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Frammenti audio rubati a via dei Bosconi, pressi Fiesole, in un’abitazione di campagna isolata. 250 allarmi pronti a scattare, zone di boscaglia. La voce di Diana Baylon viene registrata dalla mia pennetta usb, quella con la presa pentagonale.
Dialoghi fantasmi, trascritti senza portare rispetto nÈ alla consequenzialit‡ degli eventi tantomeno a un ordine cronologico:

-Hanno rifatto le strade da poco per un giro in bici di gente straniera, forse francesi.
Mentre uno guida pensa a storie pazzesche che dovrebbero essere scritte, sviluppate.
-Il 95% delle storie che mi vengono in mente le dimentico.
Poco, pochissimo rimane. Vi è quindi una selezione dalle strette maglie.
Entrare, è sempre lì il principio della scena, qualsiasi cosa tu faccia, contano solo i tre secondi iniziali dell’azione dove si stabiliscono le sorti di tutti i presenti. Il rumore di fondo è la cosa più inascoltabile e veritiera che ci sia.
I corridoi della burocrazia emozionale sono lunghi, si districano allontanandosi. Percorrendoli ti senti chiuso in una funivia, vi è quella forma di freddo mentale.
Ci si allinea per scomparire, per agire con gli altri. Si è su un orlo dove si cammina su una lama, se guardi sotto, come nuvole la ragione dell’uomo si muove presa da correnti misteriose.
Si tenga conto anche di distanze infinite, navicelle iperspaziali piene di plancton, tempi estesi.

-Architettura delle emozioni.-

Mi risveglio sopra un tappeto raro. Una geometria tridimensionale avvolge il mio corpo steso. Nella casa in via dei Bosconi ha rinfrescato, forse fuori è notte. Mi trovo in compagnia del figlio, che senza tanti giri cerca di di rifarmi perdere i sensi. L’ultima cosa che ricordo prima di andare in black-out è un’immagine: la figura del figlio che silenziosa osserva le opere di sua madre, Diana Baylon. Fortunatamente la mia pennetta ha continuato a rubare emozioni sottoforma di parole dal basso contenuto morale, chiacchera, viaggi, film.

WP_20140210_002-..non è chiaro dove era iniziato quel tipo di costruzioni, fatto sta che per la città Giacomino con i capelli bianchi camminava svelto e basso, gli alberi di via garibaldi affianco, trovava scorciatoie tra motorini e intralci, tra cui un’estesa piantagione di cactus accanto al semaforo. Arancione arido, il colore preferito delle piante grasse e degli scorpioni.-
-L’insopprimibile e continua voglia di mandarvi tutti a cagare.-
-Qualsiasi motivazione voi abbiate non basterà per scusarvi ai miei occhi, chincaglieria umana innominabile, l’elevazione mentale di un dentista da circo.-

-L’agognata solitudine..
Il mondo andrà riempiendosi a vista d’occhio. La fantasia è alle stelle, i reality-makers, noi stessi, stiamo dando un bel daffare a chi ci sorregge. Un evangelista amico mio, molto vicino alla trama reale della materia tutta, direbbe:
“che non si vada troppo in là ad intralciar i passi del Signore, che si cammini con lui, senza forzare”-
-un militare ti avrebbe detto di non rompere il passo, un punk di non rompere il cazzo. Panta rei ma non cambia mai nulla.

-Questa è la testimonianza di un un locale, una persona fortificata su se stessa, un castello umano, Ramòn, persona cara a Diana Baylon.
-menti desertiche:
Quel tonto di Luis ancora dormiva. O per lo meno così pareva.
Gli occhi chiusi, i lineamenti della faccia tonda rilassati e compiaciuti. Un sorrisino gli bagnava il viso e le gote.
I vestiti che indossava lo connotavano immediatamente come un autonomo madrilegno, punk-socialista e festaiolo.
Il suo letto era una fontana svuotata al centro del barrìo la Latina, ferro battuto.
Non era un uomo di strada Luis, è che ieri sera aveva preso sonno lì, nell’angolo oscurato dalle luci delle macchine ancorate al semaforo della rotonda che circumnavigava la fontana.
-Ma tu guarda a questo…Coso! A coso svejate! Ma che ce stai a ëffa là dentro.. Anvedi sto raccattafango… Viè qua Ppièí.. vieí a vedeí..-
WP_20140210_005Luis si alzò, prese tre calci nel culo forti, scavalcò i bordi del letto fontana, e scappò via coi pantaloni che gli cascavano sotto al cavallo.
Uno spettacolo mattutino per i dolci trafficanti della moda orientale, barrìo la Latina.
Sei mai stato per un periodo abbastanza lungo (alcuni mesi) in un ambiente privato di tutti gli schermi elettronici?
Nel senso senza di: TV, PC, Gameboy e affini, I-pods, Cinema, cellulare e via cosÏ?
Se sì, sai già che cosa ha vissuto Luis.
Che un giorno si svegliò con una gran voglia di sana TV Defilippi che gli vagava per la testa tonta.
Voleva vedersi un film, seguire un quiz, qualsiasi cazzata tipo comporre un numero, pur di appiccicare per un po’ lo sguardo su dei cristalli liquidi. Luis era in cerca di qualsiasi superficie, purchè fornita di schermo.
Uno schermo contro cosa poi?
Luis non agguantava più. Sudava da fermo, non voleva parlare con nessuno, non riusciva a pensare ad altro: una sola ombra oscura nella mente, a forma di aerostato rombante, cinguettanti video alle calcagna.
Prese e di una volta, aveva difficoltà anche a muoversi, si avviò alle scale della metro più vicina.
La discesa negli inferi, la scoperta di dover scendere tra tre fermate della linea gialla, a Chamartin.
La stazione dei treni grandi e dritti.
Madriz-Carbellona 2:48h. AVE. Alta velocità Catalana.
Lì, quasi in soggezione, Luis si accomodò, facendo attenzione a non disturbare, su una panchina d’attesa metallica e rossa. Quasi stesse occupando una I fila all’Opera, silenzioso e attento nei gesti. Per non far rumore.
Luis ora era di fronte a un megaschermo a circuito chiuso che mostrava a ripetizione gli orari dei treni e i nomi delle valli basche, ispessite dai fiordi e dalle barche comandate a voce e coi remi.
I sensi appagati, una rabbia piacevole gli solleticava i pensieri ñuna rabbia dovuta- diceva tra sé Luis, che aggiungeva guardingo e aggobbito: -vojo vede’ de ppiù, e lo so che se pò ffa.. ho visto cambià canale così tante vorte che lo potrei fa’ a occhi chiusi..-
In questo slang spagnolo stretto Luis esprimeva quella rabbia (…) incline ai grattini e ai massaggi, che ora tranquilla predominava. Si rimise in piedi, e mentre una lieve nausea si appropriava del suo intestno, si fece strada verso líuscita.
Allíaria aperta, con andamento scoordinato (come se gli pesasse la testa) Luis fece due calcoli e capì di essere un semplice addetto. Un tossico dello schermo, atterrito e affascinato al tempo stesso.
Fu così che raccolse una grossa pietra rettangolare e nera, la soppesò; provò piacere nel gesto.
Luis occhi azzurri prese e scagliò la pietra contro una super-vetrata rosso-Macdonald.

Hombre! Mola mazo!
Scappò a tutta birra dai dintorni di Chamartin, trasformandosi (senza accorgersene) in un ancor più perfetto autonomo spagnolo.
Luis divenne un malandrìn, che andava correndo sempre, certo! Più piacevole.
Il sole e il vento negli occhi, il cuore tra i capelli corti riflettentiluce e pensieri, stigmate di una calvizie futura.
Passi che bruciavano l’asfalto, saltellanti e mai serrati, molleggiati. Sopraffini.
Luis e le sue sneakers bianche, che presto si sarebbero trasformate in anfibi da guerra o nei ben peggiori stivaletti da montagna..quelli dei boyscout. Le trekking, scandalo.
-Joder macho!- -Joder!- a profusione.
Le discussioni gù al bar Revuelta erano tutte così: -Joder macho..Joder..-
-Claro-
WP_20140210_004Luis si stava bevendo il settimo bicchiere di tequila calda, non pagata. Ma non perchè era scaltro, figurati, è che al bar Revuelta funzionava così.
Tu bevi, e se bevi non devi più abbandonare il locale fino a chiusura, dove si mette una mancia comune e ubriaca.
Claro, se volevi te ne potevi andare prima e chiusa là, claro.
Ci camminavi te per il barrìo poi. Ci passavi te, a calle Embajadores, discesa stretta lastricata di ferraie cinesi. C’andavi te di fronte alla sede della sferica Solar libre..
Luis se la rideva abbaiato, tondo come un orecchio nero di Topolino.
Se ti ribeccavano e non eri risultato ospite gradito, bhè..
Barrìo laLatina.
Ancora e scoglio allo stesso tempo, era un punto della città importante, strategico se visto da un elicottero in visione notturna. Coi palazzi e le luci dei palazzi a creare tanti occhi luminosi e bocche silenziose, rettangolari.
Pixel di pixel.
Poi l’alba, l’aurora.
Il bar Revuelta chiudeva, a quell’ora. Urla e pacche su pelle e spunzoni unti.
Capelli allíaria, preghiera libera.
NO HAY LUZ SIN DIA
NI VIDA SIN ANARQUIA
E Luis andava un pò più in là, a pisciare su una grondaia scrostata le idee che ribollivano gassate di birra e tequila.
Appena in grado di riabbottonarsi, si sistemava il sorriso con dita ancora umide e si preparava a chiedere a Jazmìn se poteva dormire da lei.
Sollevò lo sguardo e vide che lì, nella piazzetta albeggiante, non c’era nessuno. Che ore erano?
Erano domande che un punk poteva porsi queste?
Era sicuramente l’ora in cui la fontana in ferro battuto circolare avrebbe dovuto effettuare i suoi fottuti 15zampilli d’accensione. Invece niente, quella fonte di merda oggi pareva come smorta.
Luis, da buon autonomo spagnolo, si avvicinò a controllare il perchè di quei mancati spruzzi,
anomalia.

“Castore e Polluce
mi posarono un dì
in un antico luogo
che Clitullo verdeggia
la natura quieta
l’ho guardata da strette finestre
dentro mura silenziose

imparai presto
spicchi di cielo e
misteriose stelle

portali di pietra
logorati per il tempo e la fatica
mi svelarono l’amore degli uomini
ed il rispetto

fu rito per me
travalicar la porta
l’ho riempito di significato
e di stupore

romantica ed etrusca sono
con leggerezza / così che la morte
non mi fa paura”

Diana Baylon

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