Catch a Boat to England

Jackson C. Frank oggi

di Claudio Cataldi
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Musica
N.17 del 12.2.2014
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Per chi pensa che qui ci si occupi solo di effimeri complessi di hipster sottopeso e con le magliette a righe beh, oggi mi tolgo uno sfizio. È un caso fortuito che mi porta a scrivere questo articolo: avevo già pensato di introdurvi al “più famoso folksinger degli anni ’60 di cui nessuno ha mai sentito parlare” (devo a un’amica, che ringrazio, la scoperta); giusto oggi scopro che il mese scorso è uscita una ristampa, su CD e vinile, del suo seminale album. Quale migliore occasione?

Negletto in vita, Jackson C. Frank ha tuttavia ottenuto il non comune risultato di aver pubblicato un album che ha influenzato chiunque l’abbia ascoltato. Non sono tuttavia tanti i suoi ascoltatori, ma le recenti pubblicazioni discografiche sono, forse, segno di una sua tardiva ma necessaria (ri)scoperta. Jackson C. Frank nasce a Buffalo, New York, il 2 marzo del 1943. È  attivo nella seconda metà degli anni Sessanta, inserendosi nella più nobile tradizione dei folksinger, ed è accostabile alle sonorità di Roy Harper, del primissimo Tim Buckley, di Paul Simon (quest’ultimo suo grande estimatore) e di un altro loner ingiustamente sottovalutato, Townes Van Zandt.

bluesrunthegameSono circostanze luttuose che spingono Jackson C. Frank ad andare via dagli Stati Uniti. Appena undicenne, è coinvolto in un’esplosione a scuola, riportando gravissime ustioni (molti dei suoi compagni perdono la vita). Nel periodo di ricovero abbraccia la musica, su impulso di un suo insegnante (Charlie Castelli) che gli dona una chitarra. Appena tredicenne, la madre lo accompagna – nella speranza di risollevargli l’animo – a Graceland, per vedere il suo idolo Elvis, il quale decide addirittura di incontrare di persona il giovane fan.

A ventuno anni Jackson riceve come indennizzo per l’incidente una notevole somma che gli consente di imbarcarsi verso la terra d’Albione. Lì conosce e familiarizza con Paul Simon: i due hanno l’occasione di condividere il palco e Simon si occupa della produzione di Jackson C. Frank, registrato in appena tre ore ed uscito nel dicembre 1965 per la Columbia.

Personaggio introverso e di estrema timidezza (si narra che durante la registrazione del disco suonasse dietro uno schermo per non sentirsi osservato), Jackson C. Frank dispiega in poco più di mezz’ora dieci tracce rette unicamente da voce e chitarra. Avvolgente eppure tagliente, malinconico senza affondare nella tristezza ma venato di intimo crepuscolarismo, l’album si segnala soprattutto per la presenza della memorabile Dialogue (I Want To Be Alone) e di My Name Is Carnival, nonché dei suoi due “classici” Milk And Honey e Blues Run The Game. Quest’ultima (unico singolo estratto dal disco) è stata sovente ripresa da altri autori e vanta un discreto numero di cover di livello: Simon & Garfunkel, ovviamente, ma anche Counting Crows, Soulsavers, Mark Lanegan, tra gli altri, assurgendo al ruolo di standard folk. Nel documentario Acoustic Routes (1992) è possibile vedere l’unica testimonianza video del cantautore ad oggi conosciuta: una manciata di secondi in cui si esibisce in Just Like Anything in uno speciale della BBC sul folk britannico.

forest of edenL’album ebbe una discreta eco in Inghilterra (mentre venne pressoché ignorato negli USA) e fu destinato a diventare, negli anni, oggetto di culto, seppur ristretto, conoscendo varie ristampe (la più significativa nel 1978 con titolo Jackson C. Frank Again). Certa ancorché di notevole entità è la sua influenza su Nick Drake, che registrò privatamente sia  Blues Run The Game sia Milk And Honey (oggi disponibili nell’album postumo Family Tree, 2007).

Il disco omonimo, come già detto, è destinato a rimanere l’unico della carriera di Jackson C. Frank. Tornato negli Stati Uniti sul finire degli anni Sessanta, il cantautore è funestato da una serie di drammi personali e si riduce in condizioni di indigenza. Il tutto è aggravato da una crescente instabilità mentale derivata dal ricordo dell’incidente in cui fu coinvolto da ragazzo, che lo tormenterà, tanto fisicamente quanto mentalmente, per tutta la vita. Pur registrando del materiale intorno al 1975,  un nuovo album non vedrà mai la luce. Lutti, povertà e solitudine contraddistinguono gran parte della sua vita negli States.

Passeranno due decenni prima di poter scorgere qualche spiraglio di luce: contattato da un suo ammiratore, Jim Abbott, che gli offre ospitalità, aiuto e una chitarra, il cantautore inizia a registrare nei primi anni ’90 alcune demo per dei nuovi brani, anche questi mai completati. Jackson C. Frank muore per un arresto cardiaco, cinquantaseienne, il 3 marzo 1999. Molte sue demo e composizioni inedite vedranno la luce nel doppio CD intitolato Blues Run The Game (2003).

Jackson C. Frank AlbumÈ dell’anno scorso un’altra testimonianza discografica. Forest of Eden è un pregevole 10” pubblicato dalla Secret Records contenente sei demo degli anni ’60. Due di queste sono cover dell’amato Elvis (la celeberrima Heartbreak Hotel e un medley di due brani natalizi) registrate da Jackson C. Frank intorno ai diciott’anni; tre sono prime versioni di brani che andranno a finire sull’album del 1965; la title track è invece un prezioso inedito. E arriviamo così alla ristampa odierna di Jackson C. Frank (Earth/Fire Records, 2014). Un acquisto obbligato per scoprire una delle migliori “voci” sconosciute del panorama folk dei Sessanta, ed una sicura fonte di ispirazione per chiunque lo voglia ascoltare. L’essenzialità di una voce e una chitarra, senza complicazioni sovrastrutturali, può davvero essere rivoluzionaria, oggi. Specie se al servizio di canzoni fuori dal comune, come quelle di Jackson C. Frank.

P.S. Le coincidenze, davvero, non esistono. Sempre oggi, mentre stendo questo articolo per Kill Surf City, scopro che qualcuno sul Guardian aveva avuto la mia stessa idea circa un mesetto fa.

http://www.theguardian.com/music/2014/jan/09/jackson-c-frank-tragic-tale-forgotten-60s-legend

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