È quel ch’egli è

La prima dell'Otello al Massimo di Palermo

di Giovanni Messina
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Musica
N.19 del 26.2.2014
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Questa è una ragna

dove il tuo cuor
casca, si lagna,
s’impiglia e muor.
(A. Boito)

Otello è sintesi e abisso. È superamento delle forme, sincretismo musicale, tradizione e progresso. È connubio tremendo di libretto, partitura e raffigurazione psicologica dei personaggî. È vero testamento artistico di Verdi (Palumbo, direttore d’orchestra)

 

Ultimo dramma, partorito dopo anni di silenzio compositivo, Otello guarda musicalmente a Wagner, si esalta nel pregevole libretto di Boito, permette di apprezzare una volta di più la profonda attenzione del compositore verso i risvolti psicologici, comportamentali ed, in ultima analisi, umani dei caratteri inseriti in scena.

 

Occasione per parlare di Otello è stata la messa in scena rappresentata giorno 21 febbraio, per la prima recita, al Teatro Massimo. Ad introduzione dell’opera una conferenza stampa raccolta, due giorni prima,  alla presenza del Soprintendente Commissario della Fondazione Teatro Massimo, Carapezza Guttuso, del baritono, Meoni (Jago), del tenore, Porta (Otello), il Direttore d’orchestra,  Palumbo ed del regista, Brockhaus.

 

Umanità, dissidio, gelosia, morbosità, antieroismo, invidia, morte. Niente sublimazioni, odore di sangue, fuoco umano del male. Ecco gli elementi che si intendevano esaltare nella resa scenica – la produzione è del Teatro Massimo  di Palermo e del Teatro San Carlo di Napoli-.

 

La sera del 21 il Teatro risulta decisamente meno pieno rispetto alla prima del Feuersnot, eleganza non ostentata  nello sciamare per foyer e scalinate: completo scuro per i signori, pochi lustrini per le signore.

 

Prologo in parte preannunciato dal Brockhaus: la scena si condensa sul margine del palco scenico, Jago accende una sigaretta, un fantoccio di pezza dalle sembianza di uno dei fucilati ritratti da Goya riverso, esanime, a terra. Donna muta avvolta in un lenzuolo candido, immota al centro della scena, come in un quadro di Füssli; alle sue spalle, un’enorme tela rappresentante il Giardino delle delizie di Bosch. Attacca l’orchestra: tempesta. Jago squarcia la tela. Inferno.

 

Coro di larve, personaggî da bestiario o da immaginario medioevali, schiere di uomini e donne vestiti a guisa di Pilgrim Fathers, tutti brulicano sulla scena. Palco scenico di fumo e fuoco. Tempesta e coro. Naufragio. Il Duce.  Statua della Madonna issata, idolo. È morto. È salvo. Esultate!

 

La scena: rocca lapidea con pavimenti di marmo ma anco antro da tregenda, pareti di roccia che si aprono e si chiudono a seconda delle esigenze di regia, luci che esaltano il fuoco e l’ombra; i costumi, nella loro diversità, rendono bene la trasversalità e l’atemporalità del messaggio che la regia intende inviare. Non Otello,  ma uomo. “È quel ch’egli è”.

 

Esultate! Otello fende la folla, eroe effimero. Jago inizia a tramare. Il tenore nel primo atto stenta (prenderà coraggio negli atti successivi) nella lotta impari con un’orchestra puntuale e terribile; ottima conduzione.

 

Male e bene, nero e bianco, fede e miscredenza, Eros e Thanatos scorrono già, imponenti, dal primo atto. Tutto si rarefà nel duetto d’amore fra Otello e Desdemona (ottima Julianna Di Giacomo), sublimato e reso etereo ed idealizzato, già nel testo “Ed io vedea fra le tempie oscure splender il genio dell’eterea beltà! E tu m’amavi per le tue sventure ed io t’amavo per la tua pietà!”.

 

Amore e morte irrompono quindi sulla scena: il bacio fra gli amanti avviene su un cumulo di fantocci cadavere sui quali è steso il velo candido di nozze. Presagio di morte.

 

Secondo atto. L’atto di Jago (ben interpretato da un suadente e mellifluo Meoni). Si semantizza il male.  Libretto e regia: “Credo in un dio crudel che m’ha creato simile a sé e che nell’ira io nomo”. Infranto beffardamente il simulacro della Vergine. “Aiuta aiuta Satana il mio cimento”.

 

Si tesse la tela, si ordisce l’inganno, si insinuano dubbio, gelosia, odio. Il fazzoletto. Amor vincit omnia scomparso pelle pieghe della mediocrità. Si scompone progressivamente la monoliticità eroica di Otello: l’addio alle sante memorie ed allle schiere fulgenti è uno sgretolamento che, al contrario dell’Addio del passato de La Traviata, non è preludio a nessun conforto, a nessuno stare in cielo fra gli angeli.  La maschera cade mentre la bestia si risveglia – splendida l’idea di regia che vuole  Otello con maschera veneziana in viso mentre viene irretito dal suo distruttore mellifluo.-

 

“È quel ch’egli è”. Ci piace pensare a questo verso come alla sintesi di tutto. Mediocrità e limite. Credulità e bestialità. Cifra dell’uomo.

 

Desdemona, vittima passiva e forse poco acuta, si appropria dell’atto finale, lento nella prima parte. Commiato dal mondo. Ricordo e presagio di morte.  Prega dinnanzi alla Vergine all’uopo ricomposta. Candele accese. Letto di morte acconciato. Otello. Omicidio. Inganno svelato. La vil cortigiana muore innocente. Otello, dannato si uccide. Eros e Thanatos fino alla fine sulla scena. Il bacio alla morta bramato dal morente. La musica scema senza finali fragorosi.

 

Applausi.

 

 

 

Header: Otello, www.teatromassimo.it

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