Claypunk

Ceramista Exploited

di Marco Deserto
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Arte
N.21 del 12.3.2014
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Marco Appicciafuoco è un ceramista punk. Le sue sono mani d’oro, e lo sanno molti artisti di fama internzaonale che affidano a lui una moltitudine di creazioni.

Appicciafuoco è ciò che era Tullio d’Albissola per Lucio Fontana.. In più Appicciafuoco (come dice la moglie Daniela, mai nome fu più azzeccato) proviene da Castelli…

Castelli è un paese che sorge sulle pendici Nord del Gran Sasso -il cuore dell’Abruzzo-, dove il sole batte poco e dona alla terra determinate caratteristiche; a Castelli non a caso, da più di 500 anni vi è l’eccellenza della ceramica, vecchi maestri conoscono a menadito il territorio, e vanno a prendere la terra per fare l’argilla, i minerali per fare i colori, in zone ben precise, ognuna corrispondente ad una determinata qualità di creta. L’alchimia è di casa.

I lavori di Marco Appicciafuoco sono caratterizzati da un’estrema finezza, e da una costante: la sezione aurea.Light flower 5 Part.

Per chi non lo sapesse, la sezione aurea è un modello di accrescimento riscontrabile in natura: nella crescita delle foglie degli alberi, nello sviluppo delle radici, nel modo in cui si calcificano le conchiglie, nelle ossa umane. Tutto, o quasi, è riconducibile alla sezione aurea, una proporzione da molti definita divina, una prova oggettiva dell’armonia del cosmo. Un ordine superiore.

Marco Appicciafuoco sviluppa la sua ricerca studiando tramite il mezzo aureo la rifrazione della luce, cosa apparentemente molto distante dalla materica creta, ma che in reltà ha molti punti di contatto con essa. La ricerca di un equilibrio tra luce e materia ha a che fare non solo con il campo dell’arte ma anche con quello della fisica (il fotone, particella base della luce, è in parte onda in parte materia, spalanca al conoscienza umana le porte della quantistica).

Appiciafuoco, nel suo acculturato anarchismo, sviluppa opere d’arte atemporali, fedeli a delle leggi che prescindono la stessa ragione umana.

Anche Miskinz, che sicuramente è passato da Castelli, approverebbe.

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Il calcolatore

“Il più fine e delicato legame unì per sempre quei due esseri così notevoli.”
Da “I Demoni”, di Fedor Dostoevskij

Intrecciato in uno stretto calcolo stellare, Miskinz era curvo sulla sua stessa immagine, talmente ripiegata nei meandri cerebrali, da apparire una fisarmonica sottovuoto.

Miskinz era un tipo soggetto ai sudori freddi. Mani gelatinose prese da frenesie indicibili.

Calvo con varie pieghe tipo cane in capoccia.

Per i suoi calcoli non aveva bisogno di attrezzi, di stupidi marchingegni, gli era strettamente necessario solo un lungo tavolo di legno. Di qualsiasi fattura, posto in qualsiasi luogo, prato sul mare o bettola di imbriaconi dell’entroterra.

Miskinz appena trovava un tavolo delle giuste misure si sedeva, si accomodava, e a poco a poco si adagiava, si accovacciava nella stessa solidità del tavolo.

Si ritrovava abbracciato alla struttura lignea, comprendendo e utilizzando tutte le vie del legno, le sapienze e le basi geometriche di un materiale che presenta una parete cellulare di cellulosa. Rigida ma viva. Simmetrica, basata sugli archetipi dell’architettura. Una corteccia matematica, che permetteva a Miskinz di svolgere calcoli impressionanti con un’estrema musicalità, quasi fosse una tastiera.

Risolveva i problemi alle vecchie.

Aggiustava il motore dei trattori ai contadini senza muoversi dall’osteria.

Miskinz Dava solo le giuste indicazioni, come se stesse sdraiato sotto al mezzo giallo, con le ruote enormi tacchettate d’inferno nero ai lati. Le mani sporche d’olio, e l’erba che pizzicava e solleticava la schiena sudata magra e del colore del cuoio.

Così si procacciava da vivere Miskinz, principe matematico.

Nei paesi di campagna era sempre bene accolto.

Miskinz silenzioso si insinuava nelle semplici trame sociali del paesino, curioso ma poco savio. Entrava in vortici di gente compatta che muove gonnelle e zappe con gioiosa facilità e buia speranza.

Il mare visto solo quando tra le colline morbide si diradava la nebbia, e la lunga schiena della terra riposata lasciava intravedere un bordo  blu, fino e infinito.

La corina, il vento di mare, solitamente violento e umido, lì, arrivava filtrato dai grandi sederi dei campi colorati, accarezzava le guance dei contadini come fosse un messaggio giunto da petali di rosa selvatica.

Per questo i sempliciotti hanno le guance rosse, tinte di fiori esplosi.

Miskinz si approfittava di tutto ciò.

Arrivava in paese e solitamente si fermava nella piazza centrale. Tirava fuori gessetti colorati dalle tasche e incideva sul pavimento scritte enormi, riconoscibili.

Una volta entrato in contatto con la popolazione locale, con estrema semplicità di svolgimento, il giovane Miskinz si faceva portare ad un tavolo rettangolare, lungo, delle giuste dimensioni lignee.

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Tutt’ora l’unico mistero della faccenda è se Miskinz facesse tutto ciò con volontà di giudizio o ne facesse del tutto a meno.

Il principe matematico nella sua bruttezza, colle sue pieghe del color del cuoio, la pelle come arsa, senza un pelo visibile, si sedeva al tavolo e prendeva ad incrucciarsi. Fisicamente era come se si fosse fatto un bagno in una vasca di limonata ardente. Consumato dagli acidi, in capoccia un lieve alone giallognolo di sudore stantìo, continuo. Umidori di pensieri mai mossi.

Miskinz si ingobbiva tutto, a tal punto che la linea degli occhi, lo sguardo, era perfettamente allineato al bordo del tavolo, a scrutare il lieve sbrilluccichìo che emette una superficie se osservata da un punto posto a 180 gradi da essa.

Cercava linee parallele su di un volume tridimensionale ben noto. Tavolazze e marrone spinto.

Miskinz sbrodolava calcoli e zozzarie. I contadini ardenti e felici si inginocchiavano servili ai suoi piedi, raccogliendo con fazzoletti di juta tutta la schiuma matematica che si riversava per il locale.

Solitamente erano luoghi pavimentati a graniglia. Mattonelle semplici, stampo a stantuffo. Cemento in bagno.

I soffitti di legno e paglia, le tegole sopra al tetto messe in modo tale che la pioggia scivolasse via veloce dalla casa, riscaldata d’inverno da un fuoco corposo e gentile, rinfrescata d’estate da pesanti tapparelle in legno verde sapientemente calate da mani nervose di donnine dall’autonomia di un androide futuristico. Giornate lavorative perpetue di didiciotto ore.

Inconsapevole e costante è la bellezza della signorina campagnola, i cui gesti nella quotidianità assumono raffinatezza, un taglio di un’eleganza e un’obiettività unica.

Gesti che tramutavano gli arti di una persona in forbici con cui squarciare il velo della realtà fenomenica ed agire anche sul piano delle cose che si perpetuano nell’immobilità.

La signorina in questione, quella che aveva ospitato Miskinz per l’occasione, aveva entrambi i tendini delle braccia spezzati, eppure preparava il coniglio in potacchio e rassettava casa tre volte al giorno.

C’era un problema con la produttività di un lotto di terreno coltivato a cicerchia. Non vi era uno schema organizzato di metro quadro per profitto, però la cicerchia che ivi cresceva era veramente buona.

Miskinz, preso possesso del tavolo, elaborava. Posto ad uno dei lati corti della lunga struttura antica, seguiva con le lunghe braccia rinsecchite le linee slanciate del legno.

Nella mano destra un chicco beige di cicerchia schiacciata, con la sinistra impugnava una scorza di melone già consumata con l’apposito prosciutto.

Gli occhi che scomparivano sotto la linea del piano, imperscrutabili.

Miskinz faceva muovere e la cicerchia e la scorza arancione sopra il tavolo, a pochi centimetri dalla superficie. La lentezza esasperante dei gesti ricordava una ricognizione di navicelle aliene ai primi albori del mondo, tutto era avvolto da uno spesso alone di mistero, atmosfera riduttiva.

La signorina era carina. Bassa e ben fatta, i capelli neri e lucenti, la pelle bianca come neve, solo le guance prese da fuochi e rituali capillari.

Attendeva in silenzio all’impiedi. La posa dei piedi a terra di una compostezza indescrivibile.

33. Miskiz era sceso a patti col legno, tapis-roulant geometrico. Decretando tale cifra, e dando ulteriori accorgimenti alla signorina, l’algebrico principe si preparò a partire. La signorina era felice, sia per il suo campo di cicerchia, sia perché quello strano elemento non si sarebbe fatto più vivo.

Miskinz finito di dire si slungò tutto in uno stirarsi fittizio, grigio marrone come la pelle che lo rivestiva.

Il sole alle spalle, il sudore appiccicato in capoccia, in cerca di un altro pasto, un altro paese.

 

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