Daniele Messineo

Dalla curva al riccio

di Alessio Mirante
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Arte
N.31 del 12.6.2014
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L’inchiostro della biro mi ha sempre affascinato. Viscoso icore, roba da Urania o Marvel, così diverso dai fluidi usati per le stilografiche che, sebbene brillanti come pietre preziose, non avevano quel fascino alieno, pernicioso che tanto bene si andò a sposare con lo Spirograph nel fiorire della cultura psichedelica. La massa canaglia di artisti tossico-divertenti degli anni ’60 fece largo uso della biro, sdoganandola come art medium. Strumento di generale familiarità, netta immediatezza ma anche irreversibilità. Una linea continua con la biro è una bella sfida che promette un risultato grafico di sicuro effetto.

C’è questo ragazzo, Daniele Messineo, che qualche volta mi son trovato attorno nella fogna della Vucciria, appena sbarcato da New York, visibilmente esasperato da quell’esperienza probabilmente alienante ma totalmente votato ad esasperare anche il prossimo suo. Sarà forse stata la cura Di Maggio, non un giovane emergente ma un giovane emerso, a incanalarne la birbanteria ma alla personale mi è sembrato il classico monellaccio messo in riga dalla mamma per le nozze d’oro della nonna.
Comunque sia, cura Di Maggio, formazione d’alto livello alla Scuola Romana del Fumetto, lavori importanti con Disney Italia e diverse agenzie di comunicazione, il fatto che non è più un ragazzino, eccetera, adesso abbiamo difronte un illustratore in gamba, in grado di mettere su carta delle opere artistiche intriganti che fanno atmosfera.
monolinea-1-A4La mostra racconta un percorso. Si inizia con dei ritratti realizzati con un unico tratto di penna, operazione che chiede all’artista di sapere bene che cosa sta facendo, c’è bisogno di un controllo rilevante delle proprie immagini mentali. Soprattutto c’è bisogno che testa e mano comunichino bene l’una con l’altra perché con la biro, per essere credibile, non ci si può permettere la minima esitazione.

Si passa poi dai ritratti, spesso fumettistici come il punk crestato, alle illustrazioni realizzate con tutto un intrecciarsi di ordinati scarabocchi che, modulando densità, dimensione, pressione e sovrapposizioni, vanno a comporre illusionisticamente i contrasti e le gradazioni. Il ricorso, e l’affezionamento, a questa tecnica è narrata in un grande ritratto a linea continua, non esposto ma mostrato a parte dall’artista o dal curatore ai visitatori: il viso di un ragazzo la cui capigliatura afro è stata rasa con un intreccio fittissimo di questi ghirigori che sono subito sembrati convincenti all’artista. In sintesi, come nell’evoluzione dalla curva alla conchiglia nell’arte moderna, un escamotage deriva dall’altro pur avendo risultati ed applicazioni notevolmente diversi.

Se i ritratti a linea continua si caratterizzano per una chiara nettezza ed un virtuosismo grafico il cui risultato è minimalista, le opere realizzate con gli scarabocchi si caratterizzano invece per un atmosfera fumosa, una agitazione hertziana delle cose anche in situazioni di piena pace. Il faro, il letto vuoto, lo scheletro architettonico, eccetera sono tutte immagini di piena stasi eppure si tratta sempre di atomi vibranti. Messineo ci parla di questa segreta ma costante irrequietezza dell’ambiente.

Il suo autoritratto poi, nella forma di alieno tondeggiante, con grandi luminosi occhi di batrace, personaggio ricorrente in altre sue opere, ci rammenta la sua formazione di fumettista e illustratore. Inevitabile fare un riferimento ai toni dark di Tim Burton, che nelle opere diciamo paesaggistiche forse tornano alle radici nei fratelli Quay, un po’ più horror, eppure tutto trasuda comunque grande tenerezza.
Ghirigori, penne biro, alieni che non sembrano essersi evoluti per predare ma per farsi abbracciare, luoghi solitari, casette col tetto spiovente…

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Tutto questo per celebrare il rinnovo di Corimbo. In passato punto di riferimento delle mie orribili prozie materne in fatto di arredamento (per fortuna tutte morte), oggi interessante spazio espositivo per l’arte contemporanea, un’operazione rilanciata da Ruggero Di Maggio, che citavo prima, una personalità che, dopo essersi formato a Francia in campo soprattutto cinematografico e video, è venuto a tirare per i capelli la questione cittadina, occupandosi anche del Festino (una delle poche occasioni in cui in città si può pensare a realizzare qualcosa per grande pubblico autoctono ed alloctono).

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