CCCP: in-fedeli alla linea

Il cantautorato italiano alla prova di Wittgenstein

di Giacomo Bergantini
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Musica
N.8 del 11.12.2013
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Sembra un azzardo intraprendere un dialogo tra due figure tanto distanti come i CCCP e Ludwig Wittgenstein, ed in effetti lo è. Nella topologia dell’arte non c’è nulla che leghi i Nostri – sì, la filosofia è un’arte, fatevene una ragione – nessuna convergenza, figuriamoci una continuità. 1 Tony RobertsEppure qualcosa di esoterico ci insinua il dubbio e una volta che il tarlo prende a scavare, ci solletica la mente. Avete presente quando provate prurito e decidete di grattarvi? Il punto d’origine di tale fastidio non è mai quello inizialmente percepito e prende origine una ricerca che spesso ci porta a scoprirlo in zone che non sembravano minimamente affette dal prudore. L’idea è la stessa: è nelle curvature dello spazio dei concetti, nelle rotture, nei vuoti, nei luoghi topologicamente indefiniti che troviamo la linea di congiunzione tra un logico austriaco del primo novecento e un gruppo punk emiliano degli anni ’80.

 

«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo»

Ludwig Wittgenstein

 Secondo il pensiero di Wittgenstein l’individuo interpreta il mondo a partire dal, e vincolato al, proprio linguaggio. Questi non è un semplice vocabolario o un gruppo di asserzioni, ma è il vero nucleo significante che sottende alle logiche sintagmatiche. In pratica linguaggio e mondo si costruiscono vicendevolmente e non è mai possibile separare l’uno dall’altro – che significa che potrò esperire qualcosa di sconosciuto sempre in base al mio schema linguistico e che non potrò esprimere ciò che non mi appartiene.

«Il linguaggio traveste i pensieri. E precisamente così che dalla forma esteriore dell’abito non si può concludere alla forma del pensiero rivestito. Perché la forma esteriore dell’abito è formata per ben altri scopi che quello di far riconoscere la forma del corpo»

Ludwig Wittgenstein

Ad un certo punto uno potrebbe anche sentirsi un po’ offeso da questa privazione di libertà esperienziale, e decidere di mettersi a cercare questo benedetto corpo. Per farlo bisogna spogliare la propria lingua di vocaboli e contenuti e lasciare che giaccia come nuda struttura, quasi un progetto architettonico, a suggerirci sporadiche epifanie sulla sua pura essenza. Compito arduo per lo stesso Ludovico figuriamoci per noi, ma possiamo tentare di approssimarci. Prendere in esame l’interezza della lingua – peggio, delle lingue – sarebbe una mezza follia, per cui conviene concentrarsi su qualcosa che ci stuzzica o che almeno sia attinente con la rubrica, la poetica musicale. Uso il termine nella convinzione che il percorso evolutivo seguito dalla poesia  l’abbia portata a trasformarsi nel “testo per canzone”, da un lato detronizzandola da quella nobiltà sua propria, dall’altro aumentandone la fruibilità verso il grande pubblico e, in questo modo, rinvigorendola.2 Alessio Viscardi

Nel corso dei secoli sono cambiati stili, vocaboli, metriche, temi, riferimenti etc., ma sotto questi abiti il corpo della nostra lingua poetica è rimasto sempre lo stesso: la scelta di veicolare i significati tramite la costruzioni di immagini private. Mi spiego, da Dante agli Afterhours, passando per Leopardi, Mina e gli Area, possiamo individuare una linea generale che li attraversa. Non è qualcosa che si colloca nella scrittura o nella ricorrenza tematica, ma a monte; non è importante di cosa parlerà questa poesia, ma lo farà attraverso le situazioni vissute da un protagonista, presente o meno nella vicenda, tramite i suoi occhi e provando i suoi sentimenti.

 

«L’italiano di un tempo corre il rischio di diventare oggetto estetico a rapido esaurimento nell’approccio col reale»

Roberto Vecchioni

A prescindere dalla discutibilità o meno della fonte questa frase fa riflettere. Rendere qualcosa un oggetto estetico? Significa scavare a fondo questa materia per cercare un fulcro immutabile che possa essere forma guida in grado di trasmettere contenuti, di cui sia chiaro il riferimento ad una data scena od esperienza, modellabile in principio di design di sicuro impatto. Ed è proprio la ricerca della violazione del privato, la poetica voyeur, ad essere questo immutabile che l’italiano di un tempo condivide con quello attuale. Viene quindi da pensare che, magari, non è solo la lingua del passato a rischiare di venire estetizzata ma anche la contemporanea; poi però ci sovviene che questo indagare l’intimo sia il nucleo della nostra lingua poetica, quindi parte della nostra costruzione del mondo. Con questa presa di coscienza la mutazione in oggetto estetico si sgancia dalla dimensione del rischio e prende la direzione, imboccata da tempo, di principio estetico vero e proprio formatosi e miglioratosi nel corso dei secoli dell’evoluzione della nostra lingua. Credo esista una parola specifica per questo concetto: tradizione.

Interessante poi notare come rischierebbe il rapido esaurimento nell’approcciarsi al reale che esiste sulla base della stessa – ma questa è un’altra storia.

 

«Una delle cose che avevamo chiare era che non avremmo giocato quella partita: o funzionava subito o non funzionava più»

Giovanni Lindo Ferretti

Ed è proprio su questa tradizione poetica tutta italiana che si stagliano i CCCP, per infrangerla col loro punk emiliano filo-sovietico. C’erano state delle avvisaglie prima, certo, rimandi all’ermetismo più sfrenato o all’eclettismo intellettuale di Battiato, ma nessuno aveva osato così duramente e senza mezzi termini proporre una visione tanto diversa della poetica. Giovanni Lindo FerrettiIl loro approccio differente più radicale non era nell’acidità della chitarra di Zamboni o nelle sterili drum machine, e nemmeno nel carisma da tossico militante navigato pazzo e luminare di Ferretti – per quanto d’effetto – ma nell’inversione di rotta rispetto a tutta la precedente produzione italiana. Ai pesanti e ricchi abiti dei vocabolari colti e curati, preferivano la spregiudicatezza di una figa in bella vista data da parole efficaci. Se l’oggetto estetico prescriveva una invasione del privato e del quotidiano a favore di contenuti esperibili simpateticamente con l’autore, in loro avveniva la scelta antiestetica dell’evasione dal quotidiano, lasciando che i vuoti dell’immagine mondana non creata venissero riempiti dall’affiorare dei contenuti.

Ciò che emerge dall’indagine sulla produzione della poesia italiana è una tripartizione delle forme dell’apparire, in sostanza una verbale, una ontologica ed una significante. L’incontro fortuito tra il ramingo Ferretti e lo Zamboni nella pulsante e distopica Berlino del 1981, riemigrati poi a Carpi -l a loro periferia estrema della capitale della DDR – porta alla formazione del fenomeno di abbattimento della santa trinità linguistica che tanto, e a lungo, influenzerà la successiva scena musicale alternativa italiana. Ho scelto il termine “emigrati” non per pure ragioni stilistiche: quello che accade nella loro poetica è la decadenza dell’istanza ontologica che viene immediatamente sostituita dai significati restituendo un sistema dualista – che secondo il nostro ragionamento è un po’ come dire di non possedere uno schema di interpretazione del mondo o, in maniera più sottile, detenerne diversi. Il loro caso è particolare; nati in contesti tradizionali ammiccando a mondi che non potevano esperire in maniera pura se non abbandonando i propri riferimenti, debilitando la propria ontologia, i CCCP hanno affiancato alle proprie strutture altri costrutti linguistici per produrre quella weltanschauung – guarda caso parola intraducibile – che fosse espressione dell’inesprimibile animo italo-tedesco-sovietico esperito nella “berlinese Carpi” del Brennero. Un risultato in grado di coniugare la granitica lezione della linguistica speculativa germanica e i significati dell’etica sovietica entro lo scenario quotidiano emiliano, producendo uno sfasamento nella continuità che è diventato a sua volta stile e principio estetico, andando a partecipare all’evoluzione del nostro linguaggio senza che loro – probabilmente – nemmeno potessero farci caso. Una scelta in definitiva coraggiosa e senz’altro azzardata, ma dalla quale – del resto lo dicevano pure loro – non si poteva tornare indietro.

3 Michael Hartford

Riprendendo la metafora del prurito in questa ricerca ho la sensazione di non aver trovato il vero fulcro del fastidio – e questa conclusione ne genera di altro -. È come se nel grattare avessi tirato via un brufolo o una piccola pustola. È una sensazione che ci sta, perché non è nell’armonia che si possono incontrare un gruppo punk anni ’80 e un logico austriaco, ma nello stridere dei loro limiti vicendevoli, o nel terzo spazio della sublimazione, in cui prendi certe ipotesi per possibili e ti affidi sapientemente alla massima dell’eccezione che conferma la regola.

Immagine di copertina di Bernhard Ellefsen
Fotografie interne all'articolo di: Tony Roberts, Alessio Viscardi, Urs Tingo Voegeli, Michael Hartford.
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