Chi è Trentemøller?

La risposta a una semplice domanda

di Marco Sciarrino
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Musica
N.12 del 8.1.2014
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Ph Sebastian Schubanz - InternaL’ultima volta che lo sentii proferire parola – via Facebook – il danese Anders Trentemøller ne ebbe per tutti, ma in particolare ne ebbe per certi giornalisti musicali ai quali, con modi garbatamente politici, non perdonò l’averlo spremuto dentro la scatola del genere techno e goth rock. Con le stesse parole invitò i propri fan a fare altrettanto: a celebrare la propria musica e non la dottrina, come se le sopraccitate articolazioni di quest’ultima fossero state le peggiori interpretazioni che l’ingegno giornalistico abbia mai prodotto. La strigliata era quindi un divieto generale, rivolto a qualsiasi genere musicale cercasse di “limitare” la musica di Anders e, almeno per me, era già noto: non ho mai visto di buon occhio il sig. Trentemøller accanto a Sebastian o ai Cure, l’ho sempre visto adagiarsi comodamente dentro una nicchia tutta sua perché, finora, sono incapace di dare una definizione sensata al suo particolare sound. Eppure il danese non è un visionario, né è migliore o peggiore di altri produttori elettronici, ma dalla sua ha un’originalità invidiabile, in debito sia con la disco music anni ’90 che con lo scenario underground degli ultimi dieci anni. Anzi, è proprio a lui – assieme a qualcun altro, a dire il vero – che dobbiamo il neonato suffisso post- all’house minimale, trascinata a forza fuori dal ghetto non così volutamente da arruffianarsi Pitchfork, ma abbastanza coraggiosamente da conquistare i redattori del NME. D’altronde quella orizzontale è stata una strada di successo per tanti, perché devi darmi una mano Anders: tu produci musica house, non puoi nasconderlo. Ph Laura Totten - InternaSe poi l’hai mescolata, capovolta e messa a forno riuscendo così a sviare certe espressioni dottrinali che poni sullo stesso piano della lesa maestà, ciò vuol dire solo che hai assunto un punto di vista diverso dai tuoi colleghi; ma pur sempre di house si tratta. Un punto di vista che ha, come ossatura, soltanto i bassi ovattati, le pulsazioni dub e il 4/4 loopato a forza, e che lascia al caos della creatività il resto del lavoro. Detto ciò, Trentemøller rimane uno dei più “dinamici” produttori elettronici in circolazione, e per apprendere appieno l’aggettivo basta appena ascoltare gli innumerevoli remix su pezzi di Moby, Röyksopp, Efterklang & co. sparsi in compilation create apposta per lui (Late Night Tales 2011 e Harbour Boat Trips 01); a pompare una discografia che, limitandosi all’essenziale, è suddivisa in tre atti: The Last Resort (2006), Into The Great Wide Yonder (2010) e Lost (2013). Puntualmente il terzo atto firmato Trentemøller, stampato appena quattro mesi fa per l’etichetta In My Room – di proprietà dello stesso Anders – contribuisce ad appannare qualsiasi definizione generalista possa essere data alla sua musica. Ecco, cominciamo proprio da quest’ultimo.

Cover 2 - InternaOsservando la copertina minimalista di Lost – sfondo bianco, nel mezzo una fotografia: sarà forse un monolite? – noto anzitutto una certa affinità grafica con certi artisti che non penserei mai di accostare a Trentemøller: i Metronomy su tutti. Sembrano non avere nulla a che vedere col danese, ma un’occhiata ravvicinata ai featuring che accompagnano quasi tutte le dodici tracce di Lost, lascia presagire una somiglianza tutt’altro che apparente. A differenza di alcuni colleghi produttori che preferiscono il far da sé al brainstorming, Trentemøller ha chiamato a raccolta, per le registrazioni di Lost, dei musicisti di tutto rispetto: oltre all’onnipresente Marie Fisker che è una sorta di Martina Topley-Bird di turno, anche i Low, Jonny Pierce dei Drums, Jana Hunter dei Lower Dens e Kazu Makino dei Blonde Redhead. E di certo c’è che il contributo slow motion non tarda ad arrivare. Il primo su The Dream risveglia un po’ il senso della ballata straziante: lenta e melodiosa come un canto di Natale, la spiazzante prefazione a un disco che in realtà è un circo con deliziosi numeri tech-house. Subito sotto, la successiva Gravity è una sorta di versione a 8-bit della beatlesiana Eleanor Rigby. A metà corsa, Jonny Pierce ingaggia uno scontro epico con Trentemøller del tipo indie rock vs. techno. E da qui in poi l’arte digitale di Anders dialoga a turno con tutto, ma in una maniera più riconducibile ai regolamenti del dj-set, fino all’esplosione deep di Deceive (featuring Sune Rose Wagner dei Raveonettes) che rivela le cose come stanno: Trentemøller mette insieme una montagna di stili analogici per antonomasia – persino il jazz, ascoltate Morphine in chiave smoky – seguendo una precisa direzione che però è più opaca rispetto ai due precedenti atti, ma quantomeno definita. Tuttavia l’uscita da Spotify accende un punto interrogativo: come vi spiego il sound di Trentemøller? Andiamo avanti, vale a dire indietro.

Cover - InternaTrentemøller comincia a pubblicare musica elettronica per l’etichetta tedesca Poker Flat, di proprietà di una persona che l’house l’ha ridotta ai minimi termini: Steve Bug, armato di soli loop e drum machine realizzò il meraviglioso Volksworld nel 1997. Con Steve Bug Anders condivide una visione della musica elettronica che debba essere anzitutto per gli altoparlanti della discoteca, ma anche per le cuffie di casa. Poker Flat edita tantissima acid, dance e breakbeat, l’etichetta adatta per il primo atto, The Last Resort, che con i suddetti tre generi condivide la facile plasticità. La copertina contiene l’immagine di un bosco nebbioso, freddo, quasi mi aspetto di ascoltare un disco ambient. La verità, anche stavolta, è nel mezzo. Difatti c’è del vibe tetro a circondare i mash up stilistici che Anders propina stavolta dentro gli stessi pezzi: Take Me Into Your Skin inizia con bagliori a intermittenza e loop statici più simili allo spegnimento di cicche di sigarette che ad altro (glitch?), mentre il seguito è un crescere – leggi, sprofondamento – su bassi ipnotici (dub?) e su dei beat che ricordano le “fughe” dei Chemical Brothers. La traccia Vamp è una fabbrica isolata dove dentro si sta svolgendo un concerto blues, con schiocchi di dita ad accompagnare. The Last Resort è, in sintesi, carico di aggressività, però non manca di soffermarsi su toni più equilibrati – dietro l’arpeggio di The Very Last Resort potete ascoltare un riferimento a Tricky – così da creare un tappeto stilistico inconsueto, che in fin dei conti è la chiave giusta per aprire tutte le serrature.

Ph Noam Griegst - InternaLa possibilità di supervisionare l’intera attività di produzione – Trentemøller abbandona la Poker Flat nel 2008 per fondare la propria etichetta – è un succulento incentivo per il danese a dispiegare in modo ancora più incisivo la propria creatività. Il risultato è The Great Wide Yonder pubblicato da In My Room, in cui Anders si rivela più sicuro di sé e capace di amplificare in maniera a dir poco eclettica il bagaglio stilistico del primo disco. L’inserimento delle parti vocali – assenti in The Last Resort, se non per qualche allungo corale – riesce oltretutto a dare alle nuove tracce quello “schema canzone” di cui si sentiva un po’ la mancanza. In questo secondo atto, prendono piede anche violini distorti e ballate polacche che partecipano ad alzare l’asticella verso ritmi più modulati e ambrati – ricordate, il terzo sarà Lost – accompagnati di qua e di là da piccoli droni sonori, sbalzi di umore – leggi, house – e da loop che s’inseguono, si corteggiano a vicenda oppure si fondono con i giri di basso. Scorrendo la scaletta, Even Though You’re With Another Girl è costruita sul sample di Nightclubbing di Iggy Pop, guidata dalla voce dream di Josephine Philip; Silver Surfer, Ghost Rider Go!!! pensatela come una Misirlou di Dick Dale in versione breakbeat; Fyfe Dangerfield dei Guillemots ricorda il primo Beck in Neverglade. Be’ Trentemøller anche stavolta centra l’obiettivo di staccarsi da qualsiasi genere dottrinale cerchi di rappresentarlo. E definirlo un techno diggei o un goth rocker può essere senza dubbio una risposta per chi la cerca, ma forse non quella corretta. In realtà una risposta corretta non credo che possa esistere. Chi sia davvero Trentemøller, io non lo so. A volte penso che non dovremmo porci delle domande e limitarci semplicemente all’ascolto. Tutt’al più anche a due chiacchiere.

Immagine di copertina di Noam Griegst
Immagini interne all'articolo di Sebastian Schubanz, Laura Totten, Noam Griegst.
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