Dove ci troviamo, Ziggy?

Pensieri semi-seri sullo stato della musica

di Donato Di Trapani
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Musica
N.6 del 27.11.2013
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Le riflessioni che seguono prendono spunto dalla lettura dell’ottimo libro del critico Simon Reynolds Retromania (ISBN Edizioni, 2011), di cui consigliamo vivamente la lettura!

1 RETROMANIA

Qualche mese fa, parlando con il filosofo spagnolo Antoni Domènech, rimasi colpito dal suo totale disinteresse per la rivoluzione tecnologica in corso. “L’elettricità nelle case, la lavatrice, la radio, sono state queste le scoperte che hanno realmente stravolto il quotidiano delle famiglie di tutto il mondo in pochi anni. Non si può dire lo stesso di internet, dei microchip e della presunta svolta digitale”. Per quanto discutibile sotto certi aspetti, c’era un fondo di verità nelle sue affermazioni: il futuro che stiamo vivendo è quello delle nano-tecnologie, della chirurgia computerizzata, dell’informazione iper-compressa, ma forse non è proprio quello che i nostri genitori si aspettavano quando Armstrong calpestò trionfante il suolo lunare. Niente macchine volanti, tunnel oceanici, zaini a propulsione. Viviamo un nano-futuro frustrato nelle sue aspirazioni originarie, e alle visioni grandiose seppur inquietanti di Stanley Kubrick e Philip K. Dick si sono progressivamente sostituite le lugubri e disincantate distopie di film come Alien (1979) o più recentemente The Road (2009) e District 9 (2009).

 

I. “Where are we now?”

Non estranee a queste considerazioni sono le dinamiche che governano l’attuale panorama musicale: la musica fiuta lo spirito del tempo, soffre la crisi economica, è influenzata dalla deindustrializzazione e dalla tendenza al virtuale, all’immateriale propria delle micro-tecnologie. Se negli anni ’50 la Chess Records era popolata da bluesman neri scampati al razzismo dell’America profonda e qualche anno dopo la Motown Records legava il proprio nome alla realtà di Detroit, centro dell’industria automobilistica mondiale, oggigiorno le etichette, accantonata la propria funzione sociale, fungono spesso da mera interfaccia verso il mondo esterno per una gran quantità di giovani smanettoni, nerd da cameretta, colletti bianchi timidoni à la James Blake o Baths.

MoogC’è di più: l’immaterialità della computer music sta minando alla base il rapporto tra il musicista e la strumentazione fisica che lo circonda (solo pochi impavidi si avventurano nella costruzione di un sintetizzatore modulare o in una esibizione che non preveda l’utilizzo del computer) e di conseguenza quest’ultimo ha perso fiducia nell’avvento dello “strumento del futuro”, si balocca tra chitarre, bassi e altri artefatti vecchi di secoli, non sogna più il salto creativo unicamente possibile grazie all’invenzione di un oggetto nuovo, come lo furono anni fa il Moog o il vocoder.

Se a tutto questo aggiungiamo che la fruizione stessa della musica ha subito un analogo processo di smaterializzazione, virando progressivamente verso la quantità a scapito della qualità, privilegiando formati digitali iper-compressi e relegando il vinile a cibo da hipster, iniziamo a farci un’idea non troppo confortante del panorama attuale e delle prospettive future.

Tralasciando le visioni fin troppo ottimistiche di buontemponi come Chris Anderson e la sua Teoria della Coda Lunga, l’evoluzione appena descritta nella produzione-fruizione della musica contemporanea ha avuto una sicura, incontestabile conseguenza: uno sguardo fin troppo insistente rivolto al passato, quella che Simon Reynolds chiama retromania e che si manifesta attraverso una strana nostalgia di un tempo che non abbiamo vissuto, dei Beatles che suonano sui tetti della Apple Records, di Jimi Hendrix che violenta l’inno americano, dei Velvet Underground che suonano al Max’s Kansas City davanti ad Andy Warhol o a Jim Morrison.

Il modo in cui gli artisti si relazionano con la cospicua eredità musicale dei decenni passati ci aiuta a mettere in luce le multiple sfaccettature della retromania, che include tra le sue principali manifestazioni la pura imitazione e la reinterpretazione cyber-misantropa.

 

 

II. L’imitazione pura o Shibuya-kei

Nel quartiere Shibuya di Tokyo fino a qualche anno fa i ragazzini della classe medio-alta della città compravano tonnellate di dischi importati dall’Occidente, le digerivano e in seguito producevano musica analoga al loro approccio da consumatori/collezionisti, con l’ossessione per il dettaglio infinitesimale e poca o nessuna enfasi sull’originalità. Gente che non lascerà probabilmente traccia nella storia dell’umanità, a parte forse Cornelius, la cui Drop è stata resa celebre da un remix dei Kings of Convenience. Quello che sembrava un tic nipponico, da impiegato che compra mutandine usate su eBay per capirci, ha preso piede con forza sulla scena mondiale negli ultimi anni, dando vita ad una serie di pseudo-tribute band dalle caratteristiche 05.20.13; Arel Pink; Big Sur; Henry Miller Library; Coastal; Live Music; Holy Shit!talvolta decisamente interessanti: tralasciando fenomeni come i The Darkness (vera e propria copia di Kiss, Van Halen e compagnia), gente come Tame Impala, Metz e i Daft Punk di Random Access Memories hanno dimostrato che è possibile suonare “nuovi” senza nascondere il proprio amore rispettivamente per i Beatles, i Nirvana e gli Chic. Discorso a parte meritano gli ambasciatori del cosiddetto “pop ipnagogico”, così chiamato perchè frutto dell’ascolto in tenera età della musica paterna filtrata attraverso i muri della propria cameretta. Ed effettivamente, nonostante gli evidenti richiami nostalgici alle palme di Miami Vice, è presente nei dischi di Neon Indian, Washed Out, Girls Names e soprattutto Ariel Pink un’atmosfera rarefatta, da sogno lucido, che li rende conturbanti e a loro modo originali.

 

III. I maniaci del collage e il “mal d’archive

Jacques Derrida definì come “mal d’archive” l’attitudine di antiquari e accademici affetti dalla brama insaziabile di acquisire nuovo materiale da catalogare, vampirizzare, mantenere sotto controllo. Favoriti dalla enorme mole di informazione cui attingere sul web, oggi molti musicisti (o meglio produttori) soffrono del sovracitato “male dell’archivista”. Pallidi misantropi che a stento distolgono lo sguardo dal proprio portatile, catalogano vecchie clip di aerobica e le manipolano fino a renderle irriconoscibili. Preclaro rappresentante dei misantropi mannari è Oneohtrix Point Never, al secolo Daniel Lopatin, famoso al grande pubblico dopo aver manipolato-rallentato-riverberato una vecchia pubblicità della Apple. Non il massimo della gioia di vivere, ma ci sa fare. Un po’ più gai nel loro approccio allo scibile umano, Flying Lotus e Hudson Mohawke hanno conquistato 4 GONJASUFI (credits Xenmate)l’underground di Los Angeles con il loro hip-hop/jazz epilettico per gente con un serio deficit dell’attenzione. Da lontano saluto con ammirazione, ma non fa per me. Abbraccio con convinzione invece la causa del santone etiope-messicano Gonjasufi, anche lui della scena losangelina, anche lui non per niente al soldo della Warp Records, i cui pezzi intrisi di peyote hanno toccato le corde più intime di molte anime vaganti. Nulla togliendo ai deliri del Nevada, se vogliamo salvarci dallo spleen infinito e dall’angustia asessuata di Lopatin e compagnia possiamo sempre ricorrere a loro, i nuovi giullari del digimodernism, i decomplessati Vampire Weekend, ragazzini appena usciti dal college che mescolano Bollywood, Buddy Holly e sintetizzatori deep house ma lo fanno per acchiappare, non si sbrodolano con il burrito di Taco Bell ricatalogando archivi di pop nigeriano anni Settanta. E questo, a volte, fa la differenza.

 

IV. Epilogo

Simon Reynolds, alla fine del suo libro, si chiede con una certa ansia che non mi sento di condividere: “Esiste qualcosa nell’attuale panorama musicale che sia sufficientemente ricco, sufficientemente nutritivo da sostentare future forme di revival? O il prodotto riciclato si degraderà a tal punto che sarà impossibile estrarne alcun valore d’uso?”. Non so se riuscirei a rassicurare il 5 CARIBOU (credits Greg McMullen)famoso critico musicale (molto probabilmente no) ma ritengo che il continuo ricombinarsi di elementi in costante mutazione è una garanzia in sè dell’originalità/riciclabilità della musica contemporanea. Fino a quando Caribou seguiterà a mescolare la cultura house con improvvisazioni da jam session, The xx continueranno ad allietarci con il loro pop scheletrico ammantato di dub e Colin Stetson reinventerà ogni giorno l’idea di sassofono mischiando l’eredità di Charlie Parker  alla magia della sovraincisione ci sarà ancora speranza. In mancanza di grandi passi per l’umanità, impareremo ad accontentarci dei piccoli passi per l’uomo.

Fotografia Sintetizzatore Moog di Nuno Cardoso
Fotografia Ariel Pink di James Pawlish
Fotografia Gonjasufi di Xenmate
Fotografia Caribou di Greg McMullen
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