Soundtracks da innamorarsi

Le scelte musicali nei film di Sofia Coppola

di Flavia Giuliano
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Musica
N.18 del 19.2.2014
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Cinque figlie belle e bionde vittime di una madre dispotica e un padre non curante nell’America del ’74, impossibilitate a vivere la loro adolescenza tanto da trovare la libertà solo nel suicidio. Una giovane affetta da crisi post-laurea e un attore americano di mezza età, nel pieno declino della sua carriera, che tra il lounge bar di un hotel di Tokio e le serate brave, stringono un’amicizia paideutica e solitaria ai confini dell’amore. Una sfrenata Maria Antonietta alle prese con un marito poco virile e i fasti della vita regale, effimera soluzione alle sue inquietudini e alla sua solitudine. La crisi esistenziale di una stella nascente di Hollywood e il suo rapporto con la figlia che lo aiuterà a crescere e maturare. Un gruppo di adolescenti ossessionati dal lusso eccessivo e dalla notorietà che si converte in una banda di criminali seriali che mette a segno furti milionari nelle ville delle star dello showbiz americano.

The Virgin Suicides, Lost in Translation, Marie Antoinette, Somewhere e The Bling Ring. Questi ad oggi i film per la regia di Sofia Coppola.

 

Sarà perché è la moglie del cantante dei Phoenix, sarà perché le piace approcciarsi a vari generi, sarà per la supervisione del musicista e compositore Brian Reitzell o sarà semplicemente per il suo ottimo gusto, fatto sta che i film targati Sofia Coppola, oltre che per le sceneggiature, si distinguono sempre per lattenzione dedicata alle colonne sonore. Tracce che sottolineano puntualmente i passaggi salienti delle pellicole e le abbracciano, che scandiscono le emozioni dei protagonisti solitari e coinvolgono lo spettatore tanto da farlo innamorare. Questa è la sensazione che ho provato ogni volta.

 

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Si comincia con The Virgin Suicides (1999). La colonna sonora del film è stata composta e prodotta dagli Air, duo elettronico francese. Nel disco danno vita a pezzi da atmosfera onirica quali “Playgroung Love”, la cui melodia accompagna il risveglio di Lux-Kirsten Dunst dopo la movimentata festa di fine anno accademico, “Cemetary Party” o “High School Lover”. A parte ciò, nel corso del film la regista ha scelto di inserire anche dei brani tratti dal repertorio musicale degli anni ’70 e ’90. I primi infatti si adattano perfettamente all’ambientazione temporale e  per di più rappresentano per le ragazze Lisbon l’unica forma di evasione dalla loro realtà castigata; un privilegio però revocato al primo sbaglio. Parlo dei Bee Gees, degli Heart e degli Sloan, quartetto canadese power pop.

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Un posto speciale lo occupano i brani e le musiche malinconiche o “perdute” di Lost in Translation (2003). Io sono di parte, lo ammetto. Il film rientra decisamente nella lista dei miei preferiti e Bill Murray (Bob nella storia) è uno dei miei beniamini dai tempi di Ghostbusters. Eppure credo che la mia scelta non sia del tutto infondata, considerato che Lost in Translation è stato candidato ai BAFTA per migliore colonna sonora nel 2003. Note di solitudine e irrequietezza in “Fantino”, del musicista alternativo francese Sébastien Tellier. Tornano anche gli Air con il brano “Alone in Kyoto”, espressione musicale del carattere solitario della gita fuori porta della protagonista, Charlotte-Scarlett Johansson. E’ a questo punto poi che si affaccia sulla scena musicale di Sofia Coppola una band destinata da ora in poi ad essere una presenza costante nei suoi lavori: i Phoenix.  Gruppo che non ha bisogno di presentazioni, che nella pellicola ci regala una festa sulle note di “Too Young”. Non dimentichiamoci inoltre di Kevin Shields e dei My Bloody Valentine con “City Girl”, “Goodbye”, “Are you Awake?”e la bellissima “Sometimes” a conclusione della notte brava per la capitale giapponese. Piccola parentesi a questo punto, permettetela, è proprio la sera passata al karaoke da Charlotte e Bob, che li vede esibirsi in delle divertenti, sensuali e romantiche cover di “Brass in Pocket (I’m Special)” di The Pretenders e di “More Than This” di Bryan Ferry.

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Infine un’ultima nota dolce, dolce come il miele, è “Just Like Honey” di The Jesus and Mary Chain, gruppo alternative rock scozzese, che fa da cornice alla scena di chiusura, dell’abbraccio appassionato tra i due che (forse) lascia intendere qualcosa di più.

 

 

In Marie Antoinette (2006), la Coppola sceglie il post-punk anni ’80 e la new wave per raccontare tormenti e piaceri della regina di Francia. In apertura, infatti, irrompe “Natural’s Not in It” dei Gang of Four, continuano The Cure con “Playsong” per il matrimonio regale, e “All Cats are Grey”; ancora Siouxsie & The Banshees con “Hong Kong Garden”, per il ballo in maschera, e Bow Wow Wow con i brani “Aphrodisiac” e “ I Want Candy”.  Impossibile poi non citare i New Order che prestano la loro “Ceremony” per la festa di compleanno della delfina. Qui infine The Strokes fanno la loro comparsa, nella veste revival del genere: chi non ricorda la corsa di Marie Antoinette-Kirsten Dunst lungo il portico della reggia di Versailles al suono di “What Ever Happened”? Memorabile a mio avviso. Accanto a ciò c’è anche, e giustamente, la presenza della musica barocca composta da Vivaldi e Jean-Philippe Rameau.

 

 

Somewhere (2010) invece si caratterizza per un particolare distintivo: la colonna sonora è composta da brani che nel film vengono effettivamente ascoltati o suonati dai personaggi. Basta pensare a “So Lonely” dei Police e “Love Theme From Kiss”  dei Kiss che vengono effettivamente suonate da Johnny-Stephen Dorff  mentre gioca a Guitar Hero. Ed ancora nomi come Foo Fighters e Gwen Stefani, che nel quadro generale stonano un po’, più due vecchie conoscenze. Da un lato gli immancabili Phoenix con “Love Like a Sunset” per la scena finale e, dall’altro, The Strokes con “I’ll try Anything Once”, come accompagnamento all’ultima giornata padre-figlia a base di ping-pong, bagni in piscina e occhiali da sole. Sono delle scelte credibili quindi e adatte all’effettiva situazione che coinvolge i protagonisti.

 

Forse però  la sound track che più  nettamente si discosta dalle altre è quella di The Bling Ring (2013). Infatti a farla da padroni in questo caso sono per la prima volta l’hip-hop e il rap. Kanye West firma una delle scene migliori della pellicola, in cui la banda sfila in slow motion lungo i viali di Los Angeles al suono della sua “Power”. Inoltre Rick Ross, M.I.A con “Bad Girls” e Azealia Banks con “212” per la discoteca. Accanto a loro l’elettronica di DeadMau5, del tedesco Klaus Shulze e soprattutto del pilastro Oneohtrix Point Never con le sensazionali “Ouroboros” e “The Bling Ring Suite“. Ma non è abbastanza. Ancora il pop noise super accattivante di “Crown on the ground” degli Sleigh Bells e, neanche a dirsi, un pezzo dei Phoenix,“Bankrupt”.

 

 

Sound track succose e deliziose da gustare, come un frutto. Come non esserlo dopotutto? Il panorama di artisti che negli anni hanno formato lo scheletro delle colonne sonore dei lungometraggi di Sofia Coppola è molto ampio e annovera professionisti tra i migliori di ieri e di oggi. Si spazia tra i generi, accontentando davvero tutti i gusti, dai nostalgici degli anni ’70, agli amanti del post-punk, dell’indie rock, fino ai patiti dell’elettronica o del rap. Il tutto legato da una perfetta collaborazione di anime creative. Credo proprio che non manchi nessun ingrediente.

 

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