Dialogo con Fulvio Abbate

Dialettica VS Possesso

di Silvia Alù
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Arte
N.8 del 11.12.2013
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Il 4 dicembre, in una rarissima giornata di sole romana, sono arrivata di corsa e in ritardo al mio appuntamento con Fulvio Abbate in un bar di Monte Verde Vecchio a Roma. In questo bar mi viene detto che fanno colazione personaggi come Nanni Moretti, Umberto Orsini, Adalberto Maria Merli, Luigi Lo Cascio e altri nomi del cinema, del teatro e della cultura romana.

Fulvio Abbate mi attende pazientemente seduto al tavolino, lo vedo da lontano e allungo il passo mentre inizio preventivamente a scusarmi per i 10 minuti di ritardo. Indossa una giacchetta rossa con dei dettagli tra il giallo e l’arancione, che poi mi dirà essere un cimelio della guerra di Corea e di averla acquistata al mercato di Porta Portese.

Poco tempo fa, uno dei miei zii mi ha fatto una domanda che mi è rimasta molto impressa: “Perchè voi giovani non avete voglia di parlare con le persone più grandi di voi?”. Non ho saputo cosa rispondergli, probabilmente perché io non faccio parte di quella categoria di giovani che guardano al presente come unico mondo possibile ma che, anzi, sono affascinati dal passato e dalle esperienze altrui. L’incontro con Fulvio Abbate è per me appunto un’esperienza di apprendimento e di scoperta intellettuale. Lui è un fine narratore, o forse dovrei dire affabbulatore, nel senso buono del termine, ha un modo di raccontare le sue storie che le rende estremamente tangibili e reali. Fatto sta che appena arrivo al tavolino dove lui mi sta aspettando mi dice subito di smettere di scusarmi, gliene sono grata, perché l’ansia per questa intervista è già tanta. Più che fargli un’intervista quello che vorrei è lasciare il registratore lì acceso e lasciarlo parlare. Ma per ovvi motivi non posso fare solo questo e devo sforzarmi di tirar fuori qualche domanda.

Il 28 novembre sono stata a vederlo al Teatro Argentina dove ha messo in scena il suo Teatro degli Oggetti, per questo per rompere il ghiaccio decido di iniziare subito a parlarne.

 

fulvioabbate2Sono stata a teatro a vedere il tuo spettacolo.
Non ti ho visto, non mi ricordo.

Sono venuta pure a salutarti, ma eri totalmente accerchiato.
Si, si alla fine ero totalmente nel pallone.

Non era la tua prima volta su un palcoscenico.
No

 

Dopo queste prime tre risposte lapidarie ho capito che era necessaria una domanda che lasciasse un po’ più spazio per parlare al mio intervistato.

 

Come ti è venuta in mente l’idea di mettere in scena il Teatro degli Oggetti?
È venuta come idea di un romanzo narrato a voce che avesse come protagonisti, come personaggi, le cose, gli oggetti. È venuto così, è venuto dal mio sogno, mai pienamente realizzato nero su bianco, di fare un romanzo che avesse come protagoniste le vetrine con il loro contenuto, o anche le portinerie con i loro arredi: cosa che poi invece ho fatto in video su Teledurruti, storia del mondo attraverso le portinerie. La prima volta l’ho fatto durante la presentazione di un mio romanzo nel ’95. Eravamo io e Patty Pravo. Io ho detto: non voglio parlare, voglio mostrare degli oggetti in qualche modo pertinenti o meno al racconto per il quale sono qui presente. Ripensandoci, sì, è cominciato tutto nel ’95, come mia vocazione.

fulvioabbate1Quando ci siamo incontrati la scorsa volta ho scoperto che sei un grande collezionista, immagino che tutti gli oggetti che mostri siano quelli che sei riuscito a trovare negli anni.
Sono oggetti miei. Però potresti anche prestarmi tu un oggetto, questo non sarebbe importante. Se tu sei in possesso di un oggetto che a me interessa non ho difficoltà a prenderlo in prestito. Voglio dire una cosa: spesso i collezionisti non sono dialettici nei confronti degli oggetti, gli interessa solo il loro possesso, al di là della capacità narrativa dell’oggetto stesso. Ti faccio l’esempio di quello che mi disse un famoso commerciante di francobolli, di alta filatelia, “il collezionista non guarda il disegno del francobollo, gli interessa il possesso del francobollo”. Ecco, nel mio caso è diverso: guardo anche l’icona. Questo non significa che non si possano mostrare degli oggetti bruttissimi perché degli oggetti assolutamente privi di grazia possono avere lo stesso impatto narrativo, essere dei detonatori narrativi.

_MG_4316Possiamo in qualche modo mettere in parallelo il modo in cui presenti gli oggetti nel tuo spettacolo con il modo in cui presenti i tuoi personaggi nel tuo libro “Intanto anche dicembre è passato”?
Assolutamente si. Io non credo molto nel plot, credo che invece i romanzi siano in qualche modo dei magazzini dove tu accumuli le immagini, gli oggetti di un grande teatro del mondo.

_MG_4321Il tuo libro in effetti è un insieme di tante piccole storie che si vanno a comporre al suo interno.
La vita è sempre un incrocio di situazioni. Poi io amo i punti di fuga narrativi e credo che sarebbe devastante e noiosissimo stare asserragliati dentro una misura aristotelica di spazio, tempo e luogo. Non c’è bisogno di pensare al surrealismo per avere la percezione di questo. Per quanto la narrativa si è sempre più impoverita in questi decenni, appiattita su un’idea di racconto, di romanzo di tipo hemingwayano cancellando invece la vastità delle possibilità offerte dalla grande letteratura europea, penso a Proust, penso a Céline, penso anche a Gadda. Io non ho una formazione letteraria ortodossa, perchè la mia formazione è assolutamente avanguardistica. Io discendo dalle avanguardie, non discendo dal romanzo ottocentesco

Continua intanto ad essere viva la tua esperienza di Teledurruti.
Teledurruti è a suo modo un romanzo vivente, un’opera d’arte vivente, anzi non a suo modo, vuole esserlo.

Su Teledurruti tu parli di ciò che ti piace e ti infervori su ciò che non ti piace.
Teledurruti è tante cose insieme. Da una parte è una tribuna, dall’altra è anche uno spazio narrativo, è una vetrina, è anche un documentario. Per alcuni dovrebbe essere solamente il luogo dove io esprimo il mio incanto poetico e dovrei lasciare perdere l’invettiva politica. Però per il mezzo che è, è anche un giornale, con i suoi editorali. oltre ad essere uno spazio per un ideale elzeviro. C’è pure del teatro su Teledurruti. Ad esempio L’opera da tre soldi di Brecht, interpretata dai cucchiaini del caffè di plastica che ti danno in aereo.

La scorsa volta mi hai parlato di Saragat.
Saragat era un progetto filmico che adesso ho accantonato perché ho commesso un errore. Intanto, si chiamava così perchè voleva essere la risposta europea a Lincoln. Doveva essere un film a puntate. Adesso invece ho in mente di fare un film che realizzerò tutto insieme e metterò in rete. Ho già in mente cosa sarà: la storia di un vecchio attore che non riceve più telefonate per nuovi ingaggi e vive a casa sua. Io mi metto a sua disposizione per farlo tornare ad essere quello che era, immaginando un film dove lui interpreterà il vampiro.

Un po’ alla Bela Lugosi.
Esatto. Interpreterà il vampiro, mentre lui vorrebbe fare il santo. Il protagonista di questo film, che a giorni conto di realizzare, sarà Riccardo Garrone, un vecchio attore del cinema italiano, della commedia all’italiana, che fino a qualche anno nella pubblicità della Lavazza interpretava San Pietro. Imparerò pure a montare. Mia figlia mi ha detto che è possibile farlo su Youtube stesso.

 

Dopo aver finito di bere il mio caffè e fumare la mia sigaretta è arrivato il momento di fare la domanda con cui speravo di punzecchiare lo spirito critico di Fulvio Abbate.

 

2Cosa pensi della situazione del teatro in Italia in questo momento e soprattutto a Palermo?
Non penso nulla. Negli anni ’70 era meraviglioso fare teatro. Chiunque avrebbe potuto svuotare la propria cantina e mettersi lì realizzando una propria prima. Non c’era gerarchia tra quello che avveniva al Piccolo di Milano rispetto a quel Brecht che tu decidevi di mettere in scena improvvisandoti attore e regista. Tutto questo era permesso da un clima di particolare vivacità intellettuale, di interesse quasi militante, in senso poetico. Tutto questo poi è venuto meno a partire dagli anni ’80 e questo spontaneismo poetico armato è stato cancellato dal conformismo delle istituzioni di una sinistra che ha creato una vera e propria P2 culturale che permette l’accesso ai luoghi della produzione unicamente ai propri uomini fidati. Quindi il teatro fa i conti con questo sistema clientelare come tutto il resto. Io, poi, personalmente non ho grandi rapporti con il teatro. Credo che sia meraviglioso. Il teatro è come l’atletica, è puro collaudo del corpo. Esistono ancora oggi delle realtà interessanti che si sono fatte da sole, come Antonio Rezza. Detto questo, non sono un grande spettatore teatrale, per niente. Il teatro che io faccio sta più a Walter Chiari che a Samuel Becket.

 

In conclusione:

 

Tu sei palermitano, ma vivi a Roma da anni, hai lasciato Palermo come tutti noi giovani palermitani stiamo facendo adesso.
No, non come tutti voi giovani. Io sono andato via quando nessuno desiderava andare via ed era obbligato a farlo. I miei coetanei che si erano laureati in lettere furono obbligati ad andarsene per insegnare. Le cattedre gli venivano fornite a Legnago o in provincia di Brescia. È una situazione molto diversa. Io sono voluto andare via perchè mi stava stretta la città, la trovavo angusta, la detestavo. Sono andata via 30 anni fa, nel settembre dell’83, e sono felice di averlo fatto. Sono anche dispiaciuto però di essere rimasto in questa città. Avrei dovuto andarmene anche da qui e non è detto che non lo faccia.

Per quale motivo?
Perchè Roma è una città priva di tutto.

Dove ti vedresti in un futuro se dovessi lasciare Roma?
In un luogo dove è possibile sentirsi ciò che si è, non in un luogo dove sei schiacciato dal costume piccolo borghese. A me fa orrore l’idea di chi vuole fare cultura. Se guardi Masterpiece, hai la percezione di quella roba lì. Io non voglio fare qualcosa. Io sono, è diverso, e chi è, lo è ovunque e comunque anche se ti impediscono di esserlo. Tanto è vero che mi sono inventato il baracchino a un certo punto: Teledurruti.

 

Dopo aver spento il mio registratore, io e Fulvio siamo rimasti ancora un po’ a parlare e si sono uniti a noi alcuni dei suoi amici e assidui frequentatori del Bar. Ecco, forse ho sbagliato a stoppare la registrazione perchè quello che è successo subito dopo è esattamente il tipo d’intervista che desideravo fargli.

 

Immagine di Copertina di Martoz
Fotografie Teatro degli Oggetti di Philippe Lombard
Fototografie presentazione libro "Intanto anche dicembre è passato" di Andrea Nocifora
Imagine di Fulvio Abbate per gentile concessione di Vincenzo Profeta e del Laboratorio Saccardi

Gallery a cura di tutti i nostri illustratori (in ordine alfabetico): Eka Accossato, Luca Bottazzi, Eki Bertoli, Andrea Boscolo, Nunzio Cafagna, Francesca Carità, Carmine Cassese, Renata Castellani, Lorenzo Ciardullo, Dalida D'Addessa,Marco Dall'ò, Dario D'Arpa, Simone Di Meo, Andrea Dotta, Mirko Fascella, Sabrina Ferrero, Alex Folin, Bea Gozzo, Matteo Iadaresta, Rino Lionetto, Marco Maccagni, Martina Mia, Alberto Nurisso, Sergio Panzarella, Isabella Ragazzi, Antonio Russo Tantaro, Albano Scevola.
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