Croce di Ferro e collo rotto

Il coraggio di Bert Trautmann

di Simone Giuffrida
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N.21 del 12.3.2014
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FB: Auszeichnung des ehemaligen Torhueter von Manchester City, Bert Trautmann1956.5 Maggio, ei fu.

Finale FA Cup inglese tra il Manchester City ed il Birmingham (3-1) allo stadio londinese di Wembley. Arbitra Bond, Alf Bond.

Il 1956, il calcio ancora non è solo showbiz, il calcio è ancora profumo di erba del campo ed odore di hot-dog sugli spalti, è l’incontro delle famiglie la domenica, è uno sport.

All’83’ minuto l’evento che cambia la partita, che ci regala una storia: il Birmingham si fa pericoloso nell’aria del City con Murphy che cerca disperatamente di ridurre lo svantaggio.

L’estremo difensore tedesco Bert Trautmann – come tutti, cosciente del suo passato ma ignaro del suo futuro- si tuffa ai piedi di Murphy per prendere la palla perdendo i sensi in seguito alla collisione tra il ginocchio destro di Murphy ed il suo collo.

La situazione pare subito grave ma a quell’epoca non erano state ancora introdotte le sostituzioni durante una partita di calcio così Roy Paul, il capitano della squadra che sarà di Mancini, si offrì per sostituire il malcapitato portiere a difesa del risultato.

Trautmann, teutonico in tutto e per tutto, non ne volle sapere e, non senza difficoltà, stordito e barcollante, decise di proseguire la gara. Tre giorni dopo un esame medico rivelò a Trautmann la presenza di una vertebra cervicale spezzata e quattro incrinate.

Bert Trautmann aveva giocato 17 minuti della finale con il collo spezzato.132770370_433325c

Il rischio di perdere la vita era stato reale ed il fatto che aveva stoicamente continuato a giocare, compiendo gesti decisivi, fece entrare Trautmann di diritto nella storia del calcio.

Al fischio di Bond, gli applausi furono tutti per l’eroico goalkeeper di Brema a cui si intonò la goliardica For he’s a jolly good fellow (corrispondente alla nostra”perchè sei un bravo ragazzo”).

Trautmann provava ancora tanto dolore (e lo credo..) tanto da far commentare il principe Filippo di Edimburgo al momento della premiazione “OBE for the German hero who stuck his neck out” (OBE sta per ‘Order of the British Empire’. Per l’eroe tedesco che ha il collo bloccato”).

Trautmann conosceva il dolore e sapeva come non piangersi addosso.

È ricordato come ‘eroe nazionale’ – non si sa se tedesca o inglese – alla stessa stregua di Muzio Scevola, Garibaldi, Giorgio Mastrota o Bubka.

La storia di questo ragazzo, tedesco di Brema, è straordinaria ed irripetibile: arriva in Inghilterra non come ‘estremo difensore’ bensì come soldato. Venne infatti catturato dalle truppe alleate inglesi verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli stessi soldati diedero al giovane tedesco l’opportunità di ritornare nella sua terra qualche anno dopo (1948) ma Trautmann preferì rimanere in Gran Bretagna. Nello stesso anno (aveva 25 anni, oggi sarebbe impossibile) comincia a giocare in una squadra di un paesino – St Helens Town –  prima come centrocampista, per diletto, poi come portiere. L’anno successivo passa direttamente al City in cui collezionerà complessivamente 545 partite in 15 anni. Dopo una breve esperienza al Wellington comincia la sua carriera da allenatore, celebre e celebrato per l’indimenticabile finale. Gira il mondo allenando Birmania, Tanzania, Liberia e Pakistan. Nel 2004 la Regina Elisabetta lo nomina Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico a distanza di 48 anni dalla premiazione di Filippo.

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Forse non è un caso che dinanzi ad un episodio così brutale durante la FA Cup, proprio Trautmann abbia reagito così. La sua vita è piena di amarezza ma nello stesso tempo di abnegazione e coraggio: dalla Germania come volontario all’addestramento tra i paracadutisti, svolgendo il servizio militare in Russia ed in Francia. Proprio da russi e francesi venne catturato un paio di volte (riuscì comunque a fuggire), decise così di servire l’esercito britannico. Divenne quindi prigioniero ad Ashton e dopo molti anni decise di non ritornare dai suoi cari ma di rimanere in terra inglese giocando nel St. Helens Town.

Era un prigioniero che aveva visto orrori che noi non potremo mai immaginare, in terra straniera.

Decise di rimanere in terra straniera e lì trovò la gloria, che lui per tutta la vita però provò a scrollarsi di dosso, come se fosse semplice polvere sui vestiti.

Timido ed introverso, è stato in realtà un cittadino del mondo come le sue esperienze di allenatore dimostreranno; non ha mai voluto parlare a lungo di quella finale, a chi gli chiedeva sapeva solo rispondere. Il calcio è la mia passione, non ho fatto niente ed aggiungeva sornione: “Perché non mi chiedete mai della guerra?”

Eroe di guerra, premiato dalla Regina, aveva una croce di ferro. E l’osso del collo rotto.

Morì lo scorso 19 luglio.

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