Drone attacks!

Guida agli incubi di Tim Hecker e Daniel Lopatin

di Marco Sciarrino
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Musica
N.4 del 13.11.2013
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Ascoltarla per ore non è lunica via per godersi unesperienza adatta al crepuscolo percettivo; né per ingerire il frutto amaro della disarmonia; né per appagarsi col massacro della forma canzone.

(Massima dell’autore sulla musica drone)

Tim Hecker

Tim+HeckerTrattasi di elettronica, sì. Di ambient, pure. Di drone, ovviamente. Tim Hecker però non è d’aiuto: l’elettronica è ormai immersa nella musica tradizionale, è imprevedibile, e come stile ha perso significato. Oppure, è tecnologica una cassa armonica più che la strumentazione della chiptune. Sette ellepì, due collaborazioni: la prima è col mietitore power ambient Aidan Baker (Fantasma Parastasie, 2008); la seconda è guarda caso con Daniel Lopatin (Instrumental Tourist, 2012). Una mano da Fly Pan Am, Oren Ambarchi e Ben Frost. In tour con Sigur Rós e Godspeed You! Black Emperor. Un passato minimalista a nome Jetone ignoto a Spotify. Guide spirituali: Aphex Twin e Autechre. PhD in cultura del suono. Rocker mancato. Vancouver, Canada, 1976.

La demolizione ingegnata da Tim Hecker, vedetela come una caccia alla dissonanza. Un motivetto, vuoi da chitarra o pianoforte, è riverberato, distorto, rovesciato prima ancora di essere fatto a pezzi, riducendolo a poco più di un rumore bianco in sottofondo. In linea si sovrappongono trasmissioni radio, cavi elettrici spizzicati, lingue noisy di basso, feedback. Il tutto metodicamente risciacquato col laptop. La vittoria dell’audio digitale, insomma. Hecker affonda il braccio nei bit per vedere cosa può venir fuori, e va da sé che ficca due microfoni nelle canne per portare a casa un organo. Due ellepì registrati in sessioni dal vivo: per Ravedeath, 1972* (2011) è stata presa in affitto una chiesa di Reykjavík; per Virgins (2013) è stato scritturato un collettivo di musicisti islandesi chiamato da Hecker a far muovere lambiente studio e a connettere a freddo i jack. Perché sì, anche quel suono è musica. La rivincita dellaudio totale, mi verrebbe da dire.

D’accordo, il punto è comune a quasi tutti i produttori di musica elettronica. Però la nota fornita dall’Alien8 Recordings sul conto del drone Tim cita “cathedral electronic music”. Ascoltare Hecker annodare il sintetizzatore a tratti di pianoforte à la Nyman, o annacquare d’interferenze statiche una chitarra manipolata, oppure sconsacrare con distorsioni shoegaze un organo da chiesa, è come dare ascolto a una lezione di architettura creativa. Mettendo da parte l’ultimo Virgins, che si schioda dall’agorafobia per dedicarsi a minuti di pura oscurità indoor, alcuni dischi prendono letteralmente il largo verso panorami fluorescenti (Mirages, 2004), radioattivi (Radio Amor, 2003) e persino naturali (Haunt Me, Haunt Me Do It Again, 2001), materializzati con bombardamenti sonori e arieggiati con rumori drone carichi di malinconia color seppia. In breve, una cinica frantumazione del classicismo, che assume la caratura di una ricostruzione in chiave glitch degli spazi.

Virgins+Tim+HeckerDue parole sull’ultimo Virgins. Definirlo come un concept album sulla tortura – il frontespizio riporta la sagoma velata di un prigioniero iracheno – è imbarazzante sia per me, sia per Hecker. Bene, allora parlo di un effetto heckeriano che devia dalla sostanza alla forma: se i primi sei nastri riavvolgevano uno stato meditativo con allegato il biglietto per una meta illusoriamente fisica, Virgins sembra davvero mettere in piedi quattro pareti e un soffitto riproducendo lo spazio con suoni elettroacustici, crudi e ruvidi. E non credo si possa continuare a parlare di ambient. Corde pizzicate, pedali premuti, scricchiolii, rimbombi di ritorno. È presente ciò che ricicla la musica del drone Tim in una versione più “di qua” che “di là”. E Virginal I, richiamando il tipico arrangiamento orchestrale pre-concerto, è a dir poco esemplare. Certo, le strisce elettrostatiche assunte a mo’ di marchio di fabbrica sono presenti, la disarmonia drone è totale (Prism). Però il disco più materiale di Hecker è anche il più orecchiabile: le note modern classical di Black Refraction, lo zen di Radiance, i flauti dolci di Hamps, Drugs, Harmonium erano improbabili dopo Ravedeath, 1972. Live Room riflette un altro lineamento di Virgins: è inquietante dappertutto. E parlo di lapidi di basso che piombano in mezzo alle tracce; di pianoforti e organi ghostly; di lamenti che giungono da chissà dove (Incense At Abu Ghraib). È senza dubbio più tetro degli altri dischi di Hecker – ascoltate lo slow funebre di Chimeras in Harmony In Ultraviolet, moltiplicatelo per dieci – e assume quella dose d’imperfezione biologica di cui si sentiva la mancanza. La quadratura del cerchio insomma.

Daniel Lopatin

Per essere chiari, Daniel Lopatin si esibisce dietro il nome d’arte di Oneohtrix Point Never. Di stanza a Brooklyn, emigrato con mamma e papà dall’Unione Sovietica nell’ottantadue, il suo legame diretto con Tim Hecker prende forma in quell’Instrumental Tourist citato prima, che più di essere il risultato della collaborazione tra due guru dell’alterazione digitale sembra un rattoppo fatto con brandelli provenienti dai loro dischi. E per quanto abbia il suo perché, è inutile parlarne. Detto ciò, si tratta di ruoli diversi inseriti nella medesima realtà ambient: Hecker sfalda e costruisce, Lopatin esplora. La drone di Tim è edilizia, quella di Dan è nautica.

Oneohtrix-Point-Never-7701

Lopatin ha realizzato sette lavori ora introvabili – uscirono in edizione limitata, le ristampe sono in corso d’opera – tre ellepì più commerciali e diverse collaborazioni, una a firma Ford & Lopatin (Channel Pressure, 2011), un’altra a dieci mani con Halo, Ferraro, Borden e Godin (FRKWYS Vol. 7, 2011), ossia col terzo stato dell’odierno minimalismo elettronico. Certi pezzi del drone Dan sono nebulose chillwave che potrebbero apparire nella colonna sonora di un film di fantascienza (Russian Mind, 2009 e Returnal, 2010); certi sono spennellati con crema chantilly e glassa vintage, a prova di un nostalgico retrò da cui è difficile prendere le distanze; certi ancora sono autentici figli del caos (Nil Admirari in Returnal).

Da un sintetizzatore Juno-106 – sonorità anni ottanta – e da ritagli di pubblicità datate viene fuori quel Replica (2011) che tira dritto verso una giungla eterea e soffocante, e sa di primo passo sulla luna. La televisione, il démodé, la natura, la sci-fi; e la metrica drone, che è una plastilina a loro immagine e somiglianza. Lopatin esplora l’elettronica come pochi in giro. Oggi trova dei VHS pirata, domani leggerà un libro di Phillip Dick, dopodomani curerà le musiche per un film**: ciascun disco è un’esperienza personale nata in solitaria, e poi divulgata col vocoder.

La musica è simbolo di esplorazione fai da te, e potente catalizzatore sociale. Su questo binomio Tim Hecker e Daniel Lopatin hanno costruito, smaltato e percorso synthscape a dir poco monumentali. Eppure, si tratta di semplice adorazione del culto laptop. E di consapevolezza che il silenzio cosmologico, così come la tradizione ultraterrena – la dissacrazione lopatiana di R Plus Seven (2013) è in debito con Hecker – e la consistenza del creato, possa diventare sì una domanda su se stessi, ma anche una risposta universale per le masse. E di conseguenza un suono da manipolare in tutte le direzioni. Sì Tim, l’elettronica come stile non esiste.

* Premio Juno (2012), come miglior disco di musica elettronica concepito da un canadese. ** Lopatin ha curato le musiche del film The Bling Ring (2013) di Sofia Coppola.

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