostra di cultura..), gli capitò di vedere dei grossi monocromi fatti dal Puma. Tornato in America iniziò a fare i suoi celebri monocromi, diventando un pilastro della Pop Art..
Gli artisti che affiancano il Puma qui a Todi lo fanno con gran umiltà, riconoscendo quasi con naturalezza di essere dei minori, si affacciano sulle sale con delle opere inevitabilmente più deboli, seppur generose. L’unico che tiene botta è Giuseppe Gallo, le origini calabre non mentono, e i suoi disegni viaggiano da soli, vi è un suo omaggio a Balla splendido, in cui viene ripreso un particolare del mitico “cane al guinzaglio”, solo le linee del movimento delle zampe, con su scritto a stencil: GRANDE BALLAWP_20131207_008Dessì è simpatico, nella sala d’ingresso pone un mezzobusto di gesso raffigurante Schifano con una chiazza nera sul viso. Pizzi Cannella non mi gusta, riempie una sala con piccoli quadretti che rifanno il verso ai futuristi di Schifano, poca roba, Non c’è alcun tipo di energia creativa, un vero compitino in classe.
Non mi piaccion neppure le opere di Davide D’Elia, che espone dei substrati dove fa crescere delle muffe, creando aloni e orizzonti fatti di microbi;è bella però l’idea di quadri vivi, che si modificano tramite l’accrescimento della colonia batterica. D’Elia Portasse all’estremo questo procedimento! Intossicasse chi lo colleziona impiantando nelle sue tele virus nocivi! E. Cioran avrebbe detto: “più vedo gente e più mi sovviene la parola: S T E R M I N I O“.
Pietrosanti ha portato le sue carte che inventano scultura, un mix tra Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana.
WP_20131207_025Andrea Marescalchi per anni fece l’assistente di Alighiero Boetti, subendone l’influenza è diventato artista anch’egli. Molti personaggi che sono stati a stretto contatto con Artisti di livello hanno poi deciso d’intraprendere la stessa carriera, vedi il maggiordomo di Schifano (mitica è la volta in cui dei collezionisti andarono a trovar Schifano in studio, lui, non molto felice della visita, li accolse con in mano un quadro, chiedendo loro cosa ne pensassero. La coppia di collezionisti, da ignoranti leccaculo, iniziarono a tessere le lodi di tal opera, che a loro insaputa era in realtà una tela pittata dal maggiordomo di Mario, che allora disse loro: “Vi piace proprio quest’opera, la volete acquisire?” e loro: “Oh maestro, sarebbe eccezionale, ci terremmo moltissimo..” e Mario: “Angeloo!”, chiamando il maggiordomo, “..ci sono dei clienti per te!”). Marescalchi presenta delle piccole tele ad olio rappresentanti esplosioni, iper-realismo da guerra.
Andrea Aquilanti infine presenta un’unica tela, bianca. Se ci si avvicina, si nota un velo dato a matita che crea la silouhette del Cupolone, San Pietro. L’opera viene copletata da un proiettore puntato sulla tela, che fa passar sul cielo soprastante la cupola nuvole, aerei ed uccelli.
Ieri, Sabato 7 Dicembre, per attirar un po’ di gente in galleria, Matteo Boetti ha organizzato un piccolo concerto per chitarra, violoncello e Pilar, splendida donna dalla voce ammaliatrice. Ogni tre pezzi la piccola band si spostava di sala in sala, gli ospiti appresso, tutti -me compreso- ipnotizzati da Pilar, tipo sorci dietro al magico pifferaio.


A riprendere il tutto due gemelli, Auro e Celso, figli altissimi (almeno due metri) dell’artista Bruno Ceccobelli, anche lui scappato dalla città anni fa e stabilitosi nelle zone limitrofe, dentro una torre sperduta tra le campagne.
Pilar è bella, una mezzosangue costariquegna in grado di cantare in italiano, francese, spagnolo, portoghese, napoletano e siciliano (“Signuruzzu”), per chiudere poi con un pezzo della Tosca abbastanza in tema: Vissi d’arte vissi d’amor, che Tosca canta proprio nel tentativo di far liberar Mario cavaradossi, pittore da lei amato (omonimo di Schifano) condannato a morte.
Eccezionale emozione, un unico problema: di fronte alla musica i quadri scompaiono.

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